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Full text of "Centri Sociali, geografie del desiderio"

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Coordinamento editoriale e fotografico: E. "Gomma" Guameri 

Immagine di copertina: Mario Canali 

Progetto grafico: Paoletta Nevrosi, Rosie Pianeta, Kix 

Realizzazione grafica delle mappe e contributo editoriale: Marco Philopat 

Consulenza tecnico-informatica: u.v.L.S.I. 

Fotocomposizione: ShaKe/Paoletta Nevrosi 

Grazie a: Aldo Bonomi (direttore Aaster) e ai suoi collaboratori Claudio 
Donegà, Gabriela Bustamante, Federico Moro, Gianmario Folini, Grazia 
Grena. Grazie inoltre a: Melina, Pino Tripodi, Daniele Farina, Enzo Iannuzzi, 
Paolino "Punk" Schiavone; Daniela, Gegé, Pino Perita, il Ladro; Stiv 
Rottame; le assemblee al completo dei centri sociali Leoncavallo e Cox 18 e 
tutti i fotografi e gli archivi che hanno messo a disposizione il loro materiale. 

Contatti postau: ShaKe, via C. Balbo 10, 20136 Milano 
Contatti telefono: 02/583 17306 

Contatti elettronici: Decoder Bbs, 02/29527597; N-8-1; 300-14.400 bd, 
dalle 14.00 alle 8.00 

Stampa: Bianca & Volta, Truccazzano (MI) 

I diritti dei testi e delle foto sono di proprietà dei rispettivi autori, tranne 
per Polisemia di un luogo i cui diritti sono stati ceduti alla ShaKe. Per 
quanto riguarda le mappe incluse nel testo il diritto d'autore è di Primo 
Moroni. No copyright esclusivamente per i centri sociali. Per ogni 
eventuale utilizzo si devono comunque contattare gli estensori del volume 
e/o ShaKe e in ogni caso citare la fonte. 

Prima edizione: Giugno 1996 



ISBN 88-86926-01-4 




Consorzio Aaster, Centro sociale Cox 18, 
Centro sociale Leoncavallo, Primo Moroni 

CENTRI SOCIALI: 
GEOGRAFIE 
DEL DESIDERIO 

Dati, statistiche, progetti, mappe, divenire 




SHAKE EDIZIONI UNDERGROUND 



INDICE 



INTRODUZIONE 

E. "Gomma" Guarneri 

POLISEMIA DI UN LUOGO 

Consorzio Aaster 



7 
21 



IL LEONCAVALLO E LA CITTÀ DEL DESIDERIO. 

UN FIORE, IL DESERTO, LO STAGNO 85 

Centro sociale Leoncavallo 

COX 18: UNA MICROSTORIA METROPOLITANA. 

IDENTITÀ, RAPPRESENTANZA, CONFLITTO. LUOGHI 105 

Centro sociale Cox 18 e Calusca City Lights 

UN CERTO USO SOCIALE DELLO SPAZIO URBANO 161 
Primo Moroni 




L'inchiesta autogestita qui pubblicata - stimo- 
lo e baricentro di questo libro, che in fieri si è 
esteso anche al di là dell'inchiesta - è nata da 
esigenze e condizioni che sono apparentemen- 
te casuali. La prima, quella che ha portato alla 
collaborazione tra il Consorzio Aaster e i centri 
sociali Conchetta (Cox 18) e Leoncavallo, è l'e- 
sito di fili soggettivi che legano alcuni compo- 
nenti dei centri e della libreria Calusca all'Aa- 
ster e, contemporaneamente, è l'incrocio degli 
stessi con alcune esigenze reali di comprensio- 
ne che si andavano formando in questi luoghi. 

L'occasione che ha legato queste circostan- 
ze ha preso corpo durante le due iniziative an- 
tiproibizioniste che Cox 18 e il Leoncavallo 
avevano promosso nel luglio del 1995 ("Ma- 
rijuana e altre storie" e "Piantatela"). 



7 



Qualche tempo prima alcune compagne del Leoncavallo sentiva- 
no l'esigenza di esplorare le problematiche della diffusione dei deri- 
vati della cannabis nei centri sociali (ma anche l'avvertita sensazione 
di una certa penetrazione dell'ecstasy), la presunta presenza di "ven- 
ditori di fumo" e i rischi connessi a questa presenza e si chiedevano 
se i centri sociali dovessero assumersi direttamente il compito di pro- 
durre e diffondere i derivati della cannabis. Il Leoncavallo, poi, era 
stato da poco oggetto di una forsennata e criminalizzante campagna 
di stampa portata avanti dai potenti mezzi del "Corriere della Sera"; 
serviva quindi una verifica dello "spessore" sociale e umano di "fre- 
quentatori" rispetto all'"uso" del centro sociale come "piazza di fu- 
mo" e l'incrocio di questa esigenza con tutte le altre motivazioni le- 
gate all'appartenenza al "luogo" poteva fornire indicazioni molto uti- 
li sul "che fare". 

Sulla traccia di questionario preparato dal Leoncavallo è stata ri- 
chiesta la collaborazione tecnico-professionale del Consorzio Aaster 
che, dall'elaborazione di un questionario strutturato, si estenderà al 
"caricamento dati" e all'elaborazione degli stessi in tabelle, schemi, 
torte ecc. (un lavoro lunghissimo e faticoso, eseguito con mezzi tecni- 
ci sofisticati, altamente professionali e, nello spirito dell'iniziativa, 
gratuitamente). 

Nei centri sociali l'adesione degli "intervistati" è stato molta alta e 
sono stati scarabocchiati o sprecati solo 5 questionari su 1.400, una 
dimostrazione evidente di come i "compilatori-frequentatori dei cen- 
tri sociali" avessero interesse specifico e d' "appartenenza" a tutto ciò 
che è connesso al funzionamento di questi "luoghi". 

Dopo la prima elaborazione dati, non ancora organizzati in incro- 
ci, varianti ecc., sono state poi organizzate varie riunioni tra esponenti 
dell' Aaster (in particolare il suo direttore Aldo Bonomi) e i rappresen- 
tanti di vari centri sociali (non solo quindi Leoncavallo e Cox 18, ma 
anche Pergola Tribe, Garibaldi e altri ancora che però non partecipe- 
ranno all'elaborazione finale). Queste riunioni erano finalizzate a sta- 
bilire quali incroci e varianti fossero ritenute prioritarie da parte dei 
centri sociali. Poi, in lenta sequenza, sono venute l'elaborazione finali 
delle tabelle, delle torte, degli incroci, delle varianti, e una lettura/in- 
terpretazione soggettiva dell'Aaster che è riportata in questo volume 
con il titolo Polisemia di un luogo. Per questo libro i centri sociali 
Leoncavallo e Cox 18, nello spirito della più completa autogestione di 
tale materiale, hanno deciso di affiancare al testo dell'Aaster una loro 



Centri sociali: geografie del desiderio 



interpretazione dei dati e delle statistiche e darne una lettura soggetti- 
va. Si tratta di interventi scritti a più mani ed elaborati durante assem- 
blee: un tipo d'operazione orizzontale ma sempre molto faticosa, che 
ha richiesto qualche tempo per la realizzazione. 

Fin qui il "racconto" dell'occasionale progettualità che ha portato 
alla realizzazione di questo libro e dell'inchiesta che, nella sua parzia- 
lità, ha il grande pregio di essere la prima in Italia. Ma i lettori più av- 
vertiti, e non solo loro, sanno benissimo che le questioni sul terreno 
sono assai più complicate e che l'occasionalità legata alle due iniziati- 
ve antiproibizioniste è stata solo un pretesto, poiché ragioni più 
profonde ne facevano sentire la necessità. Appare indubbio che i 
"professionisti" dell'Aaster nel compilare le domande del questiona- 
rio le abbiano avvertite. 

Queste stesse ragioni hanno attraversato una riflessione che si è 
svolta nei centri sociali in particolare negli ultimi tre anni. Molte sono 
le tematiche che sono state agitate e una loro parte viene ampiamente 
rappresentata o intuita negli interventi all'interno di questo libro. 
Qui si può solo ricordare che tra i centri, a partire dal 1993, sono sta- 
te espresse una quantità di posizioni e opinioni diverse e contrastanti 
su molte questioni inerenti l'identità, i progetti, il rapporto con le isti- 
tuzioni (per esempio la rigidità delle posizioni "occupazioniste" con- 
trapposta alla flessibilità di quelle "trattativiste") e il profondo modi- 
ficarsi dell' "utenza" collettiva. Le questioni in gioco non sono cosa 
da poco, perché coinvolgono il futuro stesso del ruolo e della funzio- 
ne di questi luoghi della socialità e della "sottrazione" ai paradigmi 
dominanti. 

In mezzo alle molte differenze e ai molti e reciproci "occultamen- 
ti" delle rispettive esperienze concrete, almeno su un punto le opinio- 
ni sembrano non essere discordi: una certa epoca "eroica" dei centri 
sociali sembra essere decisamente entrata in crisi e con questa il suo 
bagaglio di orgogliosa rivendicazione della "marginalità" o, secondo 
altri, di fedeli, generosi e intelligenti custodi della memoria delle pra- 
tiche e delle lotte degli anni Settanta. Questa crisi del precedente ruo- 
lo non è tanto riferibile a carenze di progetto da parte dei collettivi di 
gestione dei centri ma, paradossalmente, proprio alla loro efficienza 
nel proporre iniziative (teatrali, culturali, musicali ecc.) legate a tema- 
tiche e bisogni quali la fruizione di cultura carica di "senso" e che a 
motivo di ciò si intreccia indissolubilmente con l'ormai spasmodico 
bisogno di socialità. Una socialità che appare largamente negata e di- 



Introduzione 



9 



strutta proprio a ragione dei profondi sconvolgimenti produttivi che 
non restituiscono più né identità né tessuto solidale ai soggetti sociali. 

Si è trattato di processo generale, forte e dispiegato, che per essere 
compreso e eventualmente governato, necessitava di strumenti di ana- 
lisi e comprensione che in realtà nessuno dei componenti dei centri 
possedeva (ma chi degli "altri" peraltro ne aveva il possesso?) e che 
ha profondamente contribuito a modificare il bacino di utenza dei 
centri sociali. Appare quindi ovvio l'attuale "spaesamento" dei collet- 
tivi di gestione che sempre più si rendono conto che esiste il rischio 
concreto di una separatezza tra le aspettative politiche dei collettivi e 
la "massa fluttuante dei frequentatori". 

Questo "rischio" e le possibili contromisure da prendere è, per 
esempio, uno dei leit-motiv che sottende le riflessioni contenute nel 
severo opuscolo/dibattito 10 settembre 1994 che contiene interventi 
di Radio Black-Out, Officina 99, Leoncavallo, Murazzi, Lavori in cor- 
so, Asilo politico, Centro Lo Russo e altri. 1 

Le risposte all'intervenuta modifica degli universi sociali, culturali, 
materiali e di classe, dei frequentatori possono esser molte e tenden- 
zialmente anche conflittuali tra loro. Molti sono i problemi e in tutti 
centri sociali è ben cosciente la necessità che è giunto il momento di 
"avviare e realizzare una autotrasformazione molto grossa". 2 Ma sulle 
modalità di questa necessaria autotrasformazione il dibattito è piutto- 
sto aspro, contraddittorio e aperto a esiti assai diversi. 

Risulta così abbastanza chiaro come la proposta di un incontro na- 
zionale tra i centri sociali e alcune decine di amministrazioni locali 
che doveva tenersi ad Arezzo nell'inverno 1995 (il cosiddetto "scaz- 
zo" del "pomo di Arezzo") 3 abbia prodotto una polemica dai toni ac- 
cessi e a volte "velenosi" che hanno finito per "sconsigliare" l'effet- 
tuazione del convegno stesso/ 

E, in effetti, il breve documento di convocazione di quel convegno 
andava a toccare i "nervi scoperti" di molte delle tematiche connesse 
alla difficile transizione da un modello di gestione a un altro. Temati- 
che quali i rapporti con il "terzo settore" e l'emergere di organismi 
"no profit", il fare "impresa sociale" e l'autoproduzione di reddito, il 
terreno delle nuove e possibili "forme di rappresentanza", il rapporto 
tra avanguardia politica autodeterminata e "massa fluttuante dei fre- 
quentatori" ecc. Percorsi e argomenti che probabilmente erano stati 
eccessivamente sintetizzati nelle ormai mitiche "tre paginette" di con- 
vocazione ad Arezzo. 



10 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Da allora il dibattito ha viaggiato veloce e per larga parte in forma 
indiretta, soprattutto sulle pagine de "il manifesto", attraverso gli in- 
terventi puntuali di Marco Revelli, Aldo Bonomi, Sergio Bologna, Pi- 
no Tripodi, Beppe Caccia, Luca Casarini, Daniele Farina e altri e che 
hanno fatto "scomodare" anche Rossana Rossanda. Tematiche quali il 
ruolo e le caratteristiche dell'impresa sociale nell'epoca della deca- 
denza del "welfare", i contorni dell'organizzazione postfordista, le 
nuove forme della socializzazione, sono penetrate nei dibattiti interni 
ai centri sociali attraverso assemblee, seminari, documenti. Tutto ap- 
pare in "movimento" compresa la posizione, assolutamente compren- 
sibile e rigorosa, di coloro che auspicano invece un terreno di più ri- 
gorose certezze teoriche e organizzative. 

Quando, nel luglio 1995, è stata realizzata l'inchiesta molto di tut- 
to ciò esisteva in filigrana e molto meno dispiegato e dichiarato, ma i 
cardini delle problematiche erano già tutti presenti e nell'elaborazio- 
ne delle domande del questionario si è cercato di tenerne conto. Alla 
luce dei risultati dell'inchiesta e nell'attuale panorama del dibattito, 
molto probabilmente l'impianto dell'inchiesta sarebbe stato assai più 
complesso, completo e in profondità, ma nei limiti del materiale rica- 
vato dai questionari, i risultati sono comunque di enorme interesse e 
sfatano molte "leggende metropolitane". 

Pensiamo sia utile ripetere questa esperienza anche altrove facen- 
do tesoro dei limiti di questo nostro lavoro e proprio per questo si 
pubblica a seguire il testo completo del questionario. 

Qualche ultima annotazione. Dapprima sulla scelta del titolo, do- 
vuta alla convinzione che territorio, corpo e desideri siano stati negli 
ultimi due decenni al centro dell'azione dei movimenti, mirata più al 
soddisfacimento di bisogni immediati, che al rilancio di grandi utopie. 
In questo senso si legge la pratica dei centri sociali e dei soggetti intor- 
no a essi gravitanti di costruire - occupando, autogestendo, ristruttu- 
rando, ridisegnando - una nuova geografia metropolitana, ribaltando 
i codici - comportamentali, urbanistici, relazionali - progettati per al- 
tri fini. Perciò, si è pensato di includere in questo testo delle mappe 
topografiche e fotografiche che potessero essere d'aiuto nella com- 
prensione della storia di una dinamica sociale che di fatto ha trasfor- 
mato le modalità dell'aggregazione giovanile e della sua rappresentan- 
za politica a Milano innovandola, modernizzandola e, almeno parzial- 
mente, strappandola al business del divertimento, o al monopolio di 
ormai "fatiscenti" organizzazioni partitiche e sindacali. 



Introduzione 



11 



Queste mappe hanno richiesto un notevole lavoro di ricerca e di 
ricostruzione di frammenti d'esperienza, di bit di memoria, che spes- 
so, per loro stessa natura, i movimenti lasciano andar perduti nelle 
sabbie mobili della vita in metropoli. Ma i volti e i corpi nella fotogra- 
fìe e i territori "viventi" e "in "movimento" delle carte geografiche la- 
sciano senz'altro un segno nella nostra sensibilità, escono con forza 
dalla pagina e aiutano a ridefinire un presente di cui al momento è 
difficile dare un'interpretazione chiara. Nelle intenzioni le nostre 
"mappe" potrebbero rientrare in un tentativo - ci auguriamo condivi- 
so - di costruzione di nuovi percorsi storiografici dal basso, per ren- 
dere noti o far ricollocare avvenimenti, che per quanto recenti, sono 
già sottoposti a tentativi di rimozione quando non di revisione. 



NOTE 



1 10 settembre 1994, Velleità Alternative. Torino 1995. Occorre precisare che il 
materiale dei centri sociali su questi argomenti è molto più vasto, ma che qui vie- 
ne citato questo opuscolo per la sua sinteticità. 

2 Ibidem. 

3 Per una sintetica ma efficace ricostruzione di quella polemica, vedi Centri Sona- 
li: che impresa!, Castelvecchi, Roma 1996. 

4 Ciò nonostante il lavoro degli esponenti delle amministrazioni locali all'interno 
del progetto definito la "Carta di Arezzo", prosegue indipendentemente dalla 
partecipazione dei centri sociali. 



12 



Centri sociali: geografie del desiderio 



QUESTIONARIO DISTRIBUITO NEI CENTRI SOCIALI 
LEONCAVALLO E COX 18 



1. Età (in anni compiuti) 



2. Sesso MQ Fa 



3. Stato civile 



- celibe o nubile a 

- coniugato/a o convivente a 

- separato/a o divorziato/a a 

- vedovo/a a 



4. Condizione abitativa 



- da solo a 

- con uno o più conviventi a 

- con genitore/i a 

- con il partner a 

- con il partner e i figli a 

- con i figli a 

- altro (specificare) a 



5. Livello di istruzione 



- nessun titolo a 

- elementare a 

- media inferiore a 

- diploma di formazione/qualifica professionale a 

- diploma scuola media superiore a 

- alcuni anni di università a 

- laurea a 

- specializzazione post laurea a 



6. Condizione professionale 



- lavoratore dipendente a 

- lavoratore autonomo a 



Introduzione 



13 



- lavoratore occasionale □ 

- in cerca di prima occupazione □ 

- disoccupato □ 

- studente □ 

- studente-lavoratore □ 

- altro (specificare) □ 



7. Se lavori come dipendente (anche precario) guai è la tua qualifica? 

- apprendista □ 

- operaio (o mansioni esecutive) □ 

- tecnico □ 

- impiegato □ 

- dirigente □ 



8. Se lavori autonomamente in quale settore/i lavori? 
(massimo tre risposte) 



- industria e artigianato □ 

- agricoltura □ 

- edilizia (muratore, imbianchino, idraulico...) □ 

- commercio/ristorazione □ 

- stampa, editoria, radio-Tv □ 

- pubblicità, marketing, comunicazione □ 

- consulenza aziendale (organizzazione, gestione, contabilità...) □ 

- servizi sociali □ 

- turismo e tempo libero □ 

- altro □ 



9. Frequenti qualche centro sociale? Sì □ No □ 



10. Se sì, puoi indicare quali? 



11. Indica quale delle seguenti definizioni ti sembra più vicina alla 
tua idea di centro sociale (una sola risposta) 



- associazione culturale □ 

- impresa sociale □ 

- centro di iniziativa politica □ 

- gruppo di impegno sociale □ 



14 



Centri sociali: geografie del desiderio 



- luogo di ritrovo □ 

- altro (specificare) □ 



12. Per quali motivi principalmente frequenti i centri sociali? 
(massimo due risposte) 



- per stare insieme agli altri □ 

- per le iniziative culturali (mostre, cinema, teatro...) □ 

- per le iniziative musicali □ 

- perché condivido gli obiettivi politici □ 

- per il confronto e la discussione □ 

- per partecipare a gruppi e strutture interne □ 

- per avere servizi a basso costo (bar, libri, concerti...) □ 

- altro(specificare) □ 



13. Come sei entrato in contatto con la realtà dei centri sociali? 
(una sola risposta) 



- attraverso amici/che □ 

- attraverso compagni/e di scuola □ 

- attraverso compagni/e di lavoro □ 

- attraverso le informazioni di stampa ed emittenti radio-Tv □ 

- attraverso le forme di propaganda (volantini, locandine...) □ 

- attraverso gruppi o associazioni □ 

- altro (specificare) □ 



14. Cosa significa per te il fumo? (una sola risposta) 



- star bene con me stesso, fuori dallo stress e dalle imposizioni 
della società □ 

- stare insieme agli altri in maniera più rilassata e comunicativa □ 

- rifiutare la logica del sistema che mi vuole sempre 

attivo e "produttivo" □ 

- un'alterazione artificiale, e quindi dannosa, 

dello stato di coscienza □ 

- non significa nulla, mi piace e basta □ 

- il fumo non mi interessa □ 



15. Sei mai stato fermato dalle Forze dell'ordine 

per possesso di fumo? Sì □ NoQ 



Introduzione 



15 



16. Se sì cosa ti è successo in quel momento? 



- mi hanno portato in questura/caserma □ 

- mi hanno rilasciato sequestrando il fumo □ 

- altro □ 

17. Se sei stato processato guai è stato il tuo esito 

- condanna □ 

- condanna con sospensione della pena □ 

- assoluzione con riconoscimento dell'uso personale □ 

- altro □ 

18. Cosa pensi del fumo nei centri sociali? 

- è una cosa normale, non ci si deve neanche fare caso □ 

- è una cosa positiva perché i centri sociali sono spazi 

di autonomia e libertà □ 

- bisogna andarci piano perché ci si espone a rischi legali □ 

- è rischioso perché si può passare a qualcosa di più pesante □ 

19. Cosa pensi si debba fare con quelli che vendono fumo nei centri 
sociali? (una sola risposta) 

- sarebbe meglio allontanarli □ 

- non sono un problema perché fanno un servizio utile □ 

- sarebbe meglio una gestione collettiva di questa vendita □ 

20. Sei favorevole o contrario alle seguenti eventualità? (rispondi a 
tutte le domande) 

- i centri sociali dovrebbero organizzarsi per fare coltivazione della 
canapa indiana □ 

- i centri sociali dovrebbero organizzare attività di produzione dei 
derivati della canapa indiana (fibre tessili, prodotti alimentari...) □ 

- i centri sociali dovrebbero organizzare attività di formazione 
sull'uso, sulla coltivazione e sulla trasformazione 

della canapa indiana □ 

- bisogna legalizzare il fumo □ 

- bisogna liberalizzare il fumo □ 



16 



Centri sociali: geografie del desiderio 



21. Cosa pensi del consumo di ecstasy? (una sola risposta) 



- è roba per maratoneti da discoteca □ 

- accresce le energie di vita e permette di raggiungere 

stati emotivi ad alta intensità □ 

- è una droga organica al sistema perché eccita le stesse qualità 
che sono richieste dall'organizzazione produttiva: velocità, 
concentrazione, ripetitività dei gesti... □ 

- non saprei □ 

22. Con quale delle seguenti affermazioni sei più d'accordo? (una 
sola risposta) 



- nei centri sociali il consumo di ecstasy dovrebbe essere 
incoraggiato □ 

- nei centri sociali l'ecstasy dovrebbe essere tollerata □ 

- nei centri sociali bisognerebbe organizzare forme 

di vendita controllata dell'ecstasy □ 

- nei centri sociali bisognerebbe scoraggiare il consumo 

di ecstasy con la discussione sui rischi □ 

- nei centri sociali bisognerebbe impedire il consumo di ecstasy □ 

23. Ritieni che il centro sociale che più frequenti debba: (massimo 
due risposte) 



- fare più iniziative nel quartiere □ 

- impegnarsi maggiormente in iniziative di solidarietà 
(immigrati, nomadi...) □ 

- organizzare iniziative politiche generali □ 

- aumentare le iniziative culturali □ 

- migliorare gli spazi e le strutture interne □ 

- altro (specificare) □ 



24. Comune di residenza 



25. Provincia di residenza 



26. Cittadinanza 



Introduzione 



17 



CENTRI SOCIALI FREQUENTATI 



Torkiera 


19 


1,9% 


Leon cavallo 


826 


80,9% 


Cox 18 


459 


45,0% 


Garibaldi 


144 


14,1% 


Squot 


34 


3,3% 


Pergola Tribe 


333 


32,6% 


Cantiere 


14 


1,4% 


Gorizia 


67 


6,6% 


Garigliano 


60 


5,9% 


Adrenaline 


35 


3,4% 


Transiti 


25 


2,4% 


Mandragora 


56 


5,5% 


Livello 57 di Bologna 


23 


2,3% 


Belfagor di Piacenza 


2 


0,2% 


Kavarna di Cremona 


7 


0,7% 


Torricelli 


8 


0,8% 


Godzilla di Livorno 


1 


0,1% 


Conte Rosso 


3 


0,3% 


Kinesis di Tradate 


5 


0,5% 


El Paso di Torino 


4 


0,4% 


Laboratorio Anarchico 


22 


2,2% 


Forte Guercio di Alessandria 


8 


0,8% 


Eterotopia 


3 


0,3% 


Cayenna di Feltre 


6 


0,6% 


Gratosoglio 


2 


0,2% 


N.S.S.N. 


1 


0,1% 


Amandla 


6 


0,6% 


XXII Aprile di Modena 


2 


0,2% 


C. Soc. Giovani di Locate Triulzi 


1 


0.1% 


Golgonooza 


1 


0,1% 


Laurentino 


1 


0,1% 


Cascina Mtb 


1 


0,1% 


Castello di Genova 


1 


0,1% 


Zapata di Genova 


4 


0,4% 


Ex Alcione 


1 


0.1% 


Lex 


3 


0,3% 



18 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Spazzali 


3 


0,3% 


Nautilus 


1 


0,1% 


Scaldasole 


4 


0,4% 


Gabrio di Torino 


3 


0,3% 


Bakeka 




0,2% 


Ex Emerson di Firenze 




0,2% 


Indiano di Firenze 


1 


0,1% 


Forte Prenestino di Roma 


1 


0,1% 


Piazza Roma di Como 




0,6% 


Sintesi di Seregno 


11 


1,1% 


Pedro di Padova 


3 


0,3% 


Rivolta di Marghera 


3 


0,3% 


Corte del Diavolo 


1 


0,1% 


La Talpa 




0,2% 


Cascina Monluè 




0,6% 


Subbuglio di Alessandria 


3 


0,3% 


Saranno 


1 


0,1% 


Murazzi di Torino 


4 


0,4% 


Magazzino 47 di Brescia 


10 


1,0% 


Casa occupata Aspromonte 


3 


0,3% 


Officina 99 di Napoli 


1 


0,1% 


Auro di Catania 


1 


0,1% 


Experia di Catania 


1 


0,1% 


Italo Calvino 


1 


0,1% 


IlBuko 


1 


0,1% 


Scintilla di Modena 


1 


0,1% 


Boschetto di Caronno 


1 


0,1% 


Rote Fabrik di Zurigo 


1 


0,1% 


Delta House 


1 


0,1% 


Agro di Treviso 


1 


0,1% 


Sga di Arese 




0,2% 


Link di Bologna 


7 


0,7% 


Mattoids di Bologna 




0,1% 


Terra di Nessuno di Genova 




0,2% 


Città Vekkia di Taranto 


1 


0,1% 


Eskimo 




0,1% 


Totale 


1.021 


100,0% 



Introduzione 



19 



i 



1H f 
1» -» 



POLISEMIA 
DI UN LUOGO 



IL RISCHIO DELLA "ZONA D'OIVBRA" 

È una storia che si ripete. All'apparire di un 
attore collettivo sulla scena pubblica vengo- 
no utilizzati, per descrivere quell'attore, gli 
aspetti più facilmente "notiziabili" dai mezzi 
di comunicazione, quelli di più immediata 
presa sull'opinione pubblica. Quegli stessi 
aspetti che poi, per una sorta di gioco di 
specchi, finiscono per rafforzarsi nella rap- 
presentazione che l'attore collettivo tende a 
dare di sé all'esterno. E questo succede quan- 
do l'attore in questione (normalmente in mo- 
vimento) è particolarmente interessato a ri- 
marcare differenze rispetto agli attori in gio- 
co (partiti, movimenti, istituzioni ecc.) o a 
enfatizzare i "temi" della propria azione poli- 



21 



tica. In fondo, riprodurre nei propri comportamenti gli stereotipi 
prodotti dall'" avversario", magari stravolgendoli in chiave ironica o 
grottesca, è stato uno dei tratti caratteristici dei movimenti dagli an- 
ni Sessanta a oggi. 

Succede anche, poi, che la rappresentazione inevitabilmente sem- 
plificata che ne deriva venga utilizzata per descrivere anche il profilo 
socioculturale dei singoli partecipanti, moltiplicando così a livello in- 
dividuale i tratti che servono a inquadrare l' tt identità collettiva" del- 
l'attore. Questo trasferimento ai singoli partecipanti dell'immagine 
"mediatizzata" rappresenta normalmente la principale fonte di equi- 
voci e fraintendimenti, perché assume per buona una premessa sem- 
pre contraddetta dalla concreta esperienza dei movimenti: che cioè i 
caratteri del gruppo siano gli stessi degli individui che lo compongo- 
no, che nella biografia dei singoli siano già "fotograficamente" rap- 
presentati i tratti dell'identità collettiva e che esista la possibilità di di- 
videre ad infinitum questa identità, senza che i suoi caratteri salienti 
abbiano a risentirne. In sostanza, la possibilità di prendere il singolo 
partecipante a immagine delle caratteristiche del gruppo. 

È questa anche la principale fonte di sorprese allorché si decide di 
saperne di più, o meglio di non dare per scontate le rappresentazioni 
in circolazione. Perché è a questo punto che si scopre che in realtà 
un gruppo, un movimento, un'associazione non sono una "cosa", 
un'entità che si presenta come data all'osservazione, ma una realtà 
multiforme che impone una multiformità di livelli di osservazione: 
quello delle forme di partecipazione dei soggetti, quello delle strate- 
gie, quello del rapporto tra élites e "base" e così via. Soprattutto si 
scopre che l'identità collettiva non si può dividere a piacimento, sen- 
za con questo perderne di vista alcuni caratteri essenziali, e che quin- 
di il singolo individuo non è una specie di gruppo "in piccolo" ma 
l'unità elementare di un'identità collettiva alla quale è tuttavia irridu- 
cibile. I centri sociali di Milano sono stati recentemente oggetto di 
attenzione da parte dei mezzi di comunicazione a causa delle note vi- 
cende che hanno contrapposto il Leoncavallo alla giunta Formentini. 
E questa "origine" tutta politica, oltre che tutta milanese, ha certa- 
mente contribuito alla formazione, o almeno al consolidamento di 
immagini e stereotipi con i quali bene o male ora si è costretti a fare i 
conti, dentro e fuori i centri sociali. Ebbene, per quanto radio, stam- 
pa, televisione, concedano molto a un approccio che individua nei 
comportamenti agiti dai centri i tratti di una "patologia sociale" 



22 



Centri sociali: geografie del desiderio 



(marginalità, aggressività, illegalità, "randagità" ecc.), non sarà inuti- 
le ora tentare di vedere più da vicino alcuni aspetti di queste aggrega- 
zioni, che forse contribuiscono a mettere in discussione certi schemi 
precostituiti e di immediato impatto sull'opinione pubblica. I diversi 
profili dei frequentatori stanno alla base delle osservazioni che se- 
guono, profili che, seppure indirettamente, chiamano in causa aspet- 
ti più generali, quali il rapporto con il territorio, visto sia dal lato del 
singolo soggetto sia da quello del centro sociale, la profonda caratte- 
rizzazione in senso generazionale (in grande maggioranza i frequen- 
tatori dei centri sono giovani), le trasformazioni della composizione 
sociale in area metropolitana ecc. Ma è bene precisare che questi rap- 
presentano piuttosto dei "rimandi" che non l'oggetto dell'indagine, i 
temi cioè cui le osservazioni che seguono rinviano e che devono sem- 
mai comparire nella riflessione interna ai centri che potrà scaturire 
da questa ricerca. 



USCIRE DALLA RETORICA DELLA MARGINALITÀ 

Dal punto di vista generazionale, un centro sociale occupato e auto- 
gestito (csoa) è anzitutto un luogo frequentato da giovani e giovanis- 
simi e la tabella 1 ne rappresenta l'universo secondo un ordine per 
classi di età. 



Tabella 1. Classi di età dei frequentatori 



Classi di età 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


119 


8,5 


meno di 18 anni 


42 


3,0 


da 18 a 21 anni 


368 


26,4 


da 22 a 25 anni 


379 


27,2 


da 26 a 30 anni 


269 


19,3 


da 3 1 a 35 anni 


150 


10,8 


oltre 35 anni 


68 


4,9 


Totali 


1.395 


100,0 



Si può notare il peso specifico di ciascuna classe e così idealmente 
elaborare una sorta di rappresentazione grafica che riproduce una fi- 



Polisemia di un luogo 



23 



gura a forma piramidale, il cui vertice è costituito da soggetti in età 
compresa tra i 21 e i 30 anni, e la base da giovani in età compresa tra 
i 18 e i 21 anni da una parte e dai frequentatori con età superiore a 36 
dall'altra. 

Le percentuali relative a ciascuna classe di età del campione atte- 
stano come la frequentazione di un centro sociale interessi i giovani e 
i giovanissimi e di come la partecipazione a un centro sia inversamen- 
te proporzionale all'età. Nel considerare quindi le forme di partecipa- 
zione, l'intensità di questa, le aspettative che vi si sviluppano, le stesse 
relazioni intersoggettive interne ai centri, non si può non fare riferi- 
mento a questo carattere preliminare. 

L'altro carattere anagrafico che segna in maniera decisiva la com- 
posizione dell'universo dei frequentatori dei centri è la dominanza di 
"genere" (vedi tabella 2). La percentuale di donne che frequenta un 
centro sociale è di gran lunga inferiore a quella degli uomini: su cento 
frequentatori solo 27 sono donne. Se questo dato ci informa dell'esi- 
stenza di una griglia "al maschile", che preseleziona i frequentatori di 
un centro sociale, c'è da notare una sostanziale omogeneità tra i grup- 
pi d'età dei frequentatori riferita al genere. 



Tabella 2. Frequentatori per sesso 



Sesso 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


42 


3.0 


maschi 


984 


70,5 


femmine 


369 


26,5 


Totali 


1.395 


100,0 



L'unica vera differenza percentuale riguarda il segmento di fre- 
quentatori con età inferiore ai 18 anni: le giovanissime sono più attrat- 
te dei loro coetanei maschi dalle attività dei centri e di conseguenza la 
selettività nei confronti della partecipazione femminile comincia a 
operare più tardi. Indagare sui caratteri di questa partecipazione se- 
lettiva - le sue ragioni, i codici di cui si avvale, le forme di relazione 
che instaura - richiederebbe altri strumenti di ricerca. Qui è sufficien- 
te segnalare il dato. 

In conseguenza della preponderante componente giovanile, un'al- 
ta percentuale di frequentatori si dichiara celibe o nubile (vedi tabella 



24 



Centri sociali: geografie del desiderio 



3) e in questa situazione anche i modelli abitativi prevalenti hanno 
nella famiglia di origine un chiaro punto di riferimento. 



Tabella 3. Stato civile dei frequentatori 



Stato civile 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


5 


0,4 


celibe o nubile 


1.218 


87,3 


coniugato o convivente 


132 


9,5 


separato o divorziato 


28 


2,0 


vedovo/a 


12 


0,9 


Totali 


1.395 


100,0 



Il 56,8 percento dei frequentatori dichiara infatti di vivere con i ge- 
nitori. Emergono tuttavia altre modalità abitative che fanno riferi- 
mento a orientamenti, comportamenti e stili di vita differenziati, tipici 
del resto di realtà metropolitane o densamente urbanizzate: le percen- 
tuali di single (14,6 percento) o di persone che convivono non neces- 
sariamente in una relazione di coppia (15,3 percento), testimoniano 
una propensione a sperimentare modelli abitativi meno garantiti e 
consolidati, in cui affermare una ricerca di autonomia abitativa, molto 
probabilmente correlata anche a percorsi professionali e formativi 
(vedi tabella 4). 



Tabella 4. Condizione abitativa 



Condizione abitativa 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


4 


0,3 


da solo 


203 


14,6 


uno o più conviventi 


214 


15,3 


con genitore/i 


792 


56,8 


con il partner 


113 


8,1 


col partner e figli 


33 


2,4 


con i figli 


13 


0,9 


altro 


7 


1,6 


Totali 


1.395 


100,0 



Polisemia di un luogo 



25 



C'è da notare che se analizziamo la condizione abitativa in relazio- 
ne alla differenza sessuale (tabella 5), le donne sono orientate ad anti- 
cipare l'uscita dai legami familiari di origine e a sviluppare progetti di 
vita che valorizzino una maggiore autonomia personale. 



Tabella 5. Condizione abitativa secondo il sesso 



Condizione abitativa 






Sesso 






Totali 




non indicato 


Maschio 


! 

Femmina j 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


I 


v.a. 


% 


non indicato 


2 




4,8 


^7 


02 






4 


0,3 


da solo 


4 


9,5 


143 


14,5 


56 


i 15,2 


203 


14,6 


uno o più conviventi 


8 


19,0 


129 


13,1 


77 


! 20,9 


214 


153 


con genitore/i 


23 


54,8 


602 


61,2 


167 


ì 45,3 


792 


56,8 


con il partner 




2,4 


65 


6,6 


47 


i 12,7 


113 


8,1 


col partner e figli 


2 


4,8 


23 


2,3 


8 


i 2,2 


33 


2,4 


con i figli 




2,4 


6 


0,6 


6 


1 1,6 


13 


0,9 


altro 




2,4 


14 


1,4 


8 


22 


23 


1,6 


Totali 


42 


100,0 


984 


100,0 


369 


! 100,0 


1.395 


100,0 



I dati indicano chiaramente questa dinamica: la percentuale di uo- 
mini che dichiara di vivere con i genitori è di oltre il 60 percento, per 
le donne questo valore si attesta sul 45 percento; mentre al 6,6 per- 
cento di uomini che dichiara di vivere con il partner corrisponde una 
percentuale quasi doppia per le donne (12,7 percento). Inoltre sono 
percentualmente più praticati da donne i modelli abitativi che con- 
templano il vivere da soli o con uno o più conviventi. L'ultima osser- 
vazione è riferita al fatto che anche in questo campione la responsabi- 
lità della cura dei figli, nel momento in cui la coppia entra in crisi o si 
scioglie, ricade in prevalenza sulle donne. Il valore assoluto di uomini 
e di donne che dichiarano di vivere con i soli figli è esattamente ugua- 
le, a fronte però di un campione in cui le donne rappresentano il 26,5 
percento dell'universo. 

La relazione sesso-età-condizione abitativa rivela un'altra serie di 
comportamenti abbastanza noti (vedi tabella 6) nella realtà sociale ita- 
liana e che si trovano riproposti nella popolazione analizzata: 



26 



Centri sociali: geografie del desiderio 




- si abita con il genitore/i soprattutto tra i 18 e i 21 anni; 

- si sperimentano modelli di coabitazione soprattutto tra i 22 e i 25 
anni; in coincidenza, spesso, di particolari condizioni esistenziali o 
professionali (condizione di studenti, di soggetti migranti, di preca- 
rietà lavorativa ecc.); 

- prendono forma modelli abitativi differenziati tra i 26 e i 30 anni 
e il distacco dalla famiglia originaria trova impulso dalla stabilizzazio- 
ne dei percorsi affettivi e professionali. Intorno a quest'età si decide 
di vivere in coppia o di assecondare il desiderio di autonomia del "vi- 
vere da soli"; 

- si costituiscono unità abitative che insistono su normali profili 
familiari soprattutto a partire dai 3 1 anni; il rapporto abitativo inclu- 
de quindi la formalizzazione di rapporti affettivi (matrimonio) e la 
nascita/presenza di figli; intorno ai 35 anni troviamo la maggiore 
concentrazione di nuclei composti da un solo componente, a segna- 
lare casi di crisi coniugali, divorzi e separazioni o il semplice prolun- 
gamento-stabilizzazione della condizione di single maturata in anni 
precedenti. 



Pohsemid di un luoqo 



27 



£ 




8 1 1 


' "SS '3' 




- i i 




1 
8 




8 1 1 


' 3" '333 ' ' '3 'SS 


3 


- i i 




!" 


a* 


8 1 1 


'5" 'SS-? ' 1 'S3SS 


3 


fN 1 1 




a S 

i| 




1 1 1 




3 






„1 

§ f 


85 


87,0 
4,3 
8,7 




3 




1 sag^s*" ^ 2 £ £ 2 - - 


11 

I! 


S5 


87,5 
12,5 




3 






da solo 




75,0 
25,0 

9,1 

6,3 
16,8 
29,4 
28,0 
10,5 

5,4 

7,1 
21,4 
30,4 
26,8 

8,9 


3 




4 


S5 


§ n 


3 








non indicato / età 

non indicato 
da 18 a 21 anni 
da 22 a 25 anni 
da 26 a 30 anni 
da 31 a 35 anni 
maschio / età 
non indicato 
meno di 18 anni 
da 18 a 21 anni 
da 22 a 35 anni 
da 26 a 30 anni 
da 31 a 35 anni 
più di 35 anni 
fenunina / età 
non indicato 
meno di 18 anni 
da 18 a 21 anni 
da 22 a 25 anni 
da 26 a 30 anni 
da 31 a 35 anni 
più di 35 anni 



28 



Centn sociali: geografie del desiderio 



La diversità dei profili dei frequentatori appare anche da un rapi- 
do sguardo ai percorsi formativi e ai livelli di istruzione. NelTintro- 
durre questa parte è opportuno segnalare una generale situazione di 
alta scolarità, a fronte di una situazione, ormai anche lombarda, carat- 
terizzata da elevati tassi di abbandono scolastico, sia come strategia 
"volontaria" di ricerca anticipata di un ingresso nel mercato del lavo- 
ro, sia come esito, sempre più frequente, di un processo di esclusione 
dal ciclo formativo. 

In dettaglio la tabella 7 svela come la freccia relativa al livello di 
istruzione tra i frequentatori dei csoa sia orientata verso l'alto. Tenen- 
do opportunamente in considerazione che stiamo trattando una po- 
polazione che, data la condizione anagrafica, vede al proprio interno 
una buona presenza di soggetti ancora inseriti in un percorso formati- 
vo, il titolo di studio più rappresentato è il diploma di scuola media 
superiore. Intorno a questo nocciolo si posizionano altre situazioni di 
scolarità: 

- verso il basso, con il 12,3 percento di titolari di diploma profes- 
sionale, con il 20 percento di titolari di licenza media, con lo 0,5 per- 
cento di titolari di licenza elementare; 

- verso l'alto, con il 26,4 percento di soggetti che dichiarano di fre- 
quentare o di aver frequentato alcuni anni di università, con il 7,9 per- 
cento di laureati, con l'I, 8 percento di soggetti che hanno conseguito 
una specializzazione post laurea. Questi ultimi in particolare rappre- 
sentano una quota addirittura doppia rispetto alla media regionale. 



Tabella 7. Livello di istruzione 



Livello di istruzione 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


3 


0,2 


nessun titolo 


7 


0,5 


elementare 


7 


0,5 


media inferiore 


278 


19,9 


diploma professionale 


172 


12,3 


diploma media superiore 


425 


30,5 


alcuni anni università 


368 


26,4 


laurea 


110 


7,9 


specializ. post laurea 


25 


1,8 


Totali 


1.395 


100,0 



Polisemia di un luogo 



29 



L'analisi del livello di istruzione delinea un quadro sociale forte- 
mente orientato a investire in percorsi formativi e che quindi ha nel 
diploma professionale e nel diploma di scuola media superiore i titoli 
di scolarità più rappresentati. Ma anche in questo caso le differenze di 
genere (tabella 8) rompono questo quadro omogeneo e pongono in 
evidenza percorsi differenziati in cui sembra prevalere: 

- per gli uomini, un percorso "tipo" che sfocia nel diploma profes- 
sionale o di scuola media superiore; 

- per le donne, un percorso che, più di frequente, si prolunga ad 
alcuni anni di frequenza universitaria o alla laurea. 

Le donne che frequentano i csoa hanno mediamente in corso o al- 
le spalle carriere scolastiche e formative più lunghe, complesse e me- 
no finalizzate alla ricerca di un'occupazione immediata. 



Tabella 8. Livello di istruzione per sesso 



Livello di istruzione 


Sesso 


Totali 




non indicato 


Maschio 


Femmina ! 

1 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. % 


non indicato 


2 


4,8 




0,1 




- 


1 

3| 0,2 


nessun titolo 






6 


0,6 


1 


0,3 


7! 0,5 


elementare 


1 


2,4 


5 


0,5 


1 


0,3 


7; 0,5 


media inferiore 


13 


31,0 


218 


22,2 


47 


12,7 


278 19,9 


diploma professionale 


4 


9,5 


130 


13,2 


38 


10,3 


172! 12,3 


diploma media superiore 


8 


19,0 


312 


31,7 


105 


28,5 


425| 30,5 


alcuni anni di Università 


11 


26,2 


226 


23,0! 131 


35,5 


368 ! 26,4 


laurea 


3 


7,1 


67 


6,8 


40 


10.8 


1 10; 7,9 


specializz. post laurea 






19 


1,9 


6 


1,6 


25| L8 


Totali 


42 


100,0 


984 


100,0 


369 


100,0 


1.395 100,0 



L'esame della condizione professionale dei frequentatori delinea 
una situazione che per molti versi sfugge alla rappresentazione che 
spesso si è soliti dare dei centri e che, talvolta, finisce per essere con- 
divisa anche all'interno dei centri stessi. 

L'analisi della tabella 9 ci restituisce il quadro di una condizione 
professionale in cui emerge una consistente area di stabilità: si tratti di 



30 



Centri sociali: geografie del desiderio 



posizioni lavorative autonome o dipendenti, la condizione di quanti 
lavorano appare piuttosto distante dall'immagine di soggetti prove- 
nienti da sacche di marginalità sociale e di esclusione, che normal- 
mente si tende a ritagliare loro addosso. 



Tabella 9. Condizione professionale 



Condizione professionale 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


6 


0,4 


lavoratore dipendente 


430 


30,8 


lavoratore autonomo 


228 


16,3 


lavoratore occasionale 


104 


7,5 


in cerca di prima occupazione 


33 


2,4 


disoccupato 


86 


6,2 


studente 


313 


22,4 


studente-lavoratore 


165 


11,8 


altro 


19 


1,4 


militare 


9 


0,6 


pensionato 


2 


0,1 


Totali 


1.395 


100,0 



La prima constatazione che appare dalla distribuzione professio- 
nale dei frequentatori è infatti l'ampiezza di un'area di lavoro nella 
quale trova posto un consistente numero di soggetti. Quasi il 50 per- 
cento dell'intero campione si trova in una condizione lavorativa relati- 
vamente stabile (relativamente, è naturale, alla stabilità di cui può go- 
dere una qualsiasi condizione lavorativa in questi anni), in prevalenza 
nell'area del lavoro dipendente (30,8 percento). 

Accanto a questo primo settore di attività troviamo una presenza 
di soggetti ancora, in parte o totalmente, inseriti nel circuito formati- 
vo. Ci riferiamo a quanti dichiarano di trovarsi nella condizione di 
studente o di studente-lavoratore. 

Considerati nel loro insieme, questi soggetti ammontano a quasi il 
35 percento del campione. 

Questa stratificazione sociale, che di fatto polarizza il quadro pro- 
fessionale, delinea il costituirsi di due aree socioprofessionali relativa- 
mente autonome e differenziate: 

- un' "area dell'inclusione", rappresentata dai vettori del percorso 



Polisemia di un luogo 



31 




lavorativo e reddituale che garantiscono accessibilità a risorse, servizi 
e consumi, 

- un'"area della precarietà", nella quale i soggetti, collocati sul 
mercato del lavoro in posizione marginale o di instabilità, si trovano 
di fatto a intraprendere strategie di adattamento verso esiti auspicati 
di progressiva inclusione, utilizzando le risorse di flessibilità, adattabi- 
lità e mobilità, caratteristiche della condizione lavorativa nel mercato 
del lavoro metropolitano. 

In questa situazione, l'area della precarietà (disoccupati, in cerca 
di prima occupazione, lavoratori occasionali), quella non compresa 
nell'ambito delle posizioni di lavoro e nei percorsi scolastici, si dimen- 
siona attorno al 16 percento del campione. Soprattutto in considera- 
zione della giovane età dei soggetti, si tratta di un'area piuttosto circo- 
scritta nelle due dimensioni, particolarmente per quanto riguarda i 
soggetti in cerca di prima occupazione e per i lavoratori occasionali. 
Connessa ai dati sulla condizione abitativa, certamente fornisce un 
supporto consistente all'ipotesi già avanzata, secondo la quale è ne- 
cessario rivedere il diffuso stereotipo che associa il pubblico dei fre- 
quentatori dei centri sociali alle immagini di marginalità e di esclusio- 
ne sociale, che pure interessano sempre nuovi segmenti della società 
metropolitana. 

Tuttavia, la differenza di genere costituisce ancora una volta il 
principio di altre differenze. 



32 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Tabella 10. Condizione professionale secondo il sesso 



Condizione professionale 


Sesso 


Totali 




non indicato 


Maschio 


Femmina 






v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 






4 


0,4 


2 


0,5 


6 


0,4 


lavoratore dipendente 


14 


33,3 


330 


33,5 


86 


23,3 


430 


30,8 


lavoratore autonomo 


10 


23,8 


171 


17,4 


47 


12,7 


228 


16,3 


lavoratore occasionale 


3 


7,1 


64 


6,5 


37 


10,0 


104 


7,5 


in cerca di prima 
occupazione 


_ 




18 


1,8 


15 


4,1 


33 


2,4 


disoccupato 


4 


9,5 


55 


5,6 


27 


7,3 


86 


6,2 


studente 


8 


19,0 


216 


22,0 


89 


24,1 


313 


22,4 


studente lavoratore 


3 


7,1 


101 


10,3 


61 


16,5 


165 


11,8 


altro 






15 


1,5 


4 


1,1 


19 


1,4 


militare di leva 






9 


0,9 






9 


0,6 


pensionato 






1 


0,1 


1 


0,3 


2 


0,1 


Totali 


42 


100,0 


984 


100,0 


369 


100,0 


1.395 


100,0 



Infatti l'area teoricamente più vulnerabile sotto il profilo del ri- 
schio di marginalità sociale e di caduta in situazioni di povertà parla al 
femminile. Le condizioni di lavoro occasionale, di disoccupazione, di 
ricerca di una prima occupazione e poi le situazioni professionali mi- 
ste (studente-lavoratore) riguardano percentualmente più le donne 
che gli uomini. Nella distinzione di genere questi ultimi svolgono più 
frequentemente attività caratterizzate da regolarità del rapporto di la- 
voro e da stabilità nel tempo, mentre le donne intersecano più spesso 
situazioni di precarietà lavorativa e professionale. L'analisi del campio- 
ne rivela come a fronte di una percentuale del 33,5 percento di uomini 
che dichiarano un'occupazione da dipendente, la stessa condizione sia 
condivisa dal 23,3 percento delle donne, e come il lavoro autonomo 
interessi il 17,4 percento del totale maschile e il 12,7 percento delle 
donne. Si tratta naturalmente di informazioni parziali che richiedereb- 



Polisemia di un luogo 



33 



bero analisi specifiche ma, anche senza voler trarre generalizzazioni 
indebite, sono rivelatrici di una dinamica già osservata in altri contesti 
di ricerca più focalizzati sugli aspetti di povertà, disagio ed esclusione 
sociale. A parità di altre condizioni, la componente femminile di una 
data popolazione presenta una maggiore vulnerabilità di fronte ai ri- 
schi che comportano questi processi. E a compensare i loro effetti 
possono non risultare sufficienti le reti di relazioni preesistenti, nor- 
malmente reti su base familiare, che pure rappresentano, come si è vi- 
sto, un'importante risorsa di stabilità e di continuità dell'esperienza 
biografica, anche quando questa si apre a discontinuità di percorso. 

Nell'area del lavoro dipendente prevale la figura professionale del- 
l'operaio (43,7 percento); seguono le categorie degli impiegati e dei 
tecnici (rispettivamente, 28 percento e 11,3 percento), mentre una 
percentuale minoritaria di soggetti è occupata in funzioni dirigenziali 
(3,7 percento). 

Dal canto suo, l'area del lavoro autonomo si caratterizza per 
un'accentuata diversificazione di settori e attività, che in parte riflette 
le più generali dinamiche dell'occupazione regionale e milanese in 
particolare. 



Tabella 11. Settori di attività dei lavoratori autonomi 



Settori d'attività 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


industria e artigianato 


67 


16,2 


agricoltura 


6 


1,4 


edilizia 


24 


5,8 


commercio/ristorazione 


55 


13,3 


stampa, editoria, radio e Tv 


53 


12,8 


pubblicità, marketing, comunicazione 


61 


14,7 


consulenza aziendale 


16 


3,9 


servizi sociali 


34 


8,2 


turismo e tempo libero 


22 


5,3 


altro 


76 


18,4 


Totale risposte analizzate 


414 


100,0 



N.B. Era possibile indicare fino a un massimo di tre settori. 



Parallelamente si delinea una prevalenza di attività che insistono 
sulla produzione in ambito industriale o artigianale, ma con un peso 



34 



Centri sociali: geografie del desiderio 



relativo certamente non preponderante sull'insieme delle attività. 
Complessivamente considerate, infatti, le occupazioni terziarie rap- 
presentano la maggioranza delle posizioni lavorative autonome e in 
particolare appaiono rappresentate soprattutto le figure professionali 
connesse alle attività di comunicazione (stampa, editoria, pubblicità 
ecc.). Nel dettaglio, questi sono i settori terziari principalmente inte- 
ressati dalla diffusione di posizioni di lavoro autonomo: 

- commercio e ristorazione (13,3 percento); 

- stampa, editoria, pubblicità, radio e Tv (12,8 percento); 

- pubblicità, marketing, comunicazione (14,7 percento); 

- servizi sociali (8,2 percento); 

- turismo e tempo libero (5,3 percento). 

Come si vede, una gamma piuttosto estesa che riproduce fedel- 
mente i caratteri tipici di un mercato del lavoro metropolitano, con 
prevalenza di occupazioni terziarie ma, all'interno di queste, di quelle 
attività più tradizionali connesse alla ristorazione e di quelle dei servi- 
zi avanzati nel campo della comunicazione e in generale delle cosid- 
dette "nuove professioni". 

UN PROFILO DEI PRINCIPALI CENTRI: COX 18 E LEONCAVALLO 

Se nella prima parte sono stati presentati i dati che si riferiscono alla 
generalità dei frequentatori, può essere ora utile dare uno sguardo a 
quella parte del campione che ha dichiarato di frequentare un solo 
centro sociale. Si tratta, in termini statistici, di un insieme pari al 23,6 
percento del nostro campione di frequentatori; mentre, in valore as- 
soluto, i soggetti che dichiarano di frequentare il solo Leoncavallo e il 
solo Cox 18 (i due centri più frequentati) sono rispettivamente 241 e 
69 soggetti. 

L'utilità di questo approfondimento sta nella possibilità di esami- 
nare le caratteristiche di quella parte di frequentatori che, in qualche 
modo, appaiono come i più "identificati" con i rispettivi centri. L'ipo- 
tesi che sottostà alle considerazioni che seguono, infatti, considera 
che la scelta di un unico centro comporti una maggiore identificazio- 
ne con quel centro, di quanto non accada normalmente a un soggetto 
che distribuisca la propria partecipazione su più centri e che a quella 
scelta corrisponda anche, almeno in certa misura, una condivisione 
delle finalità e degli stili di comportamento propri di quel centro. 



Polisemia di un luogo 



35 



Intanto però occorre sottolineare che i dati appena riportati con- 
fermano quanto già noto al pubblico dei centri sociali, cioè l'esistenza 
di un circuito informale di transito dei soggetti, in cui prevale la di- 
mensione della pluriappartenenza e della mobilità territoriale: come si 
è visto, infatti, la partecipazione focalizzata su un unico centro riguar- 
da poco più di un soggetto su cinque. 

Tenuto conto che la provenienza dei questionari grosso modo si 
uguagliava (717 provenienti da Cox 18 e 678 dal Leoncavallo), c'è da 
notare poi come la partecipazione al Leoncavallo, pur senza risultare 
in alcun modo esclusiva, tenda a risultare più "focalizzata" e quindi 
selettiva nei confronti della partecipazione agli altri centri. Quanto 
pesino su questa caratteristica fattori interni al Leoncavallo e quanto 
invece le vicende politiche che hanno coinvolto il centro - cosa, que- 
sta, che potrebbe avere contribuito a rinsaldare i legami di apparte- 
nenza - non è qui possibile indagare. Certo è che, nel caso del Leon- 
cavallo, l'identificazione sviluppata dai singoli partecipanti appare più 
alta che per gli altri centri. Tanto che l'indice di fedeltà (valore per- 
centuale dei frequentatori "focalizzati" sull'universo dei frequentatori 
del centro sociale) al Leoncavallo è decisamente superiore a quello 
espresso dai frequentatori di Cox 18: rispettivamente, 35,5 percento e 
9,6 percento. Volendo riflettere su un'ipotetica "identità leoncavalli- 
na", ci si dovrebbe riferire a questo zoccolo. 

Sotto il profilo anagrafico, i frequentatori del Leoncavallo sono 
più giovani di quelli di Cox 18. 



Tabella 12. Età dei frequentatori secondo il csoa più frequentato 



Età 


Leoncavallo 


Cox 18 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


30 


12,4 


3 


4,3 


meno di 18 anni 


5 


2,1 


1 


1,4 


da 18 a 21 anni 


67 


27,8 


7 


10,1 


da 22 a 25 anni 


65 


27,0 


20 


29,0 


da 26 a 30 anni 


38 


15,8 


18 


26,1 


da 31 a 35 anni 


25 


10,4 


9 


13,0 


oltre 35 anni 


11 


4,6 


11 


15,9 


Totali 


241 


100.0 


69 


100,0 



È soprattutto nella fascia di età compresa tra i 18 e i 21 anni dove 
si manifestano le maggiori differenze: il 27,8 percento dei frequenta- 
tori abituali del Leoncavallo è compreso in questa classe a fronte del 
10,1 percento di Cox 18. Il picco percentuale di Cox 18 è nella fascia 
d'età compresa tra i 26 e i 30 anni, ma le differenze si manifestano 
esplicitamente anche nella fascia di età più adulta, cioè quella che 
comprende soggetti con più di 35 anni: dal 4,6 percento di frequenta- 
tori abituali del Leoncavallo che si trovano in questa condizione ana- 
grafica, si passa al 15,9 percento di Cox 18. 

A questa diversità anagrafica dei due "bacini di utenza" corrispon- 
dono differenze marcate anche su altri piani. Condizione abitativa, li- 
vello di istruzione e condizione professionale rappresentano le princi- 
pali variabili descrittive di queste differenze. 

La condizione abitativa, come in parte era ipotizzabile dalla com- 
parazione tra le classi di età dei due sottocampioni, rivela percorsi 
più differenziati e autonomizzati da parte dei frequentatori di Cox 
18. Dal 21,7 percento di frequentatori abituali di Cox 18 che dichia- 
rano di vivere "da solo/a" si passa al 10 percento del Leoncavallo; 
ma è soprattutto la comparazione tra chi dichiara di vivere con i ge- 
nitori che rende evidente la diversità dei modelli abitativi: il 47,8 
percento di frequentatori abituali di Cox 18, il 62,2 percento del 
Leoncavallo. 



Tabella 13. Condizione abitativa dei frequentatori secondo il csoa più 
frequentato 



Condizione abitativa 


Leoncavallo 


Cox 18 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


1 


0,4 








da solo 


24 


10,0 


15 




21,7 


uno o più conviventi 


30 


12,4 


12 




17,4 


con genitore/i 


150 


62,2 


33 




47,8 


con il partner 


21 


8,7 


4 




5,8 


col partner e figli 


10 


4,1 


3 




4,3 


con i figli 


2 


0,8 


1 




1,4 


altro 


3 


1,2 


1 




1,4 


Totali 


241 


100,0 


69 




100,0 



Polisemia di un luogo 



37 



D confronto tra i livelli di istruzione mostra una realtà più com- 
plessa, perché buona parte dei frequentatori abituali del Leoncavallo 
si trova ancora inserita in un percorso formativo, di cui naturalmente 
non è possibile prevedere gli esiti, mentre per una parte più consi- 
stente di partecipanti a Cox 18 questo iter è ormai concluso. Per que- 
sto, più che rappresentare una fotografia allo stato attuale, sembra più 
corretto vedere questi dati come indicatori di potenzialità di sviluppo 
del capitale umano, particolarmente per quanto riguarda la situazione 
del Leoncavallo. Sotto questo profilo, tale potenziale deve fare riferi- 
mento a quel 27,4 percento di frequentatori abituali del Leoncavallo, 
che dichiara di avere nel proprio bagaglio formativo alcuni anni di 
università. Viceversa, tra i frequentatori abituali di Cox 18, il capitale 
umano, in molti casi giunto al termine del percorso istituzionale di 
istruzione, presenta una più precisa configurazione connessa alle mi- 
nori possibilità di sviluppo ulteriore. 

Sotto il profilo della condizione professionale, Leoncavallo e Cox 
18 presentano, almeno in parte, una differente composizione. 



Tabella 14. Condizione professionale dei frequentatori secondo il csoa più 
frequentato 



Condizione professionale 


Leoncavallo 


Cox 18 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


1 


0,4 






lavoratore dipendente 


86 


35.7 


28 


40,6 


lavoratore autonomo 


25 


10,4 


17 


24,6 


lavoratore occasionale 


17 


7,1 


7 


10,1 


in cerca di prima occupazione 


1 


0,4 


1 


1,4 


disoccupato 


22 


9,1 


1 


1,4 


studente 


55 


22.8 


5 


12 


studente-lavoratore 


26 


10,8 


7 


10,1 


altro 


7 


2,9 


1 


1,4 


militare di leva 




0,4 






pensionato 






2 


2,9 


Totali 


241 


100,0 


69 


100,0 



Coerentemente con la diversa composizione per classi di età, il 



Centri sociali: geografie del desiderio 
38 



Leoncavallo vede al proprio interno una quota di studenti nettamente 
superiore (22,8 percento contro il 7,2 percento di Cox 18). Dal canto 
suo, Cox 18 presenta una parte di soggetti in condizione lavorativa 
nettamente superiore, sia in qualità di lavoratori dipendenti, sia in 
proporzioni ancora maggiori come lavoratori autonomi. La più alta 
stabilità occupazionale di Cox è inoltre documentata, a contrario, da 
una presenza pressoché nulla di disoccupati e di quanti sono in cerca 
di prima occupazione; lo stesso non si può dire per il Leoncavallo, al- 
meno per la quota di disoccupati, che rappresentano infatti un non 
trascurabile 9,1 percento. Dato, quest'ultimo, che oltre a rimarcare 
una notevole differenza con l'altro centro più frequentato, si discosta 
anche dalla media regionale. 

Se l'analisi condotta sulle variabili strutturali (età, titolo di stu- 
dio, condizione professionale, condizione abitativa) ha messo in lu- 
ce differenze non marginali nei profili dei frequentatori dei due 
principali centri milanesi, anche l'esame di alcune variabili qualitati- 
ve riflette un'analoga differenziazione. Anzitutto sui modi attraverso 
cui è avvenuto il primo contatto con il centro sociale. In primo luo- 
go, i frequentatori di Cox 18, in misura ben più rilevante dei "leon- 
cavallini", sono entrati per la prima volta in rapporto con il centro 
tramite amici. 



Tabella 15. Primo contatto con i csoa secondo il csoa più frequentato 



Contano con i centri sociali 


Leoncavallo 


Cox 18 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


8 


3,3 


5 


7,2 


attraverso amici 


159 


66,0 


50 


72,5 


attraverso compagni di scuola 


22 


9,1 






attraverso compagni di lavoro 


5 


2,1 






attraverso i media 


10 


4,1 


1 


1,4 


attraverso forme di propaganda 


15 


6,2 


3 


4,3 


attraverso gruppi e associazioni 


3 


1,2 


3 


4,3 


altro 


19 


7,9 


7 


10,1 


Totali 


241 


100,0 


69 


100,0 



D ruolo svolto dai reticoli su base amicale è un aspetto non secon- 



Polisemia di un luogo 

■ 39 



dario nell'analisi delle forme di azione collettiva. Nei momenti "alti" 
di mobilitazione questo tipo di relazioni alimenta una circolarità dei 
soggetti tra i gruppi di movimento, tramite la quale i gruppi entrano 
in rapporto tra loro e gli individui si rafforzano nella convinzione di 
partecipare a un'unica azione collettiva, pur se articolata in una plura- 
lità di gruppi. Nei momenti "bassi" o di microconflittualità, come l'at- 
tuale, i rapporti con l'esterno condotti prevalentemente su base ami- 
cale si prestano a una lettura ambivalente. Da un lato possono stare a 
indicare una scarsa formalizzazione delle relazioni di gruppo e una 
strutturazione interna poco interessata a veicolare all'esterno l'iden- 
tità collettiva; dall'altro, possono indicare una proiezione verso l'e- 
sterno non irrigidita da canali formali e quindi un '"apertura" capace 
di aumentare la permeabilità del gruppo nei confronti dell'ambiente; 
tanto più importante, questo aspetto, quanto maggiori sono i rischi di 
irrigidimento entro i propri confini di gruppo nei periodi di bassa 
mobilitazione. 

Questa differenza tra i due centri si riflette naturalmente sulle altre 
forme di coinvolgimento. Posto che, per ambedue i centri, le relazioni 
amicali, pur nella differenza quantitativa sopra evidenziata, sono pre- 
ponderanti come canali di inserimento di nuovi soggetti, il Leoncaval- 
lo presenta una maggiore articolazione delle modalità di coinvolgi- 
mento. In particolare, appaiono più efficaci quegli strumenti "di mas- 
sa" (media, propaganda ecc.) che, data la loro natura impersonale, si 
rivolgono al pubblico in maniera indifferenziata e non selettiva. È 
d'altra parte ipotizzabile che il primo contatto con il Leoncavallo, tra- 
mite questi canali, sia stato facilitato dall'attenzione pubblica suscitata 
attorno al centro dalle note vicende che hanno occupato a lungo le 
cronache sui mezzi di comunicazione. In questo senso, la "notiziabi- 
lità" del Leoncavallo, se da un lato può aver favorito presso l'opinione 
pubblica il consolidamento di stereotipi negativi, dall'altro ha certa- 
mente facilitato l'avvicinamento al centro da parte di un pubblico già 
ben disposto in questo senso. Le prese di posizione del centro in ri- 
sposta agli avversari o agli organi di stampa hanno poi contribuito a 
rafforzare ulteriormente l'attenzione generale. 

Le motivazioni che portano a frequentare i due centri segnalano 
ulteriori differenze. 



40 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Tabella 16. Motivazioni a frequentare i csoa secondo il csoa più 
frequentato 



Motivazioni 


Leoncavallo 


Cox 18 




v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


90 


37,3 


26 


37,7 


per stare insieme agli altri 


105 


43,6 


39 


56,5 


per iniziative culturali 


46 


19,1 


22 


31,9 


per iniziative musicali 


69 


28,6 


12 


17,4 


per condivisione di obiettivi politici 


79 


32,8 


18 


26,1 


per confronto e discussione 


36 


14,9 


8 


11,6 


per partecipare a strutture interne 


17 


7,1 


7 


10,1 


per servizi a basso costo 


20 


8,3 


5 


7,2 


altro 


20 


8,3 


1 


1,4 


Totali 


241 


100,0 


69 


100,0 



N.B. La somma delle risposte non corrisponde ai totali perché erano possibili più risposte. 



Anzitutto, la dimensione della socialità, lo "stare insieme agli altri" 
è nettamente più importante per i frequentatori di Cox 18 (56,5 per- 
cento). Subito dopo compare la motivazione a "partecipare alle inizia- 
tive culturali" (31,9 percento). Nel confronto con il Leoncavallo, la 
differenza è immediatamente evidente. In quest'ultimo centro, infatti, 
ben altra importanza rivestono, come motivazioni a frequentare, la 
"condivisione degli obiettivi politici" (32,8 percento) e la "partecipa- 
zione a iniziative musicali" (28,6 percento). Considerato che iniziative 
culturali e iniziative musicali possono agevolmente rientrare in quel 
campo culturale che abbiamo visto essere il terreno elettivo d'azione 
dei centri milanesi, la differenza principale riguarda evidentemente il 
diverso peso della dimensione di socializzazione (maggiore a Cox 18) 
e della dimensione politica (maggiore al Leoncavallo). Il complesso 
rapporto tra queste due dimensioni è già stato esaminato analizzando 
i dati che si riferiscono a tutti i frequentatori dei centri. A ulteriore di- 
mostrazione di come, osservando queste differenze di atteggiamento, 
sia necessario evitare semplificazioni e facili generalizzazioni, contri- 
buiscono le informazioni sulle "idee" di centro più diffuse tra i fre- 
quentatori. 



Polisemia di un luogo 



41 



Tabella 17. Idea di csoa secondo il csoa più frequentato 



Idea di centro sociale 


! 

Leoncavallo 


Cox 18 




v.a. 


1 

% i 
1 f" 


v.a. 




% 


non indicato 


i 

13 


5,4 | 


3 




4,3 


associazione culturale 


24 


10,0 1 


15 


21,7 


impresa sociale 


17 


7,1 | 


4 


5,8 


centro di iniziativa politica 


47 


19,5 , 


9 


13,0 


gruppo di impegno sociale 


79 


32,8 


23 


33,3 


luogo di ritrovo 


46 


19,1 1 


12 


17,4 


altro 


15 


6,2 1 


3 


4,3 


Totali 


241 


100,0 i 


69 


100,0 



Chi, osservando i dati sulle motivazioni a partecipare, si fosse fatta 
dei frequentatori di Cox 18 un'immagine di soggetti interessati solo a 
fruire di un luogo di ritrovo senza altra specificazione - che non fosse 
quella che può derivare dall'organizzazione di iniziative culturali - si 
troverebbe in seria difficoltà a spiegare queste altre informazioni. 
Non solo l'idea di "luogo di ritrovo" raccoglie minori consensi che al 
Leoncavallo, ma l'immagine del centro come "gruppo di impegno so- 
ciale" appare come la più diffusa, mentre, d'altra parte, viene confer- 
mata la più debole caratterizzazione politica rispetto al Leoncavallo, 
considerato che solo il 13 percento dei frequentatori di Cox 18 assi- 
milano il centro sociale a un "centro di iniziativa politica". Come spie- 
gare quella che a prima vista appare come una contraddizione tra le 
motivazioni a frequentare e l'immagine di centro sociale, cioè tra do- 
manda di socialità ("stare insieme agli altri") e consenso verso un'im- 
magine di centro socialmente impegnato? La risposta è implicita nelle 
considerazioni svolte nella parte generale. Solo una visione "politi ci- 
sta" della partecipazione può assimilare una scarsa motivazione a fre- 
quentare per ragioni politiche, con un atteggiamento di disimpegno e 
di rifiuto della partecipazione tout court. E solo una lettura riduzioni- 
sta di quel genere può attribuire alla preponderante domanda di so- 
cialità il significato di semplice ricerca di un "luogo di ritrovo". In 
realtà, si è già visto come nella percezione diffusa tra i soggetti la di- 
mensione sociale tenda a venire distinta da quella politica e a rivestire 
un significato più ampio, che recupera gli aspetti di partecipazione 



42 



Centri sociali: geografie del desiderio 



che talvolta si tende ad attribuire alla sola dimensione politica. E in 
secondo luogo, gli elementi di socializzazione impliciti nella ricerca di 
una personalizzazione dei rapporti intersoggettivi, nella domanda di 
relazioni significative da costruire valorizzando i momenti ludico- 
espressivi, non annullano la proiezione verso l'esterno, ma, al contra- 
rio, possono sostenerla innervandola di motivazioni e significati. 

In definitiva, per i centri sociali milanesi, e in particolare per i due 
più rappresentativi, si pone il problema di una ridefinizione del rap- 
porto tra socialità, partecipazione e politica che, a prendere sul serio i 
dati di ricerca, appare come la questione centrale sulla quale qualifi- 
care la propria presenza nell'area metropolitana. Il fatto poi che a se- 
gnalare la questione siano i frequentatori, non soltanto dà forza a que- 
sta conclusione, ma pone un ulteriore problema: quello del rapporto 
tra il personale dei centri e gli utilizzatori. È la funzione di rappresen- 
tanza di fatto svolta dai primi a essere investita del problema. Quali 
che siano i profili culturali e le strategie d'azione che i diversi centri 
vorranno darsi, non sembra la strada più opportuna quella che pensa 
di poter eludere il problema del rapporto con un universo di frequen- 
tatori che mostra, nei suoi atteggiamenti, di "forzare" i limiti imposti 
da immagini stereotipate e modelli inerziali. 



DIVERSI TERRITORI PER DIVERSI FREQUENTATORI 

Un'altra pista di indagine cui è possibile accennare riguarda la dimen- 
sione territoriale implicita nella partecipazione ai centri sociali. In un 
questionario come quello che è stato utilizzato, necessariamente limi- 
tato a causa di una somministrazione che doveva avvenire nell'ambito 
di iniziative organizzate dai centri, e quindi con poco tempo a disposi- 
zione per la compilazione, non potevano essere approfonditi aspetti 
che pure sarebbero risultati di grande interesse. Per ciò che riguarda 
la dimensione territoriale, in particolare, non sono potute rientrare 
variabili importanti quali le reti locali - amicali, parentali, associative 
- dei soggetti, i modelli di "uso" del territorio, come i luoghi di fre- 
quentazione, l'intensità e le forme della stessa ecc. Nondimeno, alcu- 
ne osservazioni scaturiscono dall'esame dei dati relativi alle aree di 
provenienza dei soggetti. 

L'elaborazione è stata condotta sulla base di una divisione in quat- 
tro contesti territoriali: 



Polisemia di un luogo 



43 



- comune di Milano; 

- hinterland milanese; 

- resto della Lombardia più la provincia di Novara; 

- altri comuni d'Italia. 

Con questa griglia di selezione il campione composto dai 1.395 
soggetti si distribuisce in questo modo. Quasi la metà dei frequentato- 
ri (48,8 percento) risulta residente a Milano, il 16,1 percento nell'hin- 
terland, il 9 percento nel resto della Lombardia, il 22,4 percento in al- 
tri comuni italiani. 



Tabella 18. Luogo di residenza dei frequentatori 



Luogo di residenza 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


51 


3,7 


comune di Milano 


661 


48,8 


hinterland milanese 


224 


16,1 


resto Lombardia + Novara 


126 


9,0 


altri comuni d'Italia 


313 


22,4 


Totali 


1.395 


100,0 



Complessivamente, il territorio di provenienza degli intervistati 
appare molto vasto, considerato che i comuni rappresentati sono 
250, appartenenti a 61 provincie. Certamente su questa estensione 
pesa il contesto in cui è stata fatta la rilevazione, cioè iniziative di ri- 
chiamo pubblicizzate anche al di fuori di Milano e della Lombardia, 
ma se si considera che oltre l'84 percento dei partecipanti a queste 
iniziative dichiara di frequentare abitualmente qualche centro socia- 
le, si può ragionevolmente sostenere che questi dati configurano a 
tutti gli effetti un'indagine non già sui partecipanti a un'iniziativa or- 
ganizzata dai centri, ma sui frequentatori dei centri. In questa pro- 
spettiva, appare non irrilevante la constatazione che la partecipazio- 
ne non si limita a decrescere al crescere della distanza da Milano, ma 
ha un'impennata proprio nella classe di frequentatori che risiedono 
fuori dalla Lombardia. Nell'ipotesi che questi siano per lo più fre- 
quentatori abituali di centri sociali localizzati nelle aree in cui sono 
anche residenti, abbiamo un indicatore delle intense connessioni ter- 
ritoriali che si stabiliscono tra i centri in occasione di importanti ini- 
ziative, una caratteristica, questa, tipica delle "aree di movimento". 



44 



Centri sociali: geografie del desiderio 




Vedremo più avanti alcuni caratteri essenziali di questa struttura "re- 
ticolare". 

Qui ci limitiamo a rilevare descrittivamente alcune caratteristiche 
del campione sotto il profilo della provenienza territoriale, in base al- 
le consuete variabili strutturali. Anche in questo caso è possibile os- 
servare come si tratti di variabili dotate di una certa capacità esplicati- 
va, considerate le differenze che riescono a segnalare all'interno del 
campione. 

In primo luogo, sul livello di scolarità la distribuzione territoriale 
presenta i seguenti caratteri: 

- i residenti a Milano evidenziano percorsi scolastici che si prolun- 
gano normalmente fino al diploma di scuola superiore e alla laurea; 

- i residenti nell'hinterland milanese appaiono più orientati verso 
una specializzazione professionale che permetta, nelle aspirazioni, un 
inserimento immediato nel mondo del lavoro; anche se in questo con- 
testo territoriale va segnalata la massima percentuale di diplomati di 
scuola media superiore; 

- i residenti nel resto della Lombardia (più Novara) presentano 
una maggiore polarizzazione verso il titolo di scuola media inferiore e 
verso la laurea; 

- i residenti in altri comuni italiani presentano carriere scolastiche 
meno orientate alla specializzazione professionale. L'orientamento ge- 
nerale è il conseguimento di un titolo di studio medio-alto. 



Polisemia di un luogo 

■ 45 











i 




Zona di residenza 








$ 




resto 
Lombardia 
+ Novara 




- 

27,8 
15,1 
22,2 
25,4 
7,9 
1,6 
100,0 


i 




U 


è? 


0.4 
0,9 
0,4 
19,6 
15,2 
33,9 
23,2 
4,9 
1,3 
100.0 






il 










4 


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5 





Titolo di studio 






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Centri sociali: geografie dei desiderio 




In sintesi, i livelli di scolarità presentano caratteri specifici in base 
alla provenienza territoriale: profili medio-alti (soprattutto diplomati) 
tra Milano e il suo hinterland, formazione professionale tra hinterland 
e resto della Lombardia, profili medio-bassi tra resto della Lombardia 
e altri comuni d'Italia. 

L'analisi della condizione professionale dei frequentatori in relazio- 
ne alla zona di residenza è meno complessa di quella che si riferisce ai 
livelli d'istruzione, segno di un mercato del lavoro almeno in parte 
svincolato dalla rigidità dei modelli formativi. Il mercato occupaziona- 
le sembra presentare una minore rigidità soprattutto nelle realtà locali 
della provincia lombarda. In queste aree, lo sviluppo di un'economia 
diffusa basata sul tessuto delle piccole e medie imprese sembra con- 
sentire un certo contenimento degli effetti negativi, sul piano occupa- 
zionale, dell'attuale congiuntura. La comparazione svolta tra i soggetti 
secondo l'area di provenienza mostra come queste aree presentino ca- 
ratteristiche socioprofessionali più simili a quelle che caratterizzano il 
contesto della città di Milano, ma sembrano possedere, a differenza 
dell'area cittadina, meccanismi di integrazione più efficaci in grado di 
meglio contenere i rischi di esclusione quantomeno professionale. 



Polisemia di un luogo 



47 



1 












Zona di residenza 


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5 




il 


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Centn sociali: geografie dei desiderio 



Dal punto di vista socioprofessionale le evidenze londamentali che 
interessano il campione di frequentatori residenti nel "resto delle 
Lombardia più Novara" sono le percentuali di lavoratori dipendenti 
(31,7 percento), di lavoratori autonomi (19,8 percento) e di studenti 
(26,2 percento). Da queste aree provengono (percentualmente) meno 
soggetti che dichiarano di trovarsi disoccupati o in cerca di prima oc- 
cupazione (7,2 percento) e appare inoltre di più modesta entità la 
quota di studenti-lavoratori (7,1 percento). 

La composizione dei residenti nel comune di Milano presenta un 
significativo scostamento dalla media dei frequentatori per ciò che ri- 
guarda coloro che sono in cerca di prima occupazione (11,3 percento 
contro una media di 2,4 percento). L'altra particolarità dell'area mila- 
nese è data dalla maggiore propensione al lavoro autonomo ( 18,2 per- 
cento) e, correlativamente, da una quota più contenuta di lavoratori 
dipendenti (27,6 percento contro una media del 30,8 percento). 

Dal canto loro, i frequentatori che provengono dall'hinterland mi- 
lanese presentano tassi di disoccupazione relativamente contenuti, 
una quota mediamente più bassa di soggetti che dichiarano di lavora- 
re in forma occasionale, una presenza non marginale di quanti dichia- 
rano di svolgere un'attività autonoma. 

Infine i residenti in "altri comuni d'Italia" che frequentano i centri 
sociali sono professionalmente compresi nell'area del lavoro dipen- 
dente (35,5 percento, percentuale in assoluto più alta), della disoccu- 
pazione (6,7 percento) e nella condizione di studente (23,3 percento). 

Qualche specificazione ulteriore sulla distribuzione territoriale dei 
frequentatori può essere introdotta a proposito delle motivazioni a 
frequentare i centri sociali. 



Già dai primi anni Novanta i canali d 
comunicazione nei centri sociali si 
sono estesi all'utilizzo di nuove 
tecnologie. Questa e l'immagine a 
seguire sono le schermate iniziali dell. 
Decoder Bbs e di Ecn Milano, punti 
di riferimento della telematica 
alternativa milanese. 



DECODER 



Polisemia di un luogo 



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II 



«1 



iSilL 



Centri sociali: geografie dei desiderio 




Cada un palo d'anni l'intere 
alla telematica si e esteso anc 
Internet tanto che Decoder e 
hanno un proprio sito Web. 



I dati più significativi al riguardo interessano gli abitanti del comu- 
ne di Milano e gli abitanti dell'hinterland. I primi dichiarano in misu- 
ra percentualmente maggiore (26,3 percento) degli altri frequentatori 
un interesse verso i centri sociali, motivato dalle iniziative culturali 
che lì vengono ospitate. In parte diverse le motivazioni che vengono 
dalla periferia: qui il peso di quanti vedono nei centri sociali un luogo 
dove "stare insieme agli altri" (47,3 percento) è relativamente maggio- 
re, rispetto ad altre porzioni di territorio in cui abbiamo diviso il no- 
stro campione. Per quanto dunque la "domanda di socialità" sia pre- 
ponderante sulle altre motivazioni in tutte le aree territoriali, l'hinter- 
land milanese si segnala particolarmente per le dimensioni di questo 
tipo di domanda. Correlativamente, la condivisione delle finalità poli- 
tiche, come motivazione a frequentare i centri, viene segnalata dai 
soggetti residenti nella periferia in percentuale inferiore che nelle al- 
tre aree territoriali. L'hinterland milanese rappresenta quindi l'area 
nella quale i soggetti vivono la più radicale divaricazione tra socialità e 
politica, nella scelta di frequentare i centri sociali. Va precisato che 
con questo non si intende una scarsa condivisione delle finalità politi- 
che espresse dai centri (la domanda del questionario non chiedeva il 
grado di condivisione delle scelte politiche), ma la scarsa incidenza di 
queste finalità nel motivare i soggetti a partecipare alla vita dei centri. 
In sostanza sono luoghi la cui attrattività, agli occhi di quanti vivono 
in periferia, risiede, ancor più che per altri soggetti, nelle possibilità di 
incontro e di socialità che essi forniscono e, ancor meno che per altri, 
nelle finalità politiche che i centri esprimono. Queste considerazioni 
trovano poi conferma nei dati che illustrano le diverse "idee" di cen- 
tro espresse dai frequentatori. 



Polisemia di un luoqo 



51 







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3 




Zona di residenza 




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1 

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1 






non indicato 

associazione culturale 

impresa sociale 

centro iniziativa politica 

gruppo di impegno sociale 

luogo di ritrovo 

altro 

Totali 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Se in generale il centro sociale viene identificato come luogo "di 
iniziativa politica" da una quota modesta di frequentatori (12,2 per- 
cento), coloro che provengono dall'hinterland sono i meno propensi a 
identificarlo in questo modo (10,3 percento). Al contempo, il centro 
viene visto come "luogo di ritrovo" in misura relativamente superiore 
proprio da questo tipo di frequentatori (21,4 percento). 

Infine, può risultare di qualche interesse una considerazione sulla 
frequentazione dei singoli centri sociali milanesi in base alla prove- 
nienza dei soggetti. Ebbene, osservando la partecipazione ai due cen- 
tri più frequentati, Leoncavallo e Cox 18, si nota che mentre il Leon- 
cavallo attrae quote relative via via crescenti al crescere della distanza 
del luogo di residenza da Milano, Cox 18 presenta una dinamica con- 
traria, dove cioè l'attrattività decresce al crescere della distanza da 
Milano. Anche questo dato richiede una precisazione. La considera- 
zione appena esposta non significa che il Leoncavallo è frequentato di 
più da non milanesi che da milanesi. Le percentuali infatti si riferisco- 
no al totale dei frequentatori di ciascuna area territoriale, non al tota- 
le dei frequentatori del Leoncavallo. L'utilità del tipo di lettura da noi 
proposto sta nella possibilità di stabilire una proporzione nel peso del- 
le diverse aree di provenienza. E quindi la lettura corretta considera, 
nel caso del Leoncavallo, una crescita di tipo proporzionale del peso 
delle aree territoriali più distanti da Milano. In sostanza, la lettura da 
fare è la seguente: quanto più distante da Milano abita un frequenta- 
tore dei centri milanesi, tanto maggiori sono le probabilità che egli sia 
un frequentatore del Leoncavallo. L'attrattività di questo centro è pro- 
porzionalmente maggiore nei confronti di residenti non milanesi e 
non lombardi. 



DROGHE TRA REPRESSIONE E SFIDA SIMBOLICA 

Il progetto di ricerca sui frequentatori è nato con "Piantiamola" e 
"Marijuana e altre storie", iniziative di sensibilizzazione e confronto 
sui temi della liberalizzazione/depenalizzazione delle droghe leggere. 
A fronte della diffusione di questa pratica sociale (si stimano oltre un 
milione i fumatori abituali di derivati della canapa in Italia), le rispo- 
ste - su questo l'iniziativa dei centri sociali ha insistito - non sono an- 
date al di là dei tradizionali strumenti di natura repressiva e sanitaria, 
e in genere di natura "trattamentale", con i quali si è soliti affrontare i 



Polisemia di un luogo 



53 



problemi sociali. In Italia l'unico vero dibattito che in qualche modo 
ha intersecato questo problema si è concentrato sui modelli terapeuti- 
ci per il recupero dei tossicodipendenti. 

In una sezione appositamente dedicata a questi aspetti il questio- 
nario affrontava preliminarmente la semantica del termine "fumo", 
chiedendo agli intervistati di attribuire al concetto un significato a 
scelta tra sei possibilità. 

La tabella 23 illustra la distribuzione del campione tra i diversi si- 
gnificati che sono stati attribuiti. 



Tabella 23. Cosa significa "fumo" 



Significati 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


83 


5,9 


star bene con me stesso 


362 


25,9 


stare insieme agli altri 
in maniera rilassata 


483 


34,6 


rifiutare la logica del sistema 


89 


6,4 


un'alterazione artificiale dannosa 


18 


U 


mi piace e basta 


278 


19,9 


il fumo non mi interessa 


82 


5,9 


Totali 


1.395 


100,0 



I consensi maggiori riguardano i seguenti significati: 

- "stare insieme agli altri in maniera rilassata" (34,6 percento); il fu- 
mo in questo caso sintetizza un insieme di significati che alludono a 
una dimensione di socialità nella quale recuperare spazi di vita in certa 
misura liberati dal tempo frenetico e imposto dall'esterno della vita 
quotidiana. In questo significato si fa chiaramente riferimento ad am- 
biti relazionali densi ed emotivamente significativi per i soggetti, che 
possono talora configurarsi anche in senso spaziale (luoghi di incontro 
e di aggregazione). Il soggetto pone al centro del suo interesse espres- 
sivo l'interazione sociale e l'esito di questa ricerca è visto nel costituirsi 
di ambiti di relazione "rilassati", non perturbati da "rumore sociale"; 

- "star bene con me stesso" (25,9 percento); un significato che evi- 
dentemente insiste sulla dimensione soggettiva e non immediatamen- 



54 



Centri sociali: geografie del desiderio 



te relazionale del piacere. Peraltro, a passare in secondo piano, ancor 
più della socialità in quanto tale, sono gli elementi di ritualità che 
sempre accompagnano la condivisione collettiva di questi momenti. 
Posto infatti che "star bene con se stessi" non implica necessariamen- 
te l'assenza di interesse verso un piacere condiviso con altri, questo 
atteggiamento sembra più da leggere nei termini di un disinteresse nei 
Confronti dei "modi" in cui praticamente si instaurano le situazioni di 
socialità. Infine, si esprime una modalità di consumo in chiave esplo- 
rativa e di allargamento degli stati individuali di sensibilità, di confu- 
sione creativa ecc.; 

- "non significa nulla, mi piace e basta" (19,9 percento); nella sot- 
trazione di qualsiasi significato che non sia quello derivante dal piace- 
re generato dal consumo, questa parte di soggetti sembra portare alle 
estreme conseguenze il "minimalismo" che caratterizza la categoria 
precedente. In questo caso, tuttavia, non si può escludere un'implica- 
zione paradossale: una radicale designificazione, tanto esibita nella 
sua formulazione linguistica, da volgersi in attribuzione di un nuovo 
significato, quello appunto che contesta tutti i significati finora attri- 
buiti al fumo in quanto "ridondanti" sul piano simbolico. In definiti- 
va, una sorta di "sfida simbolica" condotta per sottrazione di signifi- 
cato invece che per incremento. 

Una parte molto ridotta di frequentatori ha optato per significati a 
forte caratterizzazione politica. Ci si riferisce a quel 6,4 percento di 
soggetti per cui il fumo rappresenta un rifiuto della "logica del siste- 
ma": la dimensione modesta di questa area di risposte segnala, se ce 
ne fosse bisogno, il declino di appeal di interpretazioni del fumo in 
chiave di politica ideologica. La sensibilità diffusa appare invece 
orientata a inquadrare la questione del consumo di droghe leggere in 
termini culturali e di opportunità pratiche. 

Un altro aspetto che gli organizzatori di "Piantiamola" e "Marijua- 
na e altre storie" hanno voluto affrontare riguarda gli aspetti relativi al 
controllo-repressione del consumo di droghe. Si chiedeva ai frequen- 
tatori se è capitato loro di essere stati fermati per possesso di fumo. I 
risultati documentano un'elevata percentuale di "fermati": precisa- 
mente il 46,7 percento dell'intero campione. Inoltre, mentre di questi 
il 48,6 percento dichiara di essere stato rilasciato con il solo sequestro 
del fumo, il 25,5 percento dichiara di essere stato portato in caserma o 
in questura e il 25,9 percento di aver subito altre conseguenze (rila- 
sciato con il fumo, botte, minacce, denuncia, arresto, schedatura ecc.). 



Polisemia di un luogo 



55 



Nel caso di azione penale, è il caso di 142 frequentatori, l'esito del 
processo ha dato origine, in particolare, a tre tipi di sentenze: 

- condanna (15,5 percento); 

- condanna con sospensione pena (22,5 percento); 

- assoluzione per uso personale (36 percento); 

Dati in parte contraddittori, che documentano un'estesa azione di 
controllo, ma al contempo evidenziano come tra il fermo e l'azione 
penale si snodi un itinerario che può portare in direzioni molto diver- 
se, tra cui il semplice sequestro della sostanza. In questo caso i giovani 
fermati detenevano modiche quantità di droghe, in quantità tali da 
non giustificare ulteriori azioni penali. I diversi sistemi di controllo 
sembrano quindi reagire con la trasmissione di un "senso d'accerchia- 
mento" dei consumatori, attraverso un'azione sul territorio caratteriz- 
zata da un'attività continua di monitoraggio che implica un numero 
elevato di controlli. 

Un aspetto particolare che si è inteso indagare è poi quello che ri- 
guarda le opinioni circa la presenza del fumo nei centri sociali. 



Tabella 24. Giudizio sul consumo di " fumo" nei csoa 



Giudizio 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


59 


4,2 


è una cosa normale 


482 


34,6 


è una cosa positiva perché 
i csoa sono spazi di autonomia 


783 


56,1 


ci si espone a rischi legali 


60 


43 


è rischioso perché si può 
passare a qualcosa di pesante 


11 


0,8 


Totali 


1.395 


100,0 



Un aspetto che presenta una certa rilevanza presso l'opinione pub- 
blica generale, considerato che questa presenza viene spesso associata 
a rappresentazioni dei centri come ambiti continuamente sospesi tra 
legalità e illegalità, quando non come luoghi che godrebbero di una 
sorta di impunità, tipica di "spazi franchi" al riparo dalle conseguen- 
ze, che riguardano invece tutti i cittadini che si trovassero ad agire de- 
terminati comportamenti. 



56 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Per la maggior parte dei frequentatori (56,1 percento) la presenza 
del fumo nei centri è associata immediatamente all'idea di questi luo- 
ghi di aggregazione come spazi autonomi: il fumo è visto come cosa 
positiva perché attesta l'autonomia dei centri nel determinare stili di 
vita e codici di comportamento. Una risposta, inoltre, che non si limi- 
ta a concepire il fumo come "una cosa normale" (questo atteggiamen- 
to rappresenta infatti il 34,6 percento), ma afferma una positività di 
questa pratica in ragione dell'uso sociale che di questa autonomia vie- 
ne fatto dai centri, tanto da spingere il 78,3 percento del campione a 
sostenere l'ipotesi di una vendita delle droghe all'interno dei centri 
mediante una gestione collettiva della distribuzione. 



Tabella 25. Opinione sul rapporto da tenere con i pusher nei csoa 



Opinione 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


55 


3,9 


sarebbe meglio allontanarli 


64 


4,6 


non sono un problema, 
fanno un servizio utile 


184 


13,2 


sarebbe meglio una gestione collettiva 


1.092 


78,3 


Totali 


1.395 


100,0 



Questa idea, in particolare, è vista come la soluzione ideale al pro- 
blema di una vendita attualmente gestita dai pusher. In misura minore 
(13,2 percento) la presenza di "venditori" nei centri viene tollerata 
perché svolgono "un servizio utile". È tuttavia presente anche una 
quota, pur minoritaria (4,6 percento), di soggetti che ritiene sarebbe 
meglio allontanare queste persone. All'idea di una gestione collettiva 
si accompagna la domanda di una coltivazione organizzata della cana- 
pa: il 78 percento si dichiara favorevole a questa ipotesi, mentre solo il 
6,7 percento si mostra contrario. 



Polisemia di un luogo 



57 



Tabella 26. Opinioni sull'idea che i csoa debbano organizzare la 
coltivazione della canapa indiana 



Opinioni 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


80 


5,7 


favorevole 


1.008 


78,0 


contrario 


93 


6,7 


non saprei 


214 


15,3 


Totali 


1.395 


100,0 



Da rilevare la percentuale non trascurabile di frequentatori (il 15,3 
percento) che non sa esprimersi rispetto a questa ipotesi. Oltre alla 
coltivazione e alla vendita di canapa i centri dovrebbero organizzare 
anche attività di produzione di derivati (alimenti, prodotti cosmetici, 
tessuti naturali ecc.): questa, almeno, è l'opinione del 65,2 percento 
del campione. 



Tabella 27. Opinioni sull'idea che i csoa debbano organizzare attività di 
produzione dei derivati dalla canapa indiana 



Opinioni 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


107 


7,7 


favorevole 


909 


65.2 


contrario 


109 


7,8 


non saprei 


270 


19,4 


Totali 


1.395 


100,0 



Ma anche in questo caso si ripropone una notevole percentuale di 
soggetti privi di un'opinione in merito (19,4 percento). Evidentemen- 
te, per molti frequentatori le competenze in questo campo si limitano 
alla sfera del consumo e ne rimangono così esclusi gli aspetti diretta- 
mente produttivi e trasformativi. Che si tratti di mancanza di compe- 
tenze, piuttosto che di interesse, è testimoniato dalla grande maggio- 
ranza (75,8 percento) di favorevoli all'ipotesi di organizzare nei centri 
sociali attività di formazione sull'uso, sulla coltivazione e sulla trasfor- 
mazione della canapa. 



58 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Tabella 28. Opinioni sull'idea che i csoa debbano organizzare attività di 
formazione sull'uso, sulla coltivazione e sulla trasformazione della canapa 
indiana 



Valore 


.... 

Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


111 


8,0 


favorevole 


1.057 


75,8 


contrario 


74 


5,3 


non saprei 


153 


11,0 


Totali 


1.395 


100,0 



In questi ultimi anni si stanno affermando modelli culturali e di 
consumo che insistono anche sull'uso di droghe (sintetiche, allucino- 
gene) che elevano gli standard di efficienza psicofisica dei soggetti. 
L'ecstasy, diventata famosa per la sua spettacolarità televisiva ("i mor- 
ti del sabato sera") è una di queste. Riappare lo stereotipo di fenome- 
ni sociali spiegati come semplice prodotto di alterazioni/manipolazio- 
ni sintetiche. 



Tabella 29. Opinioni sul consumo di ecstasy 



Opinioni 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


102 


7,3 


è roba per maratoneti da discoteca 


643 


46,1 


accresce le energie e gli stati emotivi 


181 


13,0 


è una droga organica al sistema 


206 


14,8 


non saprei 


263 


18,9 


Totali 


1.395 


100,0 



Un orientamento tanto radicato da far ritenere al 46,5 percento dei 
frequentatori che l'ecstasy è "roba per maratoneti da discoteca". Solo 
il 13 percento del campione si pone in maniera, per così dire, "descrit- 
tiva" di fronte al consumo di ecstasy, affermando che "accresce le 
energie e gli stati emotivi". Il 14,8 percento dei rispondenti ritiene trat- 
tarsi di una "una droga organica al sistema", restituendone in questo 
modo un'immagine visibilmente ideologizzata. Infine, quasi il 20 per- 
cento, dichiara di non sapere nulla sul consumo di ecstasy. Certamente 



Polisemia di un luogo 



59 



più delicata in questo caso, rispetto al caso delle droghe leggere, è la 
questione che riguarda l'atteggiamento da tenere nei confronti del 
consumo di ecstasy all'interno dei centri. La posizione secondo la qua- 
le "bisogna scoraggiarne il consumo" è infatti prevalente e condivisa 
dal 46,5 percento dei frequentatori. Ma non è irrilevante la quota di 
persone (17,9 percento) che ritengono si debba impedirne il consumo. 



Tabella 30. Opinioni sul consumo di ecstasy all'interno dei csoa 



Opinioni 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


114 


8,2 


va incoraggiato il consumo 


17 


U 


va tollerato il consumo 


282 


201 


bisogna organizzare 
forme di vendita controllata 


83 


5,9 


bisogna scoraggiare il consumo 


649 


46,5 


bisogna impedire il consumo 


250 


17,9 


Totali 


1.395 


100,0 



PLURIAPPARTENENZE E STRUTTURA DI RETE 

L'esistenza di una struttura reticolare di collegamento rappresenta tra- 
dizionalmente la condizione organizzativa di riproduzione delle espe- 
rienze di movimento. Tale struttura, che si articola allo stato di latenza 
nello scambio informale condotto per lo più a livello personale, ga- 
rantisce la comunicazione delle esperienze e la continuità della "me- 
moria" di movimento. Tali funzioni rappresentano risorse essenziali 
nei momenti in cui il conflitto sociale non si esprime in vaste forme di 
mobilitazione collettiva e per ciò stesso forniscono il retroterra orga- 
nizzativo per eventuali successive occasioni di mobilitazione. 

Ciascun punto di aggregazione rappresenta un luogo di socializza- 
zione dai caratteri specifici, caratterizzato da attività e modelli orga- 
nizzativi a esso peculiari. Ma il comune riferimento al medesimo reti- 
colo organizzativo consente ai soggetti di accedere a un serbatoio di 
esperienze più ampio, di quello rappresentato dal singolo punto di ag- 
gregazione. "Transitando" da un punto all'altro del reticolo, gli indivi- 



60 



Centri sociali: geografie del desiderio 



dui, più che le rappresentanze formali (che sarebbe arduo rintracciare 
nelle aree di movimento), diventano il veicolo di una comunicazione 
orizzontale che presenta i connotati dell 'informalità e della capillarità. 

Per il fatto di essere molecolare, questa comunicazione non è ne- 
cessariamente destinata a essere territorialmente circoscritta: la sua 
capillarizzazione non è in via di principio antitetica alla possibilità di 
estenderne il raggio oltre i confini territoriali che delimitano l'espe- 
rienza esistenziale dei soggetti. Non di rado, lo scambio interessa ag- 
gregazioni situate in aree urbane anche molto distanti tra loro, talora 
anche in contesti nazionali differenti. 

Questi caratteri delle aree di movimento trovano sostegno nelle 
forme di adesione e poi di fruizione delle attività dei centri sociali che, 
singolarmente, i frequentatori dei centri mettono in atto. 

Anzitutto si deve osservare che oltre il 66 percento dei frequenta- 
tori entra in contatto con la realtà dei centri attraverso amici. Se poi si 
considera che le forme di propaganda, come volantini, locandine ecc. 
(6,6 percento) e il tramite costituito da altri gruppi e associazioni (2,7 
percento) rivestono scarsissima importanza nel favorire il primo con- 
tatto con i centri, appare un dato incontrovertibile: l'adesione ai cen- 
tri non avviene, se non marginalmente, a seguito della comunicazione 
formalizzata con cui normalmente un soggetto politico ricerca con- 
senso e adesioni all'esterno (per l'appunto, propaganda e rapporti 
formali con altre entità organizzate); sono invece gli individui già inse- 
riti, a fornire il tramite, con le loro reti amicali, tra il centro sociale e 
l'ambiente. 



Tabella 31. Modi in cui si entra in contatto con i csoa 



Modi 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


97 


7,0 


attraverso amici/che 


926 


66,4 


attraverso compagni/e di scuola 


74 


5,3 


attraverso compagni/e di lavoro 


10 


0,7 


attraverso stampa ed emittenti radio-Tv 


38 


2,7 


attraverso volantini, manifesti ecc. 


92 


6,6 


attraverso gruppi o associazioni 


37 


2,7 


altro 


121 


8,7 


Totale 


1.395 


100,0 


Polisemia di un luogo 




61 - 



Per questa via, il concetto di struttura reticolare che può essere ap- 
plicata al centro in quanto entità organizzata, si estende fino a com- 
prendere le relazioni, che singolarmente gli aderenti intrattengono nei 
diversi ambiti della vita sociale che si trovano a frequentare. Se l'esse- 
re il centro inserito in un circuito comunicativo cui fanno parte altri 
centri qualifica il centro stesso come "nodo" di una rete, sono gli stes- 
si singoli aderenti a far sì che questa rete mantenga aperti i canali di 
trasmissione verso l'esterno. Non solo, ma è da presumere che questo 
ruolo dei singoli si sviluppi anche all'interno della stessa rete dei cen- 
tri, dal momento che quasi il 60 percento dei frequentatori dichiara di 
partecipare alla vita di più di un centro. La pluriappartenenza dei sog- 
getti costituisce, per così dire, la base materiale su cui si instaurano 
anche gli stessi rapporti tra i centri, oltre che i rapporti tra centri e 
ambiente circostante. In altri termini, prima ancora che attraverso i 
rapporti formali tra i centri in quanto entità organizzate, le relazioni 
passano attraverso la frequentazione plurima da parte dei singoli. 

Questa funzione relazionale dei singoli aderenti mette capo a 
un'altra considerazione. Se è vero che si entra in contatto con i centri 
sociali tramite le relazioni amicali, c'è da aspettarsi che i "nuovi arri- 
vati" riproducano più o meno le stesse caratteristiche, per età, grado 
di istruzione, stili di vita, aspirazioni, di coloro che già partecipano al- 
la vita dei centri sociali. Questo significa che il grado di coesione in- 
terna ai centri, le affinità che si possono riscontrare tra i partecipanti, 
obbediscono in primo luogo a un criterio generazionale: coloro che 
entrano in contatto con un centro sociale, lo fanno in quanto parteci- 
pano della comune condizione generazionale di chi già vi partecipa. 
Una certa "continuità" dell'esperienza collettiva nei centri è quindi da 
ricercare nelle stesse forme di relazione, tramite le quali si riproduce 
l'adesione, prima ancora che nella "coerenza" con cui i centri ripro- 
ducono e veicolano i loro messaggi. 

Questa conclusione trae forza ulteriore dal fatto che sono soprat- 
tutto i frequentatori appartenenti alle classi di età più giovani, quelli 
che più spesso sono entrati in contatto con i centri attraverso relazioni 
amicali. 



62 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Totali 




è? 




a" 




s- 


5 


5 


5 


5 


i 


3 








2 


s 






s 




2 


più di 
35 anni 


55 








i 




2 


s 




1 


3 




R 




i 




00 








da 31 a 
35 anni 


55 
















3 


1 


3 




P 






2 


2 






§ 


da 26 a 
30 anni 


55 




**\ 
s 




1 




°° 






1 


3 




2 


2 


i 






00 






da 22 a 
25 anni 


55 




S 












— . 


1 


3 










00 






Ri 




da 18 a 
21 anni 


55 








2 










100,0 


3 




s 














a 


il 


55 




1 


1 


1 








2 


1 


3 




a 






(N 












55 




1 














I 


3 


















s 


i 
1 






| 

.s 


1 
1 


§ 

*6 


l 


1 


attraverso propaganda 


attraverso gruppi 
e associazioni 


i 


1 



Polisemia di un luogo 



Al contrario, cresce tra i frequentatori delle classi di età più matu- 
re la percentuale di coloro che sono entrati in contatto con i centri 
tramite canali più impersonali, quali gli strumenti di propaganda, i 
media, altri gruppi o associazioni. Se dunque col tempo è destinato a 
crescere - per effetto delle uscite dei membri più "anziani" - il peso 
di quanti sono entrati per affinità generazionale, è lecito supporre che 
questa affinità sia destinata a riprodursi nel futuro come tratto carat- 
teristico della coesione interna, quali che siano le scelte che i diversi 
centri faranno, in relazione ai temi concreti su cui si svilupperà la loro 
azione collettiva. 

Prima però di entrare nel merito dei contenuti di questa esperien- 
za, così come vissuta dai frequentatori, è bene sottolineare un'altra ca- 
ratteristica che presentano i centri, in quanto strutture organizzate 
nelle aree di movimento. 

Oltre che reticolare, la struttura delle aree di movimento è policefa- 
la. I reticoli organizzativi non danno luogo a forme gerarchiche di re- 
lazioni tra i diversi punti, ma ciascuno di questi vive come luogo spe- 
cifico di produzione dell'identità collettiva. La comunicazione oriz- 
zontale presuppone, e al contempo riproduce, una circolazione infor- 
male di atteggiamenti, oltre che di soggetti, al di fuori dei canali pre- 
costituiti della rappresentanza formale. Allo stato di latenza, il movi- 
mento richiede infatti forme di relazione che abbassino quanto più 
possibile le "barriere all'accesso", che favoriscano la fruibilità di cia- 
scuna esperienza aggregativa da parte del maggior numero possibile 
di soggetti e che consentano un'elevata mobilità dei soggetti entro la 
struttura di rete. Perché questo sia possibile, è necessario che le rela- 
zioni tra i diversi poli di aggregazione si svolgano senza le restrizioni 
che inevitabilmente l'adozione di una struttura formalizzata compor- 
terebbe. Di qui, il basso grado di formalizzazione delle strutture orga- 
nizzative, la loro fluidità e il loro sedimentarsi in vista degli scopi da 
conseguire, piuttosto che in funzione delle esigenze e di rappresenta- 
tività. Laddove la rappresentanza presuppone relazioni formalizzate, 
istanze partecipative situate a diversi livelli di gerarchia, delega di fun- 
zioni direttive e gestionali, meccanismi e procedure per la formazione 
delle decisioni e il controllo delle stesse, le aree di movimento si ali- 
mentano invece dell'informalità dei rapporti interni, dell'orizzontalità 
delle relazioni tra i nodi della struttura reticolare, della fluidità dei 
ruoli, della indivisibilità delle istanze decisionali e della non replicabi- 
lità (unicità) del gruppo. 



64 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Questi caratteri di fondo (struttura reticolare e policefala) rappre- 
sentano altrettante "risorse" organizzative per il movimento allo stato 
di latenza. Rappresentano infatti i presupposti in base ai quali questo 
tessuto associativo si dispone alla mobilitazione collettiva, nei mo- 
menti di aperto conflitto sociale. E tuttavia sono proprio questi carat- 
teri a mettere ora le aree di movimento di fronte a una contraddizione 
strutturale. Quella tra l'essere raggruppamenti "predisposti" alla mo- 
bilitazione collettiva nell'ambito di un conflitto radicale e la perdu- 
rante assenza di movimenti in cui "riconoscere" e vedere all'opera i 
propri caratteri di condotte conflittuali. 

In passato si è talora reagito a questa contraddizione "simulando" 
il movimento, enfatizzando i caratteri di discontinuità con l'ordine 
costituito e attribuendo natura di "personaggi" alle diverse parti in 
conflitto. Il "movimento-personaggio", con la sua mistica delT"alte- 
rità", il suo agire coerente in vista del raggiungimento di una meta che 
dava senso al divenire storico, ha rappresentato, nei momenti di bassa 
conflittualità sociale, un potente surrogato del movimento "reale". 
Questo ha consentito il mantenimento e la riproduzione di un'iden- 
tità controculturale e di forme di solidarietà che, nell'impossibilità di 
esprimersi all'interno del conflitto sociale, sarebbero irrimediabil- 
mente andate perdute. 

La situazione attuale, di frammentazione dei conflitti e di prolife- 
razione di soggetti collettivi, che si dislocano al di fuori di un "conflit- 
to fondamentale", favorisce la formazione di nuovi atteggiamenti in 
seno ai centri sociali. 

Tre sono gli indicatori con i quali abbiamo inteso osservare questi 
nuovi atteggiamenti: 

a) le motivazioni per le quali si aderisce ai centri; 

b) l'"idea" di centro che i frequentatori attuali hanno maturato; 

c) le aspettative circa le attività che il centro dovrebbe svolgere. 

Si tratta di indicatori che, come è facile intuire, non sono esplicati- 
vi di atteggiamenti e opinioni riguardanti il "sistema" (la società, la 
politica, la condizione giovanile ecc.), ma sono rivelatori di atteggia- 
menti e opinioni che si riferiscono all'"attore" (il centro sociale in 
quanto entità collettiva). Ci è sembrato questo l'angolo di visuale che 
più direttamente è in condizione di gettare luce sui rapporti che inter- 
corrono tra il centro come espressione di un'azione collettiva e i parte- 
cipanti dell'azione stessa. Molto di più dell'approccio globalizzate, 
che pretende di inferire gli atteggiamenti nei confronti della partecipa- 



Polisemia di un luogo 



65 



zione dalle opinioni sul "sistema", ma anche molto di più dell'approc- 
cio riduzionista che dall'analisi del comportamento collettivo fa deri- 
vare motivazioni e atteggiamenti individuali nei confronti dell'azione. 
Vediamo separatamente i tre indicatori. 

TANTI MOTIVI PER PARTECIPARE 

Visti i modi in cui si entra in contatto con i centri sociali, in base a 
quali motivazioni lo si fa? I dati mostrano un netto prevalere delle 
motivazioni di tipo "espressivo", quali lo "stare insieme agli altri" 
(41,6 percento) e le iniziative musicali (32,1 percento). 

Tabella 33. Motivi per frequentare i csoa 



Motivi 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


578 


41,4 


stare insieme agli altri 


581 


41,6 


iniziative culturali 


323 


23,2 


iniziative musicali 


448 


32,1 


obiettivi politici 


384 


27,5 


confronto e discussione 


163 


11,7 


partecipazione in strutture interne 


68 


4,9 


servizi a basso costo 


169 


12,1 


altro 


76 


5,4 



N.B. La somma delle risposte non corrisponde ai totali, perché erano possibili più risposte. 



Sembrerebbe che sul centro venga a riversarsi una domanda di so- 
cialità intesa nella sua accezione più squisitamente relazionale-amica- 
le, dove cioè il contenuto delle relazioni non è mediato da espliciti 
supporti di natura "strumentale" o funzionale (partecipare "per" fare 
qualcosa, "per" conseguire degli scopi comuni). Il centro appare in 
primo luogo uno spazio relazionale in quanto tale e da questa confi- 
gurazione trae legittimità agli occhi di chi partecipa alle sue attività. 

L'adesione per ragioni politiche, o più in generale per ragioni di 
impegno (per iniziative culturali, per il confronto e la discussione in- 
terna ecc.) non rivestono quell'importanza, che invece ricoprono nel- 
la visione standardizzata che dei centri sociali normalmente viene for- 



66 



Centri sociali: geografie dei desiderio 



nita dagli organi di stampa o nella discussione politica, che si scatena 
in occasione di eventi spettacolari (occupazioni, sgomberi, scontri di 
piazza ecc.). In particolare, è la natura di attore politico del centro so- 
ciale a essere messa in questione come immagine dotata di "attratti- 
vità": le finalità politiche non stanno normalmente alla base delle mo- 
tivazioni a partecipare alla vita del centro e semmai rientrano come 
fattore di complemento a tradurre in attività rivolte all'esterno una so- 
lidarietà che si costituisce su altre basi, in particolare sulla condivisio- 
ne di uno spazio vissuto come "proprio", su affinità di tipo generazio- 
nale, su un "comune sentire" fatto anche, se non soprattutto, di prefe- 
renze e gusti, similmente a quanto avviene per altre aggregazioni poco 
formalizzate che popolano il panorama metropolitano. 

L'analisi delle motivazioni a frequentare i centri sociali evidenziano 
come il "campo culturale", quello che attiene al contenuto simbolico 
della partecipazione, alla sfida condotta sul piano delle relazioni inter- 
soggettive, alla reinterpretazione degli stili di vita e di consumo, si con- 
fermi come terreno elettivo della partecipazione in queste aree di mo- 
vimento. E come, d'altra parte, appaia una forzatura riduzionistica 
quella che pretende di assumere il centro sociale come soggetto politi- 
co sic et simpliciter, riconducendo cioè finalità, motivazioni soggettive 
e senso della partecipazione alle caratteristiche che sono proprie della 
rappresentanza politica. Peraltro, sarebbe improprio assimilare, sulla 
base di queste informazioni, il centro sociale a una qualsiasi altra ag- 
gregazione, che si proponga di favorire la socializzazione tra soggetti 
accomunati anzitutto dalla condizione generazionale. Il ventaglio delle 
motivazioni a partecipare alla vita del centro appare piuttosto ampio e 
questa varietà pretende di essere compresa nel suo insieme, se non si 
vuole "forzare" l'interpretazione in schemi precostituiti o interessati 
nelT esaltare un aspetto, piuttosto che un altro. E in questa varietà sono 
comprese anche quelle dimensioni di impegno sociale e di attivazione 
per il raggiungimento di finalità generali, che travalicano la pura moti- 
vazione alla socializzazione tra pari. Rientrano in questo tipo di dimen- 
sioni, oltre alle finalità propriamente "politiche" (27,5 percento), an- 
che le motivazioni connesse alle iniziative culturali attivate dai centri 
(23,2 percento) e al "confronto e alla discussione" (11,7 percento). 

La variabile anagrafica appare la più significativa per distinguere 
tra i diversi tipi di motivazioni a partecipare alla vita dei centri sociali. 
La tabella 34 mostra infatti una chiara correlazione in questo senso. 



Polisemia di un luogo 



67 




68 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Le motivazioni, per così dire, più marcatamente "espressive" 
("stare insieme agli altri" e "iniziative musicali"), pur risultando le più 
diffuse in assoluto, vengono dichiarate soprattutto dalle classi di età 
più giovani: per ambedue i tipi di motivazioni si può osservare quasi 
una tendenza lineare al decremento dei valori, in corrispondenza al 
crescere dell'età. 

Diverso è il caso di altri tipi di motivazioni più connesse all' "agire 
strumentale". In primo luogo si deve osservare che le motivazioni po- 
litiche, se da un lato vengono condivise soprattutto nelle classi di età 
più avanzate, presentano tuttavia una "punta" relativamente più alta 
proprio nella classe di età più giovane (meno di 18 anni). Questa pola- 
rizzazione di atteggiamenti costituisce un aspetto su cui richiamare 
l'attenzione, perché stabilisce un'affinità tra soggetti molto distanti 
per età, e quindi per esperienze pregresse (adolescenti e ultratrenten- 
ni), sull'aspetto forse più cruciale della vita attuale dei centri sociali: 
l'identità politica. 

Non diversamente si pone la motivazione "confronto e discussio- 
ne", per la quale le preferenze maggiori, di nuovo, provengono dagli 
elementi più anziani e dai giovanissimi. 

Anche il confronto tra maschi e femmine permette di notare qual- 
che differenza di atteggiamento. 

Le donne appaiono nettamente più motivate a partecipare per le 
finalità politiche (31,2 percento contro 26,2 percento degli uomini) e 
per le iniziative culturali (30,6 percento contro 20,3 percento). Di 
converso, attività eminentemente socializzanti quali le "iniziative mu- 
sicali" o il semplice "stare insieme agli altri" sono motivazioni espres- 
se per la maggior parte dalla componente maschile. È questa eviden- 
temente la parte di frequentatori che richiede al centro sociale di esse- 
re soprattutto uno spazio ludico-espressivo, luogo nel quale dar corso 
a quella dimensione socializzante, che naturalmente l'azione politica 
traduce solo in forma mediata. 



Polisemia di un luogo 



69 



Tabella 35. Motivazioni per frequentare i csoa secondo il sesso 



Motivazioni 


Sesso 


Totali 




non indicato 


Maschio 


Femmina 






v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


24 


57,1 


402 


40,9 


152 


4U 


578 


41,4 


per stare insieme 
agli altri 


11 


26,2 


439 


44,6 


131 


35,5 


581 


41,6 


per iniziative culturali 


10 


23,8 


200 


20,3 


113 


30,6 


323 


23,2 


per iniziative musicali 


18 


42,9 


325 


33,0 


105 


28,5 


448 


32,1 


per con divisione di 
obiettivi politici 


11 


26,2 


258 


26,2 


115 


3U 


384 


27,5 


per confronto 
e discussione 


3 


7,1 


117 


11,9 


43 


11,7 


163 


11,7 


per partecipare 
a strutture interne 


1 


2,4 


40 


4,1 


27 


7,3 


68 


4,9 


per servizi a basso costo 


5 


11,9 


128 


13,0 


36 


9,8 


169 


12,1 


altro 


1 


2,4 


59 


6,0 


16 


43 


76 


5,9 


Totali 


42 


100,0 


984 


100,0 


369 


100,0 


1.395 


100,0 



N B. La somma delle risposte non corrisponde ai totali perché erano possibili più risposte. 



Sono dati, questi, che non contraddicono la valutazione generale 
sopra espressa a proposito dell'irriducibilità dell'esperienza associati- 
va alla pura dimensione politica. Piuttosto articolano quella valutazio- 
ne e ne danno una più precisa definizione, che affrontiamo ora analiz- 
zando il secondo indicatore. 



OLTRE IL RITROVO, OLTRE LA POLITICA 

Nel chiedere agli intervistati con quale idea di centro sociale si senta- 
no più in sintonia, abbiamo inteso fornire un'immagine sintetica delle 
diverse rappresentazioni, che circolano tra i frequentatori a proposito 
di questi luoghi di aggregazione. Ne risultano in gran parte conferma- 



70 



Centri sodati: geografie dei desiderio 



te le considerazioni avanzate in precedenza. Quanti vedono nel cen- 
tro sociale principalmente un ambito di iniziativa politica, non vanno 
oltre un limitato 12,2 percento, confermando in questo modo la mo- 
desta capacità di attrazione che le issues politiche esercitano sull'area 
di riferimento a cui i centri si rivolgono. 



Tabella 36. Idea di csoa 



Idea 


Valori assoluti 


Valori percentuali 


non indicato 


97 


7,0 


associazione culturale 


166 


11,9 


impresa sociale 


103 


7,4 


centro di iniziativa politica 


170 


12,2 


gruppo di impegno sociale 


495 


35,5 


luogo di ritrovo 


279 


20,0 


altro 


85 


6,1 


Totali 


1.395 


100,0 



D'altra parte, e anche questo costituisce una conferma, la scarsa 
attrattività del centro in quanto attore politico non può essere assunta 
unilateralmente come indicatore di un processo di assimilazione della 
figura del centro sociale all'immagine di una qualsiasi altra aggrega- 
zione, senza alcuna caratterizzazione sotto il profilo dell'identità col- 
lettiva. La maggior parte degli intervistati (35,5 percento), infatti, 
considera il centro alla stregua di un "gruppo di impegno sociale", 
cosa questa che mette in luce almeno due aspetti: 

- il centro sociale, almeno nelle rappresentazioni fornite dai fre- 
quentatori, mantiene una forte configurazione di gruppo orientato al- 
l'azione verso l'esterno e anche gli aspetti simbolici di rinsaldamento 
della coesione interna, di identificazione con le finalità del gruppo, di 
cura delle relazioni intersoggettive devono essere inquadrati entro 
questo profilo generale; 

- sottolineando la vocazione all'impegno sociale del centro, come 
distinta dall'iniziativa politica strido sensu, la maggioranza dei fre- 
quentatori sembra segnalare una distinzione, dalla quale si evince che 
la natura politica del centro appare un contenitore troppo limitato, 
per comprendere la pluralità di significati sottesa all'idea di centro co- 
me ambito di impegno sociale. In definitiva, non viene meno la pro- 



Polisemia di un luogo 



71 



pensione all'azione, la proiezione verso l'esterno, ma questo orienta- 
mento generale trova oggi più difficoltà a essere declinato entro le ca- 
tegorie politiche attraverso le quali filtrava in passato l'autorappresen- 
tazione dei centri sociali. 

Del resto non è da sottovalutare quel 20 percento di soggetti che 
assimilano il centro sociale a un "luogo di ritrovo", la qual cosa signi- 
fica che la pluralità di significati sottesa all'immagine di centro come 
ambito di impegno sociale si estende in generale all'idea di centro in 
quanto tale. In sostanza, convivono nei centri sociali milanesi più rap- 
presentazioni di centro e di conseguenza, presumibilmente, più mo- 
delli d'uso e di frequentazione dello stesso. Una pluralità che, essendo 
le minoranze comunque cospicue, difficilmente può essere "ridotta" 
senza pagare elevati costi sul piano della ricchezza dei modelli di 
identificazione. In altri termini, le dimensioni del consenso che cia- 
scuna idea di centro raccoglie, legittima la considerazione che l'attua- 
le identità dei centri sia da ricercare proprio nella pluralità di rappre- 
sentazioni che li abitano, per quante difficoltà di comunicazione all'e- 
sterno, e quindi di trasmissione di un'immagine sintetica di colletti- 
vità, possa comportare una pluralità in cui nessuna componente è 
predominante (se non, come si è detto, la componente di "impegno 
sociale" che, tuttavia a questo livello di genericità, si presta a sua volta 
a essere interpretata come categoria "plurale"). Da questa polisemia 
dei luoghi i singoli centri non possono prescindere se non si vuole, 
sotto l'urgenza di tener fede alla proiezione verso l'esterno (che co- 
munque è alla base dell'aggregazione), "forzare" in senso riduttivo l'i- 
dentità collettiva del centro. 

L'incrocio di queste risposte con alcune variabili strutturali artico- 
la ulteriormente il quadro. 



72 



Centri sociali: geografie dei desiderio 



Tabella 37. Idea di csoa secondo il sesso 



Idea 


Sesso 


Totali 




non indicato 


Maschio 


Femmina 






v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


v.a. 


% 


non indicato 


5 


11,9 


64 


6,5 


28 


7,6 


97 


7,0 


associazione culturale 


4 


9,5 


129 


13,1 


33 


8,9 


166 


11,9 


impresa sociale 


2 


4,8 


76 


7,7 


25 


6,8 


103 


7,4 


centro di iniziativa 
politica 


3 


7,1 


111 


11,3 


56 


15,2 


170 


12,2 


gruppo di impegno 
sociale 


13 


31,0 


332 


33,7 


150 


40,7 


495 


35,5 


luogo di ritrovo 


14 


33,3 


211 


21,4 


54 


14,6 


279 


20,0 


altro 


1 


2,4 


61 


6,2 


23 


6,2 


85 


6,1 


Totali 


42 


100,0 


984 


100,0 


369 


100,0 


1.395 


100,0 



Se in linea di massima il titolo di studio non sembra costituire una 
variabile particolarmente significativa, al fine di distinguere tra le di- 
verse idee di centro (si può solo rilevare che, tra quanti identificano il 
centro con un "luogo di ritrovo", percentuali leggermente superiori 
presentano i titoli di studio medio-bassi), diversa è la situazione per 
altre variabili. In primo luogo, dal punto di vista del genere. Tra le 
donne sono nettamente più presenti, rispetto alla componente ma- 
schile, i soggetti che del centro sociale hanno un'idea di "gruppo di 
impegno sociale" (40,7 percento, contro il 33,7 percento degli uomi- 
ni) e un'idea di "centro di iniziativa politica" (15,2 percento contro 
l'I 1,3 percento degli uomini). Al contrario, la componente maschile 
sembra nettamente più sensibile di quella femminile all'idea del cen- 
tro come "luogo di ritrovo" (21,4 percento contro 14,6 percento). So- 
no dati che presentano una notevole coerenza con quanto rilevato a 
proposito delle motivazioni a frequentare i centri. Anche in questo ca- 
so, la variabile di genere presenta una certa capacità esplicativa nel di- 
stinguere tra i diversi atteggiamenti. A una prevalenza della compo- 
nente femminile nelle motivazioni di natura politico-sociale a fre- 
quentare i centri, corrisponde una prevalenza tra le donne della visio- 

Potisemia di un luogo 

■ 73 - 




ne dei centri come spazio eli azione politico-sociale. Di converso, mo- 
tivazioni di natura più esplicitamente ludico-espressiva. prevalenti 
nella componente maschile, trinano corrispondenza nell'immagine 
prev alente tra gli uomini di un centro come spazio di socializzazione. 

I dati relativi al profilo anagrafico offrono la possibilità di sottoli- 
neare come sia sempre necessario considerare la differenza tra attività 
espressive e azione strumentale una distinzione puramente analitica, 
cioè come due dimensioni dell'azione collettiva che nei comporta- 
menti concreti trovano spesso modo di intrecciarsi, fino a rendere di 
dillicilc decifrazione ciò che nella percezione dei soggetti è vissuto co- 
me "socializzante" e ciò che invece è solo impegno finalizzato a con- 
seguire scopi pratici. Infatti, il dato che appare più significativo al ri- 
guardo e rappresentato dal latto che le componenti più sensibili all'i- 
dea eli centro come "gruppo di impegno sociale" sono anche quelle 
per le quali il centro e in primo luogo un "luogo di ritrovo": si tratta 
delle fasce di età più giovani, quelle al di sotto dei 2^ anni. 



74 



Centri soci.ili: iieociufu 1 del desiderio 



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25 anni 


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Polisemia di un luogo 



Questo rappresenta con tutta evidenza un'ulteriore complicazione 
dal punto di vista pratico, cioè della gestione interna ai centri, perché 
introduce una distinzione che attraversa fasce omogenee di età. Ma, al 
contempo, sottrae l'interpretazione agli stereotipi che vorrebbero i 
più giovani refrattari a qualsiasi intrapresa collettiva in ambito sociale 
e sensibili invece solo al richiamo dell'elemento ludico-espressivo. In 
particolare, trattandosi di fasce omogenee di età e quindi, verosimil- 
mente, abbastanza omogenee anche sotto il profilo degli stili di vita e 
degli atteggiamenti generali, la compresenza delle due dimensioni 
dell'azione consente di precisare che quelle, che da un punto di vista 
analitico appaiono come due dimensioni polari, nella realtà possono 
trovarsi a convivere tra soggetti affini e, ancor più, nell'immaginario 
degli stessi singoli soggetti. 

Da segnalare, infine, nonostante le limitate dimensioni, ma ugual- 
mente importante perché oggetto del dibattito recente tra molti centri 
sociali, la visione del centro come "impresa sociale". Quanti identifi- 
cano il centro con questo tipo ideale ammontano al 7,4 percento del- 
l'intero campione, una percentuale invero piuttosto modesta se para- 
gonata alle altre "immagini". Ugualmente, la valutazione sul peso di 
questa componente deve considerare altre variabili, non semplice- 
mente di natura quantitativa. In particolare, non può essere messa in 
secondo piano l'estrema selettività che comporta, su questo tipo di 
pubblico, una formulazione linguistica che associa all'idea di sociale il 
concetto di "impresa". Si tratta in effetti di una formulazione che sol- 
tanto in tempi recenti comincia a entrare nella pubblica discussione, e 
ancor più nella pratica, di importanti settori del mondo no-profìt, del 
volontariato, dell'associazionismo in genere. E se si tratta di una re- 
cente acquisizione per quel mondo associativo che ne è stato in qual- 
che modo la culla, non può sorprendere la diffidenza e, prima ancora, 
la scarsità di informazioni, presente in aree di movimento, quali i cen- 
tri sociali, culturalmente restie a declinare la propria azione in termini 
di attività economica, ancorché finalizzata a scopi sociali. Alla luce di 
queste considerazioni, quella percentuale che, comparata con le altre, 
sembrava di entità trascurabile, appare invece tutt'altro che esigua. Si- 
gnificativo è inoltre il fatto che i consensi a questa idea di centro au- 
mentino al crescere dell'età, a testimonianza che possibili sviluppi in 
questa direzione sono inevitabilmente connessi alla dotazione di 
informazioni, di esperienza nel lavoro sociale, di formazione, in defi- 
nitiva di capitale umano. Senza voler trarre altre indicazioni dai pochi 



76 



Centri sociali: geografie del desiderio 



dati disponibili, ci sembra sufficiente segnalare la presenza di un'area 
non residuale di soggetti non semplicemente sensibili alla tematica 
dell'impresa sociale, ma addirittura propensi, in base alla loro espe- 
rienza di frequentatori, ad assimilare la figura del centro al profilo 
dell'impresa sociale. 

LA COSTRUZIONE SOCIALE DELL'IDENTITÀ 

D terzo indicatore di atteggiamenti, quello che descrive ciò che i fre- 
quentatori si attendono dai centri, in pratica la "domanda" espressa dai 
frequentatori, fornisce ulteriori ragguagli sui modelli di frequentazione. 



Tabella 39. Richieste ai csoa 



jAiinicbic 


Viilon assoluti 


• 

Vsion percentuali 


non indicato 


796 


57,1 


fare più iniziative 
nel quartiere 


335 


24,0 


maggiore impegno di 
solidarietà (immigrati, 
nomadi ecc.) 


295 


21,1 


organizzare iniziative 
politiche generali 


239 


17,1 


aumentare le iniziative 
culturali 


550 


39,4 


migliorare gli spazi 
e le strutture interne 


450 


32,3 


altro 


125 


8,9 


Totali 


1.395 


100,0 



N.B. La somma delle risposte non corrisponde ai totali, perché erano possibili più risposte. La 
voce "altro" comprende: organizzare feste e concerti, migliorare le relazioni con l'esterno, esse- 
re meno ghettizzanti, ridurre i prezzi, commercializzare le autoproduzioni, organizzare altre oc- 
cupazioni, incontrare altre realtà, lavorare di più sul sociale, migliorare i rapporti e l'organizza- 
zione intema, non avere fini di lucro, organizzare servizi per la comunità. 



La richiesta di incrementare le iniziative culturali (39,4 percento) 
rappresenta la gran parte di questa domanda. Si potrebbe vedere in 
questo addirittura la sintesi del percorso finora svolto nel cercare di 



Polisemia di un luogo 



77 



dipanare il complesso intreccio tra le dimensioni dell'agire sociale 
(agire strumentale e dimensione simbolico-espressiva). La netta pre- 
valenza del piano culturale nelle attese dei soggetti intervistati sem- 
bra in effetti descrivere il terreno, sul quale convergono le diverse di- 
mensioni dell'azione collettiva. Su questo livello si danno le condizio- 
ni per ricomporre le fratture tra diverse sensibilità, l'ambito privile- 
giato nel quale la domanda di senso può trovare espressione nell'or- 
ganizzazione pratica di iniziative finalizzate, nel quale il persegui- 
mento comune di finalità pratiche predispone l'ambiente in cui rico- 
noscersi in quanto collettività e nel quale, infine, si dissolve, in via 
tendenziale, la frattura tra azione "per se stessi" e azione "nei con- 
fronti dell'esterno". 

La concretizzazione del senso di un "noi" in azione pratica, il rico- 
noscimento del "noi" nell'azione in corso d'opera, l'identificazione 
dei destinatari dell'azione - insieme, nel "noi" e negli "altri" - rappre- 
sentano i tre capisaldi su cui si regge la presenza dei centri sociali, nel- 
la domanda espressa dai frequentatori. H campo culturale ne rappre- 
senta il terreno elettivo. A questo concorrono alcuni caratteri che di- 
stinguono le iniziative culturali da altri tipi di iniziative: la limitata se- 
lettività nei confronti dell'utenza potenziale, la loro fruibilità in termi- 
ni di consumo, la possibilità di reimpiegare competenze e interessi 
maturati nella sfera privata dei soggetti o in ambiti professionali o se- 
miprofessionali, la relativa vicinanza, quanto a interessi e competenze, 
tra organizzatori e potenziali fruitori, la possibilità di finalizzare l'ini- 
ziativa culturale al sostegno di altre attività, per esempio iniziative so- 
ciali o politiche. 

Questa proteiforme configurazione del campo culturale sostiene 
anche quella domanda di socialità più volte citata, a proposito delle 
motivazioni a frequentare i centri e delle stesse immagini di centro 
che emergono dagli intervistati. L'identificazione del centro come 
spazio di socializzazione, di pratica di rapporti personalizzati, di uso 
del tempo libero (libero anche dall'impegno di perseguire scopi prati- 
ci), trova nel campo culturale il terreno più consono per la propria 
realizzazione. In altri termini, anche tra quanti sono più sensibili a 
questa visione del centro, è presente una dimensione dell'agire che 
travalica il semplice "essere in comune": il campo culturale fornisce 
motivazioni, interessi e strumenti per valicare questo confine. Sono 
testimonianza di questo le risposte che si riferiscono a una richiesta di 
più frequenti iniziative nel quartiere (24 percento) e di un maggiore 



78 



Centri sociali: geografie del desiderio 



impegno in iniziative di solidarietà nel campo dell'esclusione sociale 
(21,1 percento). L'azione nel sociale, in sostanza, non viene meno (co- 
me domanda rivolta ai centri, ma, lo abbiamo visto, anche come voca- 
zione cui i centri sono chiamati a tener fede) al cospetto di una pre- 
ponderante domanda di loisir, di socializzazione e di cultura. Al con- 
trario, sembra uscire rafforzata proprio dalla contaminazione con 
questo tipo di domande. 

Queste osservazioni rimandano a qualche considerazione più ge- 
nerale. L'identità e il lavoro sociale delle aree di movimento rappre- 
sentate nei centri sociali sembrano sempre più dipendere dalle capa- 
cità di incorporare competenze comunicative complesse. 

Questo è da intendere nel senso più ampio. La comunicazione 
non è semplicemente l'insieme delle tecniche disponibili a un dato 
stadio di sviluppo, per veicolare messaggi e informazioni. E soprat- 
tutto da intendere come il complesso di pratiche, che trovano spazio 
in un ambiente all'interno del quale vengono condivisi valori, fini, 
aspettative e che appare ai soggetti come l'orizzonte entro cui le azio- 
ni intraprese collettivamente acquisiscono senso e valore. In questo 
sta la crucialità del campo culturale, così come traspare dai dati di ri- 
cerca. Nel fatto, cioè, che l'investimento nella comunicazione com- 
porta acquisizione e reimpiego di competenze, ma anche riflessione 
su un sé collettivo, la cui identità non può al momento derivare dal 
dispiegarsi di una conflittualità politica di tipo sistemico. L'identità 
collettiva, in una situazione di latenza di conflitti generali o di micro- 
conflittualità, appare essa stessa come esito di un lavoro sociale a ope- 
ra del gruppo, non essendo più "data" dall'identificazione automatica 
entro uno dei campi in conflitto. E se l'identità rappresenta una "co- 
struzione sociale" che in misura sempre maggiore richiede autorifles- 
sione e competenze comunicative, questo significa che il campo cul- 
turale non è da intendersi come un terreno residuale d'azione, in atte- 
sa del riproporsi di condizioni favorevoli al conflitto politico genera- 
le. Al contrario, diventa la posta in gioco in una situazione nella quale 
tutte le identità tendono a ridefinirsi e nella quale gli stessi conflitti 
tendono a spostarsi sulle identità. 

Di questo parlano gli intervistati nell'esplicitare le loro aspettative 
a proposito di iniziativa culturale e di socialità. Del faticoso attraver- 
samento di un territorio accidentato in cui il tracciato si costruisce per 
prove ed errori, con materiali da reperire anche in altri pezzi di so- 
cietà, nella formazione, nell'associazionismo, nella professione, nella 



Polisemia di un luogo 



79 



famiglia. Tanto che le stesse motivazioni a intraprendere questo per- 
corso, oltre che gli esiti di questo, possono differenziarsi su più traiet- 
torie, come mostra per l'appunto la pluralità di significati sottesi alla 
frequentazione nei centri. Ne deriva però uno scenario in cui appaio- 
no indebolirsi i due orientamenti speculari verso cui sono tradizional- 
mente attratte le aree di movimento: l'antagonismo sistemico su base 
controculturale e la ricerca di uno spazio franco delle relazioni inter- 
soggettive di piccolo gruppo. La prima alternativa, tanto più in una si- 
tuazione di latenza del movimento, appare "fuori scala" a confronto 
delle limitate risorse di mobilitazione a disposizione. La seconda si 
scontra con il dispiegamento delle diversità perfino dentro il recinto 
dei "simili a sé". Tra le due alternative, si apre un territorio interme- 
dio in cui l'investimento in campo culturale è visto come il tramite, 
per l'attivazione di circuiti minori della comunicazione in cui coinvol- 
gere reti e soggetti contigui. L'identità in questo modo non rappresen- 
ta tanto un principio di differenziazione, piuttosto è il punto di par- 
tenza di un percorso capace di attraversare le aree più prossime. D cri- 
nale su cui avviarsi è nuovo: da un lato sta la residualità cui sarebbero 
condannate queste aree, da un confronto troppo ravvicinato con le lo- 
giche dei grandi sistemi della comunicazione; dall'altro, stanno le mi- 
croopportunità che una comunicazione calibrata sulle risorse accessi- 
bili a questi soggetti può offrire. 

Quello che invece, ancora una volta, appare confinato entro di- 
mensioni modeste, soprattutto se comparato con la situazione di al- 
tre stagioni di movimento, è la dimensione politica in senso proprio. 
Solo il 17 percento dei rispondenti avverte l'esigenza di "organizzare 
iniziative politiche generali". Di nuovo, traspare nelle risposte una 
distinzione che rifiuta di assimilare la politica all'azione tout court. 
Sempre meno l'impegno in ambito sociale, nella forma di iniziative 
culturali o di attività di tipo solidaristico, è disponibile a vedersi clas- 
sificato come attività politica. Piuttosto, l'atteggiamento diffuso sem- 
bra essere quello che attribuisce a quest'ultima statuto di attività spe- 
cializzata a tutti gli effetti, cioè campo d'azione che richiede specifi- 
che competenze, motivazioni all'agire difficilmente trasferibili, se 
non a costo di elevati investimenti di tipo partecipativo, alta disponi- 
bilità al differimento delle gratificazioni e dei vantaggi conseguenti 
all'azione. Due appaiono quindi le principali conseguenze di queste 
osservazioni: 

- il mantenimento o la dilatazione della sfera sociale procede pa- 



80 



Centri sociali: geografie del desiderio 




rallelamente al contrarsi della dimensione propriamente politica: di 
qui, una separazione, nella rappresentazione dei soggetti, tra le due 
sfere; 

- la contrazione delle dimensione politica tendenzialmente favori- 
sce una sorta di specializzazione di questa logica d'azione. I dati di ri- 
cerca non forniscono ovviamente informazioni su questo punto, per 
indagare il quale sarebbero richiesti altri strumenti. Ci permettiamo 
tuttavia di segnalare questo aspetto alla riflessione dei centri, in consi- 
derazione della sua importanza ai fini del rapporto tra esponenti dei 
centri e i frequentatori degli stessi. 

Un'ultima notazione inerente la dimensione politica riguarda l'in- 
crocio con la variabile anagrafica. 



Polisemia di un luogo 



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Totali 




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più iniziative nel 
quartiere 


maggiore impegno 
nella solidarietà 


iniziative politiche 
generali 


più iniziative culturali] 


migliorare spazi e 
strutture interne 


altro | 


Totali 



Centri sociali 



li: geografie del desiderio 



Conformemente a quanto rilevato a proposito delle motivazioni a 
frequentare i centri, appare una domanda polarizzata sulle due classi 
estreme di età. Le percentuali più significative riguardo alla richiesta 
di organizzare iniziative politiche generali si trovano nella classe degli 
adolescenti (meno di 18 anni) e in quella di coloro che hanno più di 
35 anni. Gli atteggiamenti di questi ultimi, in particolare, sono signifi- 
cativi, perché rappresentano probabilmente un altro indicatore a so- 
stegno dell'ipotesi di specializzazione dell'attività politica. Infatti, in 
questa classe di età, si trova anche la percentuale più bassa di coloro 
che richiedono ai centri un maggiore impegno in iniziative di solida- 
rietà nel campo dell'esclusione sociale. La compresenza nella stessa 
classe generazionale di atteggiamenti apparentemente opposti - più 
politica, meno impegno sociale - segnala la mancanza di contiguità, 
nella percezione dei soggetti, tra dimensione politica e dimensione so- 
ciale: la propensione verso l'ima non comporta necessariamente una 
corrispondente propensione verso l'altra, anzi, in questo caso le due 
dimensioni sono correlate in maniera inversa. Di qui, un ulteriore se- 
gnale a sostegno dell'ipotesi secondo la quale l'attività politica tende a 
essere vista come sfera d'azione in certa misura specializzata. Questo 
segnale, tanto più forte dal momento che proviene dai soggetti in età 
più avanzata e cioè, verosimilmente, da coloro che hanno maturato la 
propria socializzazione politica in altre stagioni di movimento, allor- 
quando la pratica sociale e l'iniziativa su temi concreti rimandava di- 
rettamente, e senza soluzione di continuità, a temi e pratiche della po- 
litica più generale. 



Polisemia di un luogo 



83 



IL LEONCAVALLC 
E LA CITTÀ 

DEL DESIDERIO. 

UN FIORE, IL DESERTO, LO STAGNO 



Deviarne, creativo, freak, emarginato o resi- 
duale: per anni i mass media hanno inoculato 
nell'immaginario collettivo mostruose presen- 
ze dietro il muro grigio delle metropoli. Ste- 
reotipi spesso introiettati all'interno delle stes- 
se cittadelle occupate. L'attenzione sviluppata- 
si intorno alle iniziative dei centri sociali - an- 
che, ahinoi, quella ossessiva e maniacale da 
parte dello Stato, che ai mezzi direttamente 
repressivi accompagna quelli inibitivi, allo 
scontro aperto alterna il logoramento, all'at- 
tacco disciplinare quello fiscale - a volte tiene 
poco conto del soggetto politico che li pro- 
muove e soprattutto del soggetto sociale che li 
sottende. I centri sociali sono sì oggetto d'in- 
teresse crescente ma vengono sempre più oc- 
cultati come soggetto d'intenzione. Uoggetto 



85 



centro sociale prevarica e rimuove il progetto centro sociale. I csoa so- 
no considerati classicamente come luoghi del ghetto, del disagio e 
dell'emarginazione, più sofisticatamente come forme-impresa del ca- 
pitalismo che verrà. In ogni caso stenta un ragionamento intomo alle 
nuove forme dell'agire politico cui l'esperienza dei csoa allude. I ca- 
noni discorsivi, rintracciabili nella genealogia, per così dire familiare, 
sui csoa, hanno teso a sottolineare gli elementi di continuità con gli 
anni Settanta, magari evidenziando la loro pochezza rispetto alle for- 
me e alle forze di quell'agire politico, quasi a marchiarli di una deriva 
identitaria, piuttosto che valorizzarne le novità. 

Non è il metodo appropriato per cogliere un fiore, cresciuto nel 
deserto plumbeo degli anni Ottanta e ancora profumato nello stagno 
degli anni Novanta. 

Se in Italia è ancora possibile pensare a forme rivoluzionarie di tra- 
sformazione sociale ciò è da ascrivere in particolare alla loro azione. 

Ecco allora la necessità di fare un ragionamento che anziché evi- 
denziare banali affratellamenti intende affermare le specificità dei 
csoa nel panorama urbano, politico, sindacale e culturale dell'Italia 
contemporanea. La presente inchiesta riguarda la realtà milanese e 
due csoa in particolare: ogni generalizzazione sarebbe indebita, tutta- 
via ci auguriamo che questo sia il primo di altri tentativi per analizza- 
re e valorizzare la loro esperienza in tutto il paese. Quest'inchiesta è 
stato un pretesto di riflessione sulla nostra esperienza e sui possibili 
sviluppi; ci siamo resi conto della presenza nei csoa di una moltitudi- 
ne di soggetti produttivi che riflette la complessità dell'attuale compo- 
sizione sociale. Un'inchiesta interna, insomma, ci ha reso possibile af- 
frontare la complessità sociale esterna ed è divenuta uno strumento di 
lavoro per chiarire più questioni; per esempio, i csoa sono o no luoghi 
in cui dare visibilità e forme di rappresentanza a interessi reali? Qual 
è il ruolo che possono giocare nel conflitto sociale e, prioritariamente, 
ci sono e quali sono i luoghi privilegiati del conflitto? Siamo convinti 
che l'opacità del conflitto è dovuta in buona misura al fatto che i suoi 
tradizionali campi si sono profondamente trasformati e che, di con- 
ceno, anche gli strumenti di organizzazione e l'approccio analitico 
devono essere innovati. Il conflitto attraversa tutta l'esistenza, non in 
senso intimistico o estetizzante, ma in quanto l'esistenza è diventata il 
territorio privilegiato della produzione sociale. In questa situazione è 
diventata importante l'azione dei csoa e con questa convinzione è ma- 
turato un "progetto csoa", progetto che il Leoncavallo da anni tenta 



86 



Centri sociali: geografie del desiderio 



di riempire con nuove lotte e nuovi ragionamenti. L'inchiesta costitui- 
sce un tassello di questo progetto e il presente libro, per quanto ci 
concerne, è un'occasione di renderlo più leggibile. Ci soffermeremo 
quindi ad analizzare i dati dell'inchiesta solo quando la loro interpre- 
tazione sarà nettamente distante da quella, a tratti molto discutibile, 
ma comunque esaustiva e raffinata, dell' Aaster. Maggiore attenzione, 
invece, sarà data al chiarimento delle implicazioni dell'inchiesta ri- 
guardo l'azione e soprattutto il divenire dei csoa La cosa più impor- 
tante di un dato statistico non è tanto quello che dice, ma quello che 
occulta, non quello che indica, ma quello che implica. La fotografia di 
un istante, come è quello in cui avviene l'inchiesta, può servire per 
bloccare il tempo in una torsione nostalgica e assoluta, ma può anche 
essere utile per lavorare sull'immagine e trasformarla. E quello che ci 
proponiamo di fare andando oltre la mera comprensione dell'humus 
dei csoa, nella speranza che ciò sia uno stimolo per forme di coopera- 
zione superiori che aprano spazi di libertà via via maggiori. 

D presente libro è rivolto prioritariamente a coloro che esperisco- 
no i csoa come luoghi di socialità e di cultura alternative, ma anche 
come luoghi di progettazione e di trasformazione nel contempo sog- 
gettiva e sociale. 



LA ZANZARA E IL MULO 

L'inchiesta conferma alcune intuizioni sulla composizione di classe e 
sulle caratteristiche di quelli che vengono definiti, in termini sociolo- 
gici e poco coloriti, i frequentatori dei csoa. Termine fastidioso, quel- 
lo di frequentatore, che però indica l'opacità di un soggetto che sa- 
rebbe errato definire semplicemente fruitore e che peraltro non ri- 
specchia i canoni del militante; è un soggetto fluitante che cagiona an- 
che un ritardo linguistico: superato il terreno semanticamente molto 
ideologico e poco significativo del militante e del simpatizzante, del- 
l'attivista e del fiancheggiatore, non si può scegliere quello altrettanto 
ideologico, imprenditoriale e capitalistico, del gestore e del fruitore. D 
linguaggio tipico del partito è certamente povero, ma quello caratteri- 
stico dell'azienda non lo è di meno. La povertà di linguaggio riflette 
sempre un'insufficienza d'analisi, cui si sopperisce banalmente con 
l'omologazione di esperienze originali ad altre più conosciute e me- 
glio indagate. 



Il LeoncavaHo e la città del desiderio 

87 



Da 18 anni il 
movimento milanese, 
senza l'usuale 
retorica delle 
commemorazioni, 
ricorda che 
l'omicidio di Fausto 
e Iaio attende ancora 
giustizia. 



Vi sono modelli differenti che hanno concorso a costituire l'attuale 
forma "centro sociale", ma anche differenti percezioni tra il loro espe- 
rire e le convinzioni intomo alle loro funzioni da parte dei collettivi 
interni. La separazione tra csoa o la differenza in centri principali e 
secondari differisce molto dalla lettura del Leoncavallo che si sforza 
di mantenere quanto più unitario il terreno della prassi, della mobili- 
tazione e della loro progettualità. Il Leoncavallo e Conchetta non so- 
no i csoa più importanti. Se compaiono solo loro nelT inchiesta è per 
limiti inerenti a quest'ultima, per il tempo in cui si è svolta - la campa- 
gna antiproibizionista dell'estate 1995 che vedeva coinvolti diretta- 
mente il Leo e Cox - e perché altri csoa milanesi non hanno voluto 
partecipare alla stesura di questo libro con loro interventi. 

Le differenze, a volta profonde, fra i vari csoa si riverberano poco 
nel soggetto che vi transita, come risulta dai comportamenti relativa- 
mente omogenei e dal fatto che i csoa formano un circuito in cui la 
presenza per la gran parte non è esclusiva. A fronte di questa realtà 
c'è chi accentua le differenze, chi invece le identità. I collettivi accen- 
tuano le differenze che diversamente vengono sfumate dall'area socia- 
le di riferimento. Benché alcuni csoa e collettivi politici continuano a 
percepirsi unicamente come aree d'organizzazione secondo un mo- 
dello arborescente, dall'inchiesta emerge una struttura reticolare che 
segue più un modello rizomatico tipico delle aree di movimento. 

In molti hanno dissertato sulle similitudini dei csoa con l'impresa, 
il centro di cura del disagio, l'ospizio, il bar a prezzi modici, la casa 



Centri sociali: geografie del desiderio 



del popolo, il centro d'accoglienza della sfiga e quant'altro. Le simili- 
tudini accertate sono spesso veritiere, almeno quanto lo è quella che 
inerisce la comune animalità della zanzara e del mulo. Ciò che invece 
vai la pena di segnalare è la specificità della loro azione che per il 
Leoncavallo è individuabile nella storia recente. Nel periodo successi- 
vo allo sgombero e alla demolizione del 1989 furono poste e sistema- 
tizzate le ragioni e le analisi che motivavano un così diffuso impiego 
di risorse e di energie all'interno di quell'esperienza. Confluivano, in 
sintesi, temi relativi alla trasformazione, ormai avvenuta, dei luoghi 
della produzione con la conseguente dispersione degli attori sociali in 
un reticolo produttivo di carattere territoriale, ma anche riflessioni 
sulla trasformazione della figura del lavoro operaio in un'ampia va- 
rietà di soggetti con caratteristiche lavorative e di inquadramento giu- 
ridico che indicavano già allora - con nostro, drammatico, ritardo 
percettivo - processi avanzati di precarizzazione e deregolamentazio- 
ne, e che conservavano tuttavia caratteri assai marcati di sfruttamento 
del lavoro, materiale o immateriale, tipici comunque delle mansioni 
subordinate. Si poneva coerentemente l'esigenza di luoghi di iniziati- 
va territoriale che reinterpretassero, innovandole, le categorie e i limi- 
ti di un agire politico che la precedente generazione consegnava, sotto 
forma di strumenti teorici quantomeno difficoltosi e operativamente 
inservibili. Pensiamo a mo' d'esempio all'esperienza dei gruppi extra- 
parlamentari, ma anche alla tragedia carbonara e testimoniale di in- 
tendere i collettivi politici. La verticalità degli antichi costrutti orga- 
nizzati, ma anche la crisi di logiche e presupposti inattuali quali: il 
brodo primordiale della presunta illimitatezza della spesa pubblica, 
l'estensione ideologica nel morente compromesso fordista, l'apologia 
del negativo e l'incapacità del positivo, l'enfasi sull'ontologia dei biso- 
gni e del personale. Rispetto a quelle tradizioni che videro anche i 
csoa o i circoli del proletariato come cinghie di trasmissione nei setto- 
ri giovanili, associate in forma subalterna ai soggetti e figure centrali - 
l'uomo e la fabbrica - e alle loro forme organizzative sintetiche - la 
società e il partito -, si trattava di lavorare entro una definizione di- 
versa dell'agire politico, infinitamente più ricca e contraddittoria. 
Con evidente ironia si può dire che lavorare all'interno dei csoa costi- 
tuendo una specifica esperienza piuttosto che sezioni di partito, rap- 
presentò una scelta di fondo, una ricerca molto distante dalle prude- 
rie neoleniniste di cui, a volte, si viene accusati, ma anche dalle formu- 
le assolutizzanti e autoincensatorie di cui è piena l'interpretazione de- 
ll LeoncavaHo e la città del desiderio 

89 - 



gli anni Settanta, soprattutto nella memoria dei protagonisti. Questa 
premessa può rendere più facile la differente valutazione che esiste tra 
l'Aaster e noi su alcuni significativi dati dell'inchiesta. La sensazione 
di fondo è che a un modo di intendere l'agire politico proprio dei 
csoa, o almeno di alcuni di essi, come forma complessa, luogo di in- 
tersezione tra insiemi culturali, sociali e strettamente politici, si con- 
trapponga un'analisi che trova fondamento in una visione della politi- 
ca come attività "alta", specialistica e separata. Un limite dell'inter- 
pretazione Aaster che inficia una parte d'analisi. Oggi la domanda che 
ci ha inseguito per anni - questa composizione sociale diventerà mai 
in futuro massa d'urto? - sembra spingersi finalmente in avanti per 
affermare una ricerca di luoghi di rappresentanza o, se si preferisce, 
di organizzazione di interessi materiali che non possono essere il sin- 
dacato, neppure quello dei "cittadini", e non ancora e comunque mai 
da soli, i csoa. 

Un modo, quindi, di intendere l'agire politico come forma com- 
plessa, lontano da una visione della politica come attività separata. 
Tutto ciò in una città che ha eletto alcune bande di residenti - i comi- 
tati dei cittadini - a sottosistema politico, in quanto presunti collettori 
di voti socialmente regressivi, e li ha fatti ricevere da prefetti e questo- 
ri; comunità negative da battere senza alcuna ambiguità, vettori di lo- 
giche di esclusione e di un uso della forza indifferentemente rovescia- 
to contro nomadi, immigrati, tossicodipendenti o csoa, ma soprattut- 
to messinscena massmediale utile all'attuale governo dei territori. Or- 
ganizzare interessi e definire culture a questi contrapposti, accomuna- 
ti tra loro da un modo differente di organizzare la città non è dunque 
solo un conflitto sull'uso dello spazio, ma anche sui modi, i tempi, 
particolarmente sui tempi del lavoro ancor che del cosiddetto "tempo 
libero". Sembra un'operazione possibile. I csoa hanno in fondo un 
vantaggio naturale, costitutivo, in questo specifico processo, che gli 
ha consentito di sopravvivere anche laddove la sinistra democratica 
non vi è stata o, come nella manifestazione del 23 dicembre 1995, vi è 
stata senza bandiere. Lavorare all'interno dei csoa con una visione 
progettuale piuttosto che nelle sezioni di partito, è un'esperienza al- 
l'altezza di questo periodo di ridefinizione dei poteri e di violenza sui 
nostri saperi. Concetti, questi, che hanno una loro concretezza; men- 
tre si tenta di formalizzare ciò che già da tempo è segnato nella costi- 
tuzione materiale di questo paese, può accadere che in luoghi non 
dotti della politica, come i nostri, si discuta della rivolta fiscale invoca- 



90 



Centri sociali: geografie del desiderio 




ta dalla destra di sempre, candidando invece una parte del tessuto dei 
csoa a contendere loro le piazze, rivendicando ruolo a quella parte del 
lavoro precario, flessibile, autonomo, variamente distribuito - nella 
scala d'istruzione come nelle ripartizioni degli uffici Iva e delle Came- 
re di commercio - che sembra trovare più simpatici i csoa delle coc- 
carde di Forza Italia. Avvisaglie, queste, di rivolte reali assai poco cor- 
porative. Un tentativo di rovesciamento speculare che vive, senza i 
turbamenti del ceto politico, la stretta convivenza con ipotesi di ridu- 
zione d'orario, secca e generalizzata, piuttosto che di reddito garanti- 
to o sociale o minimo, quali opzioni pertinenti a soggetti parzialmente 
altri, ma non per questo conflittuali. Qualcosa di vicino a un embrio- 
ne di ricomposizione politica. Queste riflessioni e le proposte abboz- 
zate maturano da luoghi, i csoa, in cui si riflettono in modo speculare 
i processi produttivi, la frammentazione e la composizione sociale che 
hanno ridisegnato l'Italia negli ultimi vent'anni. Ora, potrà apparire 
banale che luoghi frequentati da masse riflettano la composizione so- 
ciale generale; diventa meno banale, però, se si considera che i csoa 
sono gli unici luoghi del conflitto in cui in modo trasversale, seppur 
disperso, questa nuova composizione diventa visibile, in cui in un pe- 
riodo di grande transizione un soggetto sociale ancora opaco transita 
facendo sì che i csoa diventino osservatori privilegiati di questa tra- 
sformazione, anch'essi in perenne mutamento. Ci sembra rilevante se- 



ti Leoncavallo e la città del desiderio 



gnalare che il capitale umano delle fasce d'età da essi coinvolta sem- 
bra impenetrabile alle politiche della sinistra, come si evince dalle 
consultazioni elettorali degli ultimi anni. Non solo quindi una vetrina 
della nuova composizione sociale, ma un laboratorio di culture, stili 
di vita, comportamenti, forme dell'agire politico in divenire. Un labo- 
ratorio il cui potere alchemico consiste nel verificare la possibilità che 
tra l'ordito delle nuove forme di assoggettamento si dipanino fili di li- 
berazione. Di qui l'importanza di comprendere questo soggetto e il 
ruolo possibile dei csoa Non ghetto, dunque, ma rete di intelligenze 
inserite negli apparati produttivi e nelle trasformazioni sociali in atto. 

A proposito di realtà sociale, l'inchiesta segnala il persistere di una 
società sessista e di una socialità - la cosa ci riguarda direttamente - 
ancor più sessista. Le differenze di genere hanno una forte rilevanza 
nei comportamenti. Le donne anticipano l'uscita dalla famiglia d'ori- 
gine e ciò evidenzia una ricerca di maggiore autonomia; hanno anche 
un maggiore livello d'istruzione con percorsi formativi più lunghi di 
quelli maschili. Le donne però frequentano meno i csoa, rispetto ai 
maschi, ma più frequente è la loro partecipazione ai collettivi di ge- 
stione. Le donne hanno occupazioni più precarie, sono più vittime 
della disoccupazione, hanno più lunga attesa di prima occupazione, 
fanno fatica a fare impresa. La maggioranza vive coi genitori, segno 
questo che la famiglia svolge un ruolo di ammortizzatore delle tensio- 
ni sociali. Se lo smantellamento del welfare non ha ancora prodotto 
una situazione all'inglese ciò è dovuto alla "tenuta" della famiglia. Ma 
c'è da rilevare come essa si sia trasformata. Se la maggioranza dei gio- 
vani non avverte la necessità, l'urgenza, di "scappare" di casa ciò sarà 
dovuto a motivi di reddito, alla rendita urbana, al costo degli immobi- 
li, ma anche all'affievolirsi del ruolo repressivo della famiglia rispetto 
alle generazioni precedenti. L'onda lunga del '68 si fa ancora sentire. 
Soprattutto fra i maschi. L'altro genere, viceversa, è costretto a scelte 
radicali; o a vivere in famiglia, presumibilmente condividendone i va- 
lori, o per lo meno senza fare tanto attrito - e ciò spiega la componen- 
te sessista dei csoa - o a uscirne. Ne è testimonianza il fatto che le gio- 
vanissime sono più attratte dei maschi dalle attività dei csoa. Quanto 
poi al modo di affrontare il persistere delle discriminazioni di genere, 
gli atteggiamenti mutuati dal politicamente corretto rispecchiano un'i- 
pocrisia di fondo e un'incapacità di affrontare il problema con la do- 
vuta radicalità. Buona parte dei documenti vicini al milieu dei csoa so- 
no diventati illeggibili non solo per il linguaggio piagnucoloso e auto- 



92 



Centri sociali: geografie del desiderio 



referenziale, ma anche perché la lingua si contorce in un'impossibile 
rappresentazione dei generi e viene infarcita di i/e, tori/trici. È una 
lingua che si inviluppa nel formalismo ipocrita della pretesa correttez- 
za che, impossibilitata a trovare una forma neutra del linguaggio, neu- 
tralizza il conflitto che si esprime nell'uso della lingua. Non sarebbe 
meglio trovare forme più fantasiose e meno insulse di esprimersi? 
Forme che approfondiscano il conflitto della lingua anziché occultar- 
lo; per esempio scrivendo i maschi solo al femminile e viceversa, o cia- 
scuno secondo il genere, o un anno al maschile e un altro al femmini- 
le, o inventandosi il neutro laddove in italiano manca o come ci pare 
purché si eviti l'ipocrisia e la falsa coscienza manifesta nel politically 
correct. 



IL PRISMA E IL QUADRATO 

Già alla fine degli anni Ottanta ci rendevamo conto che non poteva- 
mo avere una funzione astorica o essere oggetti misteriosi relegati tra i 
fenomeni marginali o, nella migliore delle ipotesi, appendice nostalgi- 
ca dei movimenti del passato. I csoa nascono quando avvengono 
profonde modificazioni della struttura produttiva; distrutte le grandi 
concentrazioni operaie, distrutti i luoghi tradizionali di formazione 
dell'esperienza - famiglia, scuola, partito, fabbrica -, il territorio di- 
venta luogo delle nuove relazioni produttive. Un nuovo soggetto tro- 
va visibilità e nuove forme di organizzazione. I soggetti sociali che 
danno vita ai csoa non sono figure transitorie che verranno riassorbite 
sul lungo periodo in forme più tradizionali di organizzazione del lavo- 
ro, di conflitto e di rappresentanza politica, ma sono uno dei risultati 
di decenni di trasformazioni produttive e al tempo stesso un fattore 
rilevante per ulteriori processi di modernizzazione. La convinzione, 
da cui matura la scelta del Leoncavallo di intenderli come progetto, è 
che la soggettività politica che costruisce i csoa non è riassorbibile 
dalla sfera tradizionale organizzazione-partito-sindacato, ma anche 
che il soggetto sociale che vi fa capolino, nelle trasformazioni epocali 
presenti, non esprimerà mai più forme di rappresentanza simili a 
quelle finora conosciute. 

I csoa si configurano come un vero e proprio circuito, una rete di 
spazi al cui interno circola un insieme di soggetti che condivide maga- 
ri solo alcuni elementi, ma che tesse una prassi collettiva. Di qui un 

Il LeoncavaHo e la città del desiderio 

93 « 



Il processo relativo ai 
fatti del 16 agosto 
1989 si concluse, in 
prima istanza, con 
forti condanne agli 
imputati nonostante 
lo stesso tribunale 
avesse riconosciuto 
"l'alto valore morale 
delle attività del 




punto di vista che crediamo nodale; anziché affannarsi a sormontare 
la loro prassi collettiva con tentativi di omogeneizzazione e di egemo- 
nia politica che li riducono a una parodia gruppuscolare insignifican- 
te, il Leoncavallo predilige il terreno della singolarità e della specifi- 
cità spaziale, culturale e teorica dei csoa unite al rafforzamento delle 
funzioni, delle strutture, delle pratiche collettive. Il terreno privilegia- 
to della prassi non attiene a un disprezzo o a un sottodimensionamen- 
to della teoria, anzi, lo sforzo in questo senso operato negli ultimi an- 
ni è stato notevole; sottolinea semmai come il campo della prassi sia 
per noi l'arena nella quale filtrare con sufficiente chiarezza i progetti 
dalle chiacchiere. In questa scelta vive anche la percezione che il po- 
tenziale politico dei csoa - compreso, ovviamente, quello del Leonca- 
vallo - sia sottodimensionato dal persistere di una soggettività che si è 
mostrata adeguata a resistere ma è ancora poco capace di progettare. 
Abbiamo insomma la potenzialità sociale di volare comodamente in 
aereo, ma continuiamo a stare in equilibrio precario su una bicicletta. 
Questo scarto va situato nell'altro, quello relativo all'immagine sim- 
bolica del Leoncavallo. Nell'immaginario simbolico vi sono gradi dif- 
ferenti di identificazione con un progetto culturale e politico che, sep- 
pur in modo embrionale e caotico, si costruisce a pizzichi e bocconi. 
Di quest'immaginario simbolico, i csoa riescono bene a esprimere gli 
elementi resistenziali e controculturali, ma stentano nel resto. Do- 
vrebbero avere una corrispondenza prismatica con l'immaginario e, 
invece, mantengono una rappresentazione quadrata. Ciò nonostante, 
pur considerando i molteplici limiti, i csoa esprimono realtà di orga- 
nizzazione prepolitica e politica delle istanze sociali, culturali ed esi- 



Centn sociali: geografie de» desiderio 



stenzialì, costituiscono un importante laboratorio di comunicazione 
sociale in cui la moltitudine di rapporti informali, relazionali, è altret- 
tanto importante del tessuto formale (collettivi politici, associazioni, 
assemblee). In città orfane di spazi pubblici, in cui la vita associata 
inibisce la possibilità dell'agire politico collettivo, i csoa fungono da 
luoghi di formazione. È consapevolezza diffusa che la formazione av- 
viene vieppiù su processi emozionali che musica, teatro ecc. contri- 
buiscono a stimolare e non più o non solo su processi meccanici deri- 
vanti unicamente dalla condizione produttiva e dall'acquisizione 
ideologica. Per questo la dimensione culturale esprime un immagina- 
rio di comunicazione emozionale tipica delle forme artistiche ed 
espressive, in cui si dà senso al proprio agire e si concorre alla forma- 
zione dell'identità. La richiesta culturale che emerge dal questionario 
ha quindi una valenza formativa. Di qui ne discende la doppia natura, 
per i csoa, di originale osservatorio politico e sociale - da cui intuire il 
mutato rapporto tra sfera della produzione, sistema politico e gover- 
no del territorio - e di spazi di autoformazione, di autonomia cultura- 
le e politica in cui sperimentare le forme di una cooperazione sociale 
non sottoposta a mercificazione, senza delega e con modelli di consu- 
mo differenti. 



L"'AUTO" DEI CENTRI NELLA POLIS 

Autogestione, autorganizzazione, autoproduzione, autofinanziamento 
sono le parole martellanti che rimbombano dai csoa. Il modello auto- 
gestionario che pervade ogni loro livello di attività non è quello che 
proviene dalla tradizione anarchica o da quella titoista. Non è tanto 
un modello che allude a una società altra o a una forma della coopera- 
zione che orgogliosamente rivendica la corrispondenza tra produzio- 
ne sociale e direzione politica, ma è la prassi costitutiva che misura 
l'autonomia culturale, sociale, politica, esistenziale rispetto ai canoni 
dominanti. Non tanto un altro senza potere o un potere altro, quanto 
un altro dal potere che contende a esso il diritto di colonizzare ogni spa- 
zio vitale e di metabolizzarlo sotto forma di rapporto mercificato. Di qui 
l'importanza di quel bene raro che si chiama socialità. L'insistenza su 
questa categoria ha creato non pochi fraintendimenti in sede interpre- 
tativa dell'inchiesta. Anche in questo caso si sconta l'uso di un voca- 
bolario vecchio per una lingua nuova. 



Il Leoncava«o e la città del desiderio 

95 




La socialità diffusa, il bisogno di stare insieme ad altri, di godere di 
momenti ludico-ricreativi comuni e di esprimersi con piacere sogget- 
tivo in un ambito collettivo non sono attività neutre, indifferenti allo 
spazio e al modo in cui si svolgono. Il socius. il compagno, è inserito in 
modelli di relazione fortemente orientati. La bocciofila. la parrocchia, 
il club, la discoteca, il csoa sono sì tutti luoghi della socialità, ma cia- 
scuno è contraddistinto dalla presenza di codici diversi di riferimento, 
di obiettivi e desideri che non sono affatto mutuabili. A diversi codici 
di socialità corrispondono diverse forme di espressione e di formazio- 
ne sociale, diverse visioni del mondo e altrettanto diverse sensibilità. 
Contrapporre politica a cultura, socialità a politicità è un modo al- 
quanto strano e asfittico di interpretare la realtà. Non occorre l'antro- 
pologia per rammentare che i modelli di socialità caratterizzano gli 
universi simbolici, la visione del mondo, più di quanto facciano altri 
fattori, magari all'apparenza più potenti ma più caduchi. Continuare 
a interpretare i modelli dell'agire politico dei csoa con lenti vecchie 
equivale a condannarsi all'incomprensione. 

L'agire politico dei csoa non è quello della rappresentanza formale 
dei partiti e dei sindacati; è in stretto rapporto tanto con i diritti e il 
reddito quanto con la vivibilità dei territori e il miglioramento della 
qualità della vita. La richiesta d'intervento politico non è dunque da 
contrapporre a quella dell'intervento sociale; entrambe esprimono un 
desiderio inscindibile di trasformazione della realtà. Semmai, questa 
predile/ione all'impegno sociale e alla cultura evidenzia la diffidenza 



Contri sociali: qeoqMfic del desiderio 



verso la politica come sfera separata degli interessi e la preoccupazio- 
ne che anche all'interno dei csoa questa concezione possa trovare al- 
bergo. Questa diffidenza non è nuova nel movimento, tant'è che spes- 
so si sottolinea l'aspetto impolitico o oltre la politica del proprio agi- 
re. La preoccupazione è che la propria azione non si confonda con 
quella degli attori politici istituzionali. Il rifiuto della politica non 
esprime inazione, ma avversità ai luoghi e ai modi deputati dal potere 
a esprimerla. La politica non viene intesa come attività della polis, ma 
come attività nella polis. L'attività della polis esprime poteri e culture 
ufficiali, si attua entro un gioco complesso di inclusioni e di esclusio- 
ni, rappresenta interessi e lobby che nel mercato della politica com- 
prano e vendono la loro identità o la loro cospicuità di reti, intelligen- 
ze, poteri. La politica nella polis è l'attività di un soggetto politico 
esterno mirante a interdire le strutture gerarchiche, le forme di assog- 
gettamento che la polis crea di continuo. Non è l'attività dello schiavo 
rispettoso del padrone, ma l'attività che tende a distruggere la perpe- 
tuazione in ogni sua forma sia dello schiavo sia del padrone. L'approc- 
cio politico è diverso dalla sfera separata di interessi, rappresentanza e 
lobby; è l'universo costitutivo dell'intera sfera dell'esistenza; di qui il 
carattere inscindibile di cultura, politica, socialità, desiderio. 

È un agire politico che, certo, sconta l'inadeguatezza dei vecchi 
apparati analitici; ciò impedisce di essere adeguatamente e consape- 
volmente nel vivo dello scontro, di sviluppare sia la comunicazione 
orizzontale sia l'interazione tra le molteplici figure produttive, l'auto- 
gestione e l'autorganizzazione. Ciò nonostante, i csoa rimangono aree 
di diffusione di modelli di comportamento antagonisti, nel campo 
della musica, dell'arte, della società e della politica. 

L'AEREO E LA FARFALLA 

Se una lettura a noi distante interpreta i csoa come qualcosa di assi- 
milabile alla discoteca, un'altra a noi più contigua non smette di pen- 
sarli secondo il modello del partito o della casa del popolo. Anche 
qui, non ci siamo. I csoa, così come sono concepiti dal progetto 
Leoncavallo, sono molto distanti anche da queste rappresentazioni. 
Chi li pensa come a dei minipartiti pretende che essi scimmiottino la 
stessa forma organizzativa, la stessa prosopopea retorica, l'identica 
presunzione di essere coscienza del mondo e la messianica attesa che 



Il LeoncavaHo e la città del desiderio 



97 



il mondo si riconosca in essa. La visione verticale del partito non per- 
tiene solo alla differenza tra dirigenti e militanti, ma soprattutto a 
quella tra partito e masse, una visione che non può essere in grado di 
intrecciare e connettere i diversi punti di una complicata rete di rela- 
zioni umane, sociali, politiche e culturali. Ciò che lo differenzia, cre- 
diamo, da altri csoa, che ne caratterizza il ruolo di simbolo e che a 
volte suscita polemiche più o meno gratuite, è che il Leoncavallo, fin 
dalla distruzione della vecchia sede, ha tentato di fondare un proget- 
to autonomo nettamente distinto sia dalla visione del csoa come cin- 
ghia di trasmissione sia come moderna casa del popolo. Chi pensa ai 
csoa come cinghia di trasmissione li relega a strumento congiuntura- 
le dei soggetti sindacali e politici residui o in formazione, li limita a 
mera espressione dei vari partitini o sindacatini dell'extrasinistra, li 
considera supporto spazio-temporale dell' autorganizzazione di clas- 
se, cioè privi di funzione autonoma. Il limite di questa impostazione 
è quello di dare esclusività all'azione sindacale e alla presenza autor- 
ganizzata in alcuni settori; talvolta ciò diventa presenza testimoniale 
di collettivi politici con una sempre più scarsa incisività non solo ri- 
spetto alle trasformazioni del lavoro, ma anche a quelle che avvengo- 
no nelle aree di presenza. Non sarà un caso se il mondo dell'autorga- 
nizzazione si è frantumato in mille rivoli che, invece di corrispondere 
all'effettiva frantumazione della forza lavoro, ha seguito le pieghe 
delle tante formazioni politiche che lo sostengono. A tal proposito 
vorremmo chiarire il discorso che andiamo facendo sul lavoro auto- 
nomo. Questo non è da interpretare semplicemente come una cate- 
goria: i canoni che lo riguardano - individualizzazione dei rapporti 
di lavoro, precarizzazione, alta flessibilità e alta mobilità settoriale e 
geografica, salario come unica forma di tutela, autoimprenditoria - 
sono tendenzialmente relativi a tutte le categorie del lavoro e tutto 
ciò con una crescente subordinazione al mercato. Posto dunque che 
sempre meno si possano distinguere categorie di settore e di forma- 
zione, resta il fatto che anche il lavoro dipendente e financo quello 
pubblico seguono i canoni del lavoro autonomo. Prima la tendenza 
era che i lavoratori autonomi venissero risucchiati, presto o tardi, nel 
lavoro dipendente o conquistassero la forza di fare stabilmente im- 
presa. Oggi è il contrario; il lavoro "dipendente" viene risucchiato da 
quello autonomo e tende ad assumerne le caratteristiche. Anche in 
questo caso si può rilevare come l'attività dei csoa affonda anche, più 
o meno efficacemente, in aree della popolazione - giovani, lavoratori 



98 



Centri sociali: geografie del desiderio 




autonomi - che negli ultimi anni sembrano scontare un'egemonia 
delle destre e dove la sinistra tradizionale sconta ritardi paurosi sia 
nell'analisi sia nella prassi sociale. 

Siamo anche distanti dalla visione dei csoa come riattualizzazione 
delle case del popolo per motivi diversi di quelli precedenti, ma che 
attengono comunque al problema dell'autonomia progettuale. Le ca- 
se del popolo, infatti, pur avendo svolto una funzione straordinaria 
nella storia del movimento operaio come luoghi della socialità e pun- 
to di riferimento territoriale di "cattura" della classe, delegavano al 
partito o al sindacato le funzioni propriamente politiche. Sia ben chia- 
ro che il Leoncavallo non esprime contrarietà alle case del popolo o 
alle microforme autorganizzate, ma semplicemente evidenzia la pro- 
pria specificità progettuale. A tale scopo rivela un'attitudine alla me- 
tamorfosi, ossia a modificare le proprie strutture organizzative e le 
proprie forme di intervento in relazione alle continue trasformazioni 
produttive, allo scopo di divenire luogo dinamico di aggregazione ed 
espressione, per quanto parziale e simbolica, del conflitto sociale, e 
non statica e monolitica organizzazione. Il problema dell'organizza- 
zione va ripensato in chiave pragmatica oltre che teorica; non è un 
problema da enfatizzare né da demonizzare; è una funzione da consi- 
derare in base alla complessità dell'intervento; ogni funzione ha biso- 
gno di una strumentazione che muta al mutare della funzione stessa. 
L'organizzazione, con la o minuscola - discreta e leggera non potendo 



Il Leoncavallo e la città del desiderio 



99 — 




si propone come 
luogo formativo. 
Feste, animazioni e 
incontri per ribadire i 
diritti dei bambini e la 
loro qualità della vita 
nella città. 



essere invisibile e leggiadra - è la vera cinghia di trasmissione tra i 
progetti e la loro realizzazione. Senza un progetto, l'organizzazione è 
inutile. L'organizzazione non è, come spesso avvenuto, una macchina 
che si sostituisce ai progetti o li supplisce. L'organizzazione è da in- 
tendere come prassi costitutiva delle funzioni necessarie e non come 
teoria politica. 

Un aereo non può volare con le ali di una farfalla. 

Eppure, se ci ostiniamo, con insopportabile testardaggine e pa- 
zienza, oltre che con grande dispendio di tempo e di energie, a mante- 
nere una forma di assoluta orizzontalità di cui è fulcro l'assemblea - 
l'organo legislativo del Leoncavallo -, è per il semplice motivo che ri- 
maniamo cocciutamente contrari a ogni separatezza di funzioni tra 
"gestori" e "fruitori", tra inquilini e amministratori. 

I csoa patiscono un eccesso di richieste e di attese, tutte magari sa- 
crosante, ma che non possono trovare al loro interno esaustiva soddi- 
sfazione. La figura sociale emergente fa capolino nei csoa, si rende vi- 
sibile, ma permane opaca in termini di sedimentazione politica e orga- 
nizzativa. I csoa non possono essere pensati né come un surrogato né 
come un concentrato del conflitto; la loro azione è tesa a rafforzare, 
sollecitare, predisporre strumenti che siano funzionali ad altre e più 
socialmente diffuse forme del conflitto. Più che cristallizzare identità 
sempiterne, i csoa devono formare un humus, un ambiente in cui at- 



100 



Centri sociali: geografie del desiderio 



tecchiscano e proliferino pratiche sociali e sovversive, in modo tanto 
diffuso quanto informale. 

L'informalità e la capillarità, la struttura reticolare della frequenza 
al di là della formale appartenenza, sono caratteri consustanziali dei 
csoa. La loro visibilità tende a rendere meno opaco quel tessuto di re- 
lazioni sociali esteriori ai poteri dominanti che non è ancora in grado 
di trasformarsi in movimento di rivolta. Va sottolineato in termini au- 
tocritici come dall'inchiesta emerga questo paradosso: a fronte di una 
larga visibilità dei csoa, le strutture di autogestione sono scarsamente 
permeabili, quasi impenetrabili. Il flusso di richieste, di attese, relative 
all'azione dei csoa non si traduce immediatamente in desiderio di par- 
tecipazione alle loro attività di autogestione. L'elemento autogestiona- 
le - nelle forme che assume, ancora poco distanti, forse, dai caratteri 
della tradizionale militanza politica - è in qualche modo alieno alle 
prassi e ai comportamenti collettivi che si riversano nei csoa. Credia- 
mo che vadano indagati questa distanza e questo carattere alieno piut- 
tosto che dedurre con estrema banalizzazione che i csoa sono agiti in 
termini puri di servizio e di fruizione, similmente a quanto avviene 
per altri luoghi di socializzazione come le discoteche. E innegabile 
che una parte del flusso dei csoa si riversa anche negli stadi e nelle di- 
scoteche ma ciò - è il caso di insistere? - non indica indifferenza del 
flusso, identità di modello o addirittura doppia e speculare apparte- 
nenza. A contraddire questa presunta contiguità bastano i dati dell'in- 
chiesta relativi ai modelli di comportamento sulle "droghe". 

Nella parte relativa alle "richieste ai centri sociali" il dato più signi- 
ficativo che emerge, stranamente non segnalato dall'Aaster, è che la 
maggioranza (57,1 percento) non indica alcuna richiesta. Perché? Per 
indifferenza, per estrema difficoltà o addirittura per il rifiuto di sce- 
gliere? Optiamo per quest'ultima interpretazione: le funzioni di un 
csoa sono molteplici, non attengono a vetuste gerarchie ed è impossi- 
bile scindere l'impegno politico da quello sociale o culturale. Il tipo di 
richiesta del restante 42,9 percento è poco significativo; ciò nonostan- 
te da quando sono disponibili i dati dell'inchiesta, il dibattito ha qua- 
si esclusivamente riguardato le richieste di questo 42 percento, enfa- 
tizzandone alcune e sottostimando le altre. Un limite chiaro di inter- 
pretazione. Nell'incrocio complesso di culture e di funzioni, quanti di 
noi riterrebbero il Leoncavallo un mero luogo di iniziativa politica, 
scisso dalle altre definizioni, per esempio l'impegno sociale? È già 
sorprendente che lo faccia quel 12,2 percento tenendo conto che, per 

Il Leoncavallo e la città del desiderio 

101 ■ 



un'incomprensione originaria, gli "attivisti" del Leo hanno risposto al 
questionario e quelli di Cox no. Sottolineando la vocazione all'impe- 
gno sociale coloro che rispondono hanno sì dichiarato "che la natura 
politica del centro appare un contenitore troppo limitato per com- 
prendere la pluralità di significati sottesa all'idea di centro come am- 
bito di impegno sociale", ma hanno maggiormente espresso l'idea di 
un senso profondamente diverso dell'agire politico come inteso tradi- 
zionalmente (e anche dall' Aaster). Oltre la politica, verso una sua de- 
finizione complessa, certamente diversa da quella che ha animato i 
gruppi extraparlamentari degli anni Settanta. Un mix tra istanze poli- 
tiche tradizionali e altre ben difficilmente circoscrivibili, ma facenti ri- 
ferimento a un universo di motivazioni di carattere culturale e asso- 
ciativo. Occorre comunque rifuggire dall'idea e dalla sia pur remota 
possibilità che i csoa diventino luoghi consolatori, nei quali la socialità 
e un conflitto per campagne rimuovano o si sostituiscano all'impossi- 
bilità o alla difficoltà per molti soggetti sociali di vivere il conflitto co- 
me tradizionale espressione di antagonismo nei luoghi di lavoro. Data 
la frammentazione sociale e sindacale, questo problema non riguarda 
solo le figure del lavoro autonomo, ma anche quelle del lavoro pub- 
blico e dipendente. E comunque una realtà da non occultare, quella 
dei soggetti che non mancano di sottolineare l'insopportabilità della 
situazione ora esistenziale, ora sociale, spesso economica, talvolta cul- 
turale o nell'insieme e che, tuttavia, sono orfani dei luoghi tradiziona- 
li della lotta e si pongono alla ricerca di luoghi propulsori di conflitto 
e di creatività progettuale. 



MARIA E LE ALTRE 

Per finire, due considerazioni sul problema delle cosiddette droghe. 
La campagna antiproibizionistica fa ancora scandalo, eppure se c'è un 
comportamento omogeneo e un sentire comune che riguarda l'area 
dei csoa è proprio quello relativo alle "sostanze". Il Leoncavallo in 
particolare paga le conseguenze, sul piano delle attenzioni della magi- 
stratura, di un atteggiamento coerente teso a promuovere la liberaliz- 
zazione del consumo e della produzione della cannabis. I csoa hanno 
fatto negli anni Ottanta una lunga battaglia contro il racket dell'eroi- 
na e le politiche liberticide. Una società ridotta a lager - delle fabbri- 
che, delle prigioni, dei ghetti - sembrava capace di offrire come rime- 



102 



Centri sociali: geografie del desiderio 




dio all'eroina - parto mostruoso di questi lager - solo la costruzione 
di altri lager. San Patrignano in primis. Noi che lottavamo contro i 
primi lager non potevamo che osteggiare il loro lato speculare. La lot- 
ta contro San Patrignano, per la conquista di spazi di libertà, contro i 
ghetti entro cui han fatto di tutto per relegarci, erano tutt'uno. Una 
cultura libertaria non deve abdicare alle contraddizioni e ai problemi 
che possono derivare, deve declinare le sue battaglie senza temere fu- 
ror di popoli. Quella lotta ci ha dimostrato che il proibizionismo non 
ha ragione d'essere se non quella di favorire il racket su cui intere eco- 
nomie si nutrono in un circuito virtuale. L'attuale battaglia per la libe- 
ralizzazione della cannabis rimanda a quella, a una cultura tesa ad af- 
fermare le libertà contro gli universi concentrazionari. La particolarità 
della nostra Maria - che continueremo a seminare chiedendo agli ap- 
parati repressivi di "piantarla" - è quella d'essere sorella di tante li- 
bertà possibili e non la madre di quel povero Cristo che dall'alto della 
sua croce induce a sofferenza, a rassegnazione e a morte. 



Il Leoncavallo e la città del desiderio 



103 



2.1 




COX 18: 

UNA MICROSTORIA 
METROPOLITANA. 

IDENTITÀ, RAPPRESENTANZA, 
CONFLITTO, LUOGHI 



Il Centro sociale occupato autogestito Cox 
18 svolge la propria attività in un edificio di 
proprietà demaniale di via Conchetta nel 
quartiere Ticinese, lungo gli storici Navigli. 
L'attuale assemblea di gestione si è determi- 
nata nel giugno del 1988 in concomitanza 
con l'allargamento dell'area occupata a segui- 
to del trasferimento di una attività commer- 
ciale il ristorante Genovese lì ubicata prece- 
dentemente. 

In realtà lo stabile di via Conchetta ha una 
vicenda di autogestione e di occupazione che 
risale al luglio del 1976. In quell'anno, infatti, 
continuò in maniera ininterrotta un'ondata di 
occupazioni, un mix di spazi sociali e spazi abi- 
tativi iniziato nel 1975 e che aveva portato alla 
nascita del Centro sociale Leoncavallo, di quel- 



105 



lo di via Correggio 18' e di altri luoghi consimili di cui si parla in altra 
parte di questo volume. 

L'occupazione dello stabile di via Conchetta (tre piani di abitazioni 
e alcuni negozi) avvenne insieme a una simile e parallela di uno stabile 
(quattro piani e alcuni negozi) nella limitrofa via Torricelli. Entrambi 
gli stabili erano di proprietà privata. In un po' in tutta la città e nel suo 
hinterland si sviluppavano le occupazioni che portarono alla nascita 
dei circoli del proletariato giovanile e nello stessa zona si formava, poco 
dopo, in una ex panetteria occupata alle Colonne di S. Lorenzo, il Col- 
lettivo autonomo Ticinese. 

Le occupazioni di Conchetta e Torricelli avevano la specificità 
comune di essere promosse da un'area politica di sicuro orientamento 
libertario, pur non essendo lo stesso riferibile alle strutture "ufficiali" 
del movimento anarchico. Gli occupanti degli spazi a uso abitativo ave- 
vano le caratteristiche di composizione sociale (studenti, lavoratori, 
nuclei famigliari, inquilini morosi che diventavano occupanti ecc.) 
comuni al lungo ciclo di occupazioni di quel periodo, ma anche in que- 
sto caso una componente dichiaratamente politica e libertaria era piut- 
tosto evidente e si sarebbe protratta nel tempo creando, insieme al cen- 
tro sociale di via Correggio, solidi punti di riferimento cittadino per 
tutti quei soggetti sociali che, per affinità o per più precisa formazione 
e scelta politica, si muovevano nell'area anarchica. Comunque, anche 
qui, occorre precisare che l'humus libertario, più che invocare la pur 
prestigiosa eredità del secolare movimento anarchico internazionale, 
era piuttosto il prodotto logico del più generale sconvolgimento del 
modo di "fare politica" così come si era precedentemente determinato 
nel periodo 1968-1973. 

Il motore di fondo del nuovo movimento delle occupazioni eviden- 
ziava non solo un modo totalmente diverso di concepire il rapporto 
vita-politica, ma anche una serie di valori che non erano mai stati messi 
all'ordine del giorno della progettazione politica e che erano emersi in 
maniera più concreta nell'esplosione del movimento 77. 

E se è vero che movimenti consimili esplodevano un po' in tutta 
Europa (si pensi alla grande battaglia collettiva che, qualche anno 
dopo, porterà alla nascita della Rote Fabrik di Zurigo o al movimento 
dei kraker olandesi), ponendo al primo posto della pratica sociale la 
centralità della metropoli e del proletariato giovanile, la specificità del 
caso italiano è stata che questo proletariato si era rapidamente rivelato 
produttivo e che, dunque, la centralità della protesta metropolitana 



106 



Centri sociali: geografie del desiderio 



non poteva che essere vissuta come un tentativo e una prima, vaga 
forma di ricomposizione di soggetti che prestavano la loro forza-lavoro 
e la scambiavano all'interno del nuovo tessuto economico formato dal- 
l'intreccio tra grande, media e piccola fabbrica, terziario e lavoro nero, 
con all'orizzonte il pericolo concreto di diventare stabilmente "precari 
sociali" o disoccupati. Il tempo avrebbe dimostrato che quella necessa- 
ria ricomposizione non era evidentemente possibile, ma ciò non toglie 
che, senza queste caratteristiche e questi "vissuti", il "nuovo" movi- 
mento metropolitano sarebbe rimasto un fenomeno isolato, ghettizza- 
to e non avrebbe dato luogo, come invece fece, a un grande ciclo di 
lotte del terziario. Tale ciclo ebbe, per questo settore della forza-lavoro, 

10 stesso significato che aveva avuto il 1968-69 per l'operaio metalmec- 
canico. 2 Ebbene, nel caso milanese, ma anche in quella di altre città, il 
"precariato sociale" ebbe nelle case occupate e nei luoghi sociali auto- 
gestiti un suo punto di forza.' 

Appare quindi logico che negli spazi sociali del centro sociale di via 
Conchetta si riunissero il Collettivo lavoratori ospedalieri libertari e il 
Coordinamento lavoratori libertari che più tardi e in sinergia con alcu- 
ni organismi consimili di altri settori lavorativi operanti nell'occupazio- 
ne di via Correggio 18 - e molti altri sparsi sul territorio nazionale - 
daranno vita all'Usi (Unione sindacale italiana). 

Se queste caratteristiche consentivano di avere un rapporto più 
creativo con i nascenti circoli del proletariato giovanile che delle 
"ronde contro il lavoro nero" facevano uno dei loro obiettivi prioritari, 
la radicale pratica anti-istituzionale e la diffidenza nei confronti dei 
precedenti e persistenti modelli organizzativi "movimentisti" (per 
esempio l'Autonomia operaia organizzata) consentì, qualche anno 
dopo, una forte e non sempre pacifica sinergia anche con il rigido e 
chiuso universo delle controculture punk che andavano diffondendosi 
nella città. 

Di fatto, quindi, gli organismi di gestione di via Conchetta avevano 
avuto sin dall'inizio concrete forme di collaborazione con il centro 
sociale di via Correggio 18 a cui erano legati non solo da affinità eletti- 
ve 4 , ma anche e tendenzialmente da un modo comune di "leggere" i 
processi di ristrutturazione in atto nella metropoli milanese. 

Nello spazio anarchico di via Conchetta vengono realizzati sin all'i- 
nizio un laboratorio psicosociale e un asilo autogestito ma, nel tempo, 

11 motore dell'intervento territoriale diventerà il Comitato di lotta per 
la casa. 



Cox 18: una microstona metropolitana 



107 



UN CICLO DI OCCUPAZIONI NOMADICO E FLESSIBILE 



Questo organismo darà vita, frequentemente in sinergia con comitati 
simili, a una serie ininterrotta di occupazioni soprattutto nella zona 
Ticinese/Genova, ma anche in altri settori della città. Verso la fine degli 
anni Settanta e nel corso dei primi anni Ottanta verranno così occupati 
appartamenti in piazza XXIV Maggio, corso S. Gottardo, via Gentili- 
no, via Pavia, Ascanio Sforza, via Bergognone, Alzaia Naviglio Pavese, 
via Scaldasole, via Gorizia, via Pontida, piazzale Dateo, via della Pergo- 
la (all'inizio gestita da sole donne), via Orti (dove sarà aperto anche un 
centro di diffusione di materiale punk del Virus) e viale Bligny (dove 
nascerà la sede dell'Usi). 

Il Coordinamento dei comitati di lotta per la casa (ne esistevano 
anche altri e di altro segno politico) sposterà frequentemente la propria 
sede per le necessità legate all'intervento territoriale. Si troverà così a 
operare in via Correggio, in corso Garibaldi e in viale Piave dove rile- 
verà la sede di un collettivo autonomo territoriale. 

Più in generale i primi dieci anni di occupazione di via Conchetta e 
di via Torricelli sono caratterizzati da una notevole capacità da parte 
degli organismi di gestione di aprire vertenze tese al riconoscimento sia 
degli spazi abitativi sia di quelli sociali. Queste vertenze avranno per 
larga parte un esito positivo, tanto che le abitazioni di via Torricelli e 




108 



Contri sociali: geografie del desiderio 



via Conchetta e i loro occupanti nel 1980 verranno, per così dire, "rile- 
vate e prese in carico" (attraverso la legge 167)' dall'amministrazione 
comunale per essere date in gestione al settore Edilizia popolare del 
Comune di Milano. Esiti simili si avranno sia in piazza S. Eustorgio sia 
in via Scaldasole, mentre il Torricelli, dopo essere stato ristrutturato e 
aver stipulato una "convenzione di affitto" con il Comune, proseguirà 
la sua attività anche come centro sociale Torricelli (di riferimento anar- 
chico "ufficiale") dove è tuttora operante. 



IL PUNK, I PUNX E LE "CREATURE DIVERSE E SIMILI" 

"A Milano nel 1979 l'aria era grigia - pesante come cemento armato - 
di colpo tutto sembrava invecchiato, i costumi, gli eskimo, le ciarle e le 
lunghe gonne a fiori; il linguaggio - compagni e compagne, assemblea e 
cortei - la musica... Chi aveva dai 18 anni in giù e la potente voglia di 
cambiare il mondo poteva scendere in strada direttamente dall'ultimo 
piano di un megagrattacielo Iacp di Gratosoglio... il tonfo non l'avreb- 
be sentito nessuno." 6 

Così un punk ricorda il clima della città nell'anno di inizio della 
"grande repressione". Le sedi politiche chiudevano, più frequentemen- 
te venivano chiuse di forza, a una a una; una parte rilevante dei circoli 
del proletariato giovanile veniva travolta dal ciclo dell'eroina e una 
parte cospicua dei quadri militanti operai e sociali di una generazione 
veniva "quasi costretta" a clandestinizzarsi e a impugnare le armi nel 
tentativo di difendere le conquiste del precedente quindicennio di 
lotte. Dall'altra parte, quella dello Stato, veniva messa in atto una formi- 
dabile macchina repressiva (carabinieri, polizia, magistratura) legitti- 
mata dall'intero sistema dei partiti con le rare eccezioni legate alla flebi- 
le voce delle superstiti formazioni neoparlamentari. Per la componente 
ribelle della giovanissima generazione emergente, gli spazi di agibilità e 
di esperienza sono quasi impossibili. I compagni non li capiscono e il 
resto del tessuto sociale li osserva con un mix di sospetto, curiosità e 
rifiuto. Per loro, invece, la pratica punk con il suo universo di progressi- 
ve "negazioni", diventa, come in tutte le controculture, il "riconoscersi 
tra uguali", la possibilità di un'identità "vissuta" come forte e proget- 
tuale di fronte al pericolo mortale dell'omologazione. 

I punk "galleggiano" ai confini comunali, si aggirano negli hinter- 
land, fanno rapide puntate aggregative verso il "centro" della città (si 



Cox 18: una microstona metropolitana 



109 



mischiano, per esempio, in piazza Mercanti con i resti dei circoli), cer- 
cano i "luoghi" della socialità e del progetto. Nella parte Sud della 
città, quella che ha meno spazio "vuoto" o "nemico" tra centro e peri- 
feria, ci sono aggregazioni forti e complesse a Ronchetto (vicino a Cor- 
sico), a Trezzano sul Naviglio e nei meandri del quartiere Barona. Da 
quelle parti c'è anche l'Omnicomprensivo di Corsico, un'orrenda fab- 
brica scolastica che di per sé è già un ferrovecchio nel suo intento di 
produrre "prototipi umani" destinati ai lavori tecnici superficialmente 
qualificati, mentre tutto il ciclo produttivo della città richiede "saperi 
flessibili" e in continua mutazione. Gli insegnanti sono a loro volta "di 
sinistra n , ma cominciano a non capirci quasi più niente in quell'uni- 
verso di "segni", simboli e corpi in rivolta che sembrano comunicare 
tra loro solo attraverso codici segreti; loro, i punk, pur lavorando quasi 
tutti non hanno grande interesse per il lavoro e pensano che gli inse- 
gnanti siano dei bravi tipi, ma "che non ci stanno proprio dentro" ai 
loro "universi vitali". 7 Vogliono, invece e soprattutto, abbandonare le 
panchine e i "muretti" dei falansteri Iacp, vogliono creare mondi sepa- 
rati; nelle cantine della zona Sud proliferano decine di gruppi musica- 
li: tra questi i Wretched, che per molti anni rappresenteranno un 
"cult". La musica diventa un progetto, uno strumento di comunica- 
zione e un territorio dell'identità. "Nascono così i primi gruppi musi- 
cali e le prime punkzine insieme alle prime lotte di autodeterminazio- 
ne contro la polizia che esercita un controllo oppressivo su tutto il ter- 
ritorio." 8 Prende anche contorni sempre più precisi una forsennata 
lotta quotidiana contro il dilagare dell'eroina, una lotta che sarà per 
tutti gli anni Ottanta un elemento qualificante del programma dei cen- 
tri sociali della "seconda generazione". Ma tutto questo non basta per- 
ché l'uso deprivato dello spazio urbano è una costrizione intollerabile. 
Provano ad andare alla Fornace," un centro sociale vicino a Corsico 
nato nel 1977, ma la cosa non funziona; si spostano orizzontalmente 
sulla border-line urbana attraverso Cesano Boscone e verso Baggio 
dove ha resistito la Casermetta e, dopo la fine di questa esperienza, si 
installeranno nella Locanda, un locale pubblico gestito da una coope- 
rativa che sarà per qualche anno un avamposto di lotta e d'aggregazio- 
ne della periferia milanese del Sud-Ovest. Lì, da quelle parti, nascerà 
nei primi anni Ottanta, anche la fanzine "Fame" - e poi la darkzine 
"Amen" - non ultima di una proliferazione di strumenti comunicativi 
consimili ed estremamente diversificati che andavano nascendo in 
giro per il devastato paese Italia. 10 Un movimento comunicativo que- 



llo 



Centri sociali: geografie del desiderio 



sto che può a buon diritto essere definito come il "nuovo under- 
ground italiano". 

Ma le periferie e gli hinterland metropolitani sono esausti, depoten- 
ziati. La primavera dei circoli è durata troppo poco per sedimentare 
soggettività forti e progettuali. Sopravvivono pochi luoghi di resistenza 
accerchiati dall'eroina e dal nuovo ciclo di criminalità diffusa a essa 
connesso e che pare incrociarsi specularmente con l'ottusità repressiva 
dei nuovi padroni della città. È tempo di andare verso il "centro" ruti- 
lante di luci e di ricchezza. È tempo di portare la propria soggettività 
nel cuore della città "eccellente". La scommessa dell'autodetermina- 
zione territorializzata e decentrata appare perduta e un luogo dolce, 
poetico e controculturale come il Csoa Richard (erede della Fornace, 
in fondo ai Navigli vicino ai confini comunali) finirà (qualche anno 
dopo) per "autochiudersi" nell'impossibilità di confrontarsi con la 
dura presenza degli spacciatori organizzati. 

Così, da questi territori, e principalmente il sabato," tutti comince- 
ranno a migrare verso il "centro storico", creando "luoghi di incontro 
all'aperto" dalle parti di via Torino (in piazzetta S. Giorgio vicino al 
negozio musicale New Kary), al parco Sempione (luogo ideale per 
"ricongiungersi" con altri "fratelli" provenienti da altri punti cardinali 
della città), al Concordia Pub a porta Genova, al Polinesia e allo storico 
bar Magenta già luogo di riferimento del movimento studentesco del- 
l'Università Cattolica. 

Dalle parti del New Kary, e nel cuore della città dell'"eccellenza" c'è 
anche il centro sociale Santa Marta (nato nel 1977) che risente, come 
tutti i luoghi consimili del precedente ciclo di lotte e di aggregazioni, di 
una forte crisi di progettualità e pare avviato alla decadenza. Nel 1980, 
e per sostanziale "contiguità territoriale", diventa rapidamente luogo 
di frequentazione punk trasformandosi in "un covo di sale prove di 
gruppi punk", ma anche in una postazione urbana molto avanzata 
delle nuove soggettività metropolitane. 

Il rapporto con Santa Marta non durerà molto, perché il precedente 
collettivo di gestione appare piuttosto proteso a entrare nel grande 
baraccone dello spettacolo fine a se stesso, ma foriero di opportunità di 
reddito e mercificazione "omologata" o "assistita" dall'istituzione 
comunale. 12 

Il passaggio per il Santa Marta lascia comunque un qualche segno di 
una possibilità di entrare in una certa area che "possiede" luoghi dove 
cercare spazi di vita e di autodeterminazione. Ed è l'essere in qualche 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



111 



modo entrati in contatto con questa area che lentamente fa sì che una 
componente delle nuove soggettività metropolitane si trovi (nel 1981) a 
frequentare il Vidicon (un tentativo di allargare la pratica della socializ- 
zazione attraverso la produzione artistica)" in via Correggio, che è stato 
aperto in accordo con il preesistente collettivo di gestione del centro 
sociale. Pur essendo l'iniziativa dello spazio Vidicon considerata piut- 
tosto "modaiola" finisce per esercitare un discreto fascino sui nuovi fre- 
quentatori, che cominciano a comunicare con un'area più vasta di quel- 
la che frequenta quello spazio e con lo stesso organismo di gestione del 
centro sociale di via Correggio, in questo favoriti dalla presenza in quel- 
lo spazio del collettivo culturale "Nero", che comunque denota una 
certa vocazione a operare sul terreno delle nuove forme di aggregazione 
giovanile metropolitana. Si può dire quindi che è per la somma delle 
"contiguità territoriali" che proprio in questa fase il movimento punk si 
incrocia con il Comitato di lotta per la casa di Torricelli/Conchetta e 
con lo stesso organizzerà una manifestazione-concerto (chiamata "Ruin 
party") contro l'eroina proprio nello spazio sociale di via Conchetta. 
Questa volta il rapporto con l' tt area dei compagni" funziona discreta- 
mente 14 e molti dei punk cominceranno a seguire il movimento delle 
occupazioni con ritrovata legittimità. 



DAL VIDICON AL VIRUS 

"Dopo un periodo di ristrutturazione, durato 5 mesi, e operato dagli 
stessi gestori, il Vidicon si presentava come il locale più all'avanguardia 
di Milano. Lo spazio era composto da due ampie stanze tappezzate 
interamente di piastrelle bianche e luci al neon, che conferivano un 
aspetto di particolare freddezza a tutto l'ambiente, completamente 
vuoto e non arredato, a parte la presenza di una serie di monitor e di 
pochissimi posti a sedere in antitesi alle solite discoteche. Nella stanza 
più ampia era situato un palco molto basso e non separato, che permet- 
teva un contatto più caldo e meno formale tra gli eventuali musicisti e il 
pubblico... Infine in una stanza più piccola si proiettava e si vedevano 
(sempre rimanendo in piedi) i filmini di autori perlopiù sconosciuti. 
Ma la carica vitale veniva portata dal pubblico stesso, che diventava 
una sorta di arredamento vivente, Uno spettacolo nello spettacolo."" 

In questo spazio i punk si mischiano con un universo variegato di com- 
portamenti, stili di vita e di abbigliamento personalizzato, ma nel contem- 



112 



Centri sociali: geografie del desiderio 



po si incrociano con le nuove tecnologie mediatiche in maniera meno 
sospettosa di quanto non fosse inerente la loro pratica precedente." 1 

Il Vidicon durerà poco più di due anni" e dopo la sua chiusura e 
negli stessi locali prenderà vita a opera di un centinaio di punk (che ora 
si fanno chiamare con la X finale, punx, per differenziarsi da altre pra- 
tiche consimili ma meno radicali e meno politicizzate) il primo centro 
sociale d'Italia per punx che gli stessi occupanti chiameranno Virus. 

L'attività si struttura immediatamente con finalità e in modi diversi 
da quelli proposti dal precedente Vidicon. A capo della gestione, infat- 
ti, non troviamo più un gruppo di persone, ma un collettivo aperto a 
tutti coloro che vogliano vivere e contribuire per realizzare le iniziative 
proposte (in certi periodi il collettivo di gestione è formato da oltre 
cento persone). Il segno del progetto diventa rapidamente di carattere 
politico e controculturale (lotta contro l'eroina "merce eccellente del 
capitale", diffusione del virus delle occupazioni per creare altri luoghi 
consimili, lotta contro la repressione, contro le carceri speciali, contro 
il nucleare e il militarismo, la vivisezione; vengono inoltre promossi 
interventi, in sinergia con il collettivo del Csoa Correggio, all'Ufficio di 
collocamento ecc.) pur mantenendo quelle caratteristiche legate alla 
"rivolta dello stile" 18 e alla autodeterminazione di "luoghi" dove speri- 
mentare forme collettive di crescita e affinare strumenti di conoscenza 
e, soprattutto, mischiando lotta, ironia, divertimento, come in una 
ricerca costante di impegno socio-politico-culturale, senza "militan- 
za", comportamento d'obbligo sino a poco tempo prima e che conti- 
nuò a essere centrale per alcune situazioni sociali superstiti del prece- 
dente ciclo di lotte. 19 Appare evidente in queste pratiche uno "sponta- 
neo" spirito libertario e un modo "orizzontale" dell'agire. Non esiste 
infatti una struttura gerarchica e in questo caso era logico che l'area dei 
punx si legasse per simpatia al movimento anarchico e fosse enorme- 
mente facilitata in ciò nei suoi rapporti sia con il Comitato di lotta Con- 
chetta/Torricelli sia con il collettivo di via Correggio 18. 

Il Virus mantiene una costante e autonoma programmazione musi- 
cale privilegiando quelle formazioni totalmente "fuori dal mercato" o, 
per affinità esistenziale e culturale, quei gruppi musicali nati insieme 
allo stesso movimento punk. L'attivismo appare forsennato, diventan- 
do quasi un programma contro l'apatia e il plumbeo clima generale 
dominato dagli arresti e dalla repressione e dal dilagare del "ciclo del- 
l'eroina". Molte iniziative registrano la presenza di migliaia di persone 
provenienti anche dal resto del paese Italia e dall'estero. Quello che è 



Cox 18: una microstona metropolitana 



113 



certo che il "modello Virus" si riproduce abbastanza rapidamente 
anche altrove e così nasceranno centri sociali consimili come il Victor 
Charlie a Pisa, la Giungla a Bari e altri ancora a La Spezia, Roma, Tori- 
no e Bologna. Questo circuito diventa "il luogo collettivo" delle auto- 
produzioni di fanzine, cassette musicali, video ecc., fino a essere defini- 
to l'area del "prosumer" (un tutt'uno non separato di produzione e 
fruizione). Grande attenzione viene posta nei confronti degli strumen- 
ti della comunicazione e comincia a formarsi lentamente la possibilità 
di un uso diverso e sociale degli stessi. Magari a partire dai graffiti che 
proprio dall'area punk vengono introdotti nelle pratiche di movimento 
sostituendo inesorabilmente la precedente pratica dei murales. 

"I graffiti arrivano da New York come un segnale di rottura nell'or- 
dine dei segni predominanti. I graffiti non si riferiscono a nulla, non 
rispettano nulla, cominciano sul muro della metropolitana, continuano 
sulle scale, escono allo scoperto, violano, in un modo un po' beffardo a 
mo' di folletto, l'immagine della città che gli architetti hanno costruito 
(e gli urbanisti rigidamente e illusoriamente programmato) con grande 
attenzione. Ciò che viene violato è il 'mezzo': il muro, il marciapiede, il 
vagone della metropolitana con il nuovo segno sopra ci trasmette un 
messaggio nuovo e diverso da quello che vorrebbe e dovrebbe dare." 20 

Da queste definizioni risulta in tutta evidenza che il pericolo 
"orwelliano" andava ormai decadendo, per lasciare il posto alla riven- 
dicazione di una possibile manipolazione movimentista dei media e di 
tutti gli universi comunicativi. La riemissione di messaggi, il farli diven- 
tare pratica e uso sociale si avviano a diventare una necessità, un biso- 
gno da agire all'interno di tutte le altre pratiche di opposizione e di 
intervento sociale. 

È la fase nella quale il movimento punk internazionale si "cultura- 
lizza" notevolmente, assorbendo e facendo sintesi sia dei nuovi moduli 
espressivi urbani sia delle riflessioni e scelte che li determinano: dopo i 
graffiti sono i primi ad avvicinarsi al rap - "il rap è la risposta del ghetto 
al sistema"' 1 - nel mentre cominciano a occuparsi dei nuovi media che 
sono nel contempo anche mezzi di produzione socializzabili con fun- 
zioni e finalità diverse. 

Poco prima dello sgombero, che avverrà nel maggio 1984, il Virus 
elaborerà anche un progetto di centro polivalente che nella sua inattua- 
ta complessità raccoglie la memoria delle esperienze precedenti e anti- 
cipa di molto alcune costanti fisse che caratterizzeranno le attività dei 
centri sociali della terza generazione. 22 "Il centro polivalente dovrebbe 



114 



Centri sociali: geografie del desiderio 



quindi avere: una libreria e delle sale lettura e progettazione; attrezzatu- 
re video (videoregistratore 1/22" e 3/4", telecamera, telebeam/video- 
proiettore, 4 monitor, partitore, sintonizzatore ecc.); una sala di regi- 
strazione insonorizzata, una per le prove musica, una per trasmissioni 
radiofoniche e attrezzature radiofoniche, una sala concerti perfetta- 
mente attrezzata (potenza mille Watt, 12 microfoni, 12 aste, 4 casse 
monitor, mixer 16 canali, registratori, equalizzatori, delay ecc.)." 2 ' 

CONTAMINAZIONI, NOMADISMI E PERCORSI RIZOMATlCl 

Indubbiamente la presenza dei punx in via Correggio andrà assumen- 
do valenze simboliche forti, sfiorando il rischio di appiattire e sovrade- 
terminare la preesistente identità del "luogo" più specificatamente 
"politico e sociale" o almeno così parrebbe ripercorrendo la solita e 
stereotipa forsennata campagna di stampa (il solito "Corriere della 
Sera" e il suo "impagabile" Pozzoli) che qualifica abbastanza rapida- 
mente l'esperienza come "covo" dei marginali e asociali "sporchi, brut- 
ti e cattivi", incomprensibili punx. La somma dei dejà-vù è in questo 
caso quasi ridicola, ma si ripeterà in maniera ininterrotta fino ai nostri 
giorni. Un problema politico e sociale viene trasformato in un proble- 
ma di "ordine pubblico" restituendo fiato e credibilità ai proprietari 
immobiliari, nel mentre non può che soffiare benzina sul fuoco del 
nascente "livore metropolitano" della "brava gente" del quartiere 
Fiera dove opera Correggio 18. I punx sono vissuti come sgradevoli 
senza fare "veramente paura" e i compagni del centro sociale commen- 
teranno queste dinamiche osservando che è tipico della "piccola 
gente" sapere odiare veramente solo chi non teme e chi non capisce. 

Questa posizione è comunque indicativa delle sinergie che si sono 
sviluppate tra le due componenti del centro sociale. Il tendenziale e 
nuovo isolamento rispetto al quartiere 24 verrà quindi vissuto come 
secondario rispetto all'allargarsi dei contatti che sviluppano nuovi orga- 
nismi e nuove iniziative, mentre Correggio sembra vivere un momento 
di forza diventando un punto di riferimento nazionale per l'area giova- 
nile e un santuario della "temibile" area punk. La stessa creatività (con- 
certi, mostre, performance, che rinnovano l'esausto panorama delle 
feste popolari dei precedenti centri sociali) e la presenza vitale dei punx 
sia nel Coordinamento di lotta per la casa sia nel Comitato di lotta dei 
precari (che edita il foglio "Wobbly", successivamente assorbito nella 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



115 



rivista "Wobbly/Collegamenti", tuttora esistente), non fa che ribadire e 
potenziare "la storia precedente di Correggio, con la sua propensione 
alla marginalità, la sua ricerca di alternatività e la sua spregiudicatezza, 
permettendo punti di incontro con il dichiarato anarchismo sociale dei 
punx (è nota la 'simpatia' nei loro confronti di 'A Rivista Anarchica') e 
con la loro fame di creatività fuori dalla nostalgia per la centralità ope- 
raia, peraltro fiore sempre poco coltivato da quelle parti". 25 

I punx applicano con il massimo di coerenza la separatezza, che in 
qualche modo in Correggio era già presente prima del loro arrivo, e la 
esemplificano continuamente come un virus che si aggira per la città. Si 
rischiano continuamente conflitti interni alle varie componenti della 
casa e del Virus, ma il "fascino discreto" dei punx pare vincerla su 
tutto, perché molti compagni assumono comportamenti analoghi e 
anche perché i punx vengono interpretati, magari un po' strumental- 
mente, come fattore di rilancio dell'occupazione e come riproposta di 
una radicalità esistenziale sia pure diversa da quella passata. 

II biennio 1983-84 sarà denso, importante, frenetico. Correggio 18 
è quasi riferimento nazionale per una certa area libertaria e, sicura- 
mente, per il circuito delle nuove controculture metropolitane, ma il 
clima politico generale è plumbeo, spezzettato e denso di incognite. 
Gli arresti dei militanti armati (e non) sono migliaia e le carceri rag- 
giungono una sorta di orrendo record storico di "detenuti politici". 
Molti dei militanti del precedente ciclo di lotte appaiono costretti a 
trasformarsi in discutibili esperti della miserabile sfera del "diritto 
penale", diventato dispositivo militare con il potenziamento derivato 
dalla "legislazione speciale" o di "emergenza". La "centralità ope- 
raia", che con le sue lotte aveva assicurato spazi di agibilità e libertà a 
tutti gli altri movimenti esterni alla fabbrica, sta andando letteralmen- 
te in pezzi attraverso l'azione congiunta di repressione, ristrutturazio- 
ne e innovazione tecnologica e qualcuno più tardi definirà queste 
dinamiche come la fase della "paura operaia"." 6 La metropoli milane- 
se, in particolare, viene letteralmente sconvolta dalla ristrutturazione 
produttiva e la composizione sociale dei suoi quartieri muta con una 
velocità impressionante, trasformando il territorio urbano in una cen- 
trifuga che espelle prima i soggetti più deboli e poi intacca e minaccia 
una parte consistente degli stessi ceti medi. Il ciclo delle occupazioni 
incontra difficoltà crescenti e oggettive per la carenza di alloggi occu- 
pabili. Infatti il numero di appartamenti vuoti si mantiene elevato in 
assoluto, ma tuttavia molti alloggi sono fatiscenti o si trovano in stabili 



116 



Centri sociali: geografie del desiderio 



con scarse possibilità di ottenere solidarietà dagli inquilini (quando 
non predomina la figura del padroncino che aveva cominciato a for- 
marsi nel 1977-78) o, ancora, sono di proprietà dei padroni ben pro- 
tetti (i Ligresti, i Bonomi-Bolchini o i Cabassi) politicamente. In quel 
periodo il peso politico della proprietà privata si avvia diventare pre- 
dominante, perché in dieci anni i piccoli proprietari di appartamenti 
sono passati in città dal 25 percento al 40 percento. 27 Spontaneamente 
le case occupate (per esempio, corso Garibaldi 89, piazzale Dateo, 
corso Lodi, piazza Risorgimento, via dei Transiti, lo storico Csoa 
Leoncavallo e le stesse occupazioni di Correggio, Torricelli e Conchet- 
ta) con o senza attività sociali collegate, diventano "case madri genera- 
zionali", ma anche roccaforti di organizzazione e resistenza. Molto 
probabilmente i punx, ma anche tutto il resto dei compagni dei luoghi 
sociali, di Correggio 18 hanno grandi difficoltà a comprendere nella 
loro valenza effettiva la profondità di questi sconvolgimenti, ma cerca- 
no di essere presenti ovunque: nelle aule bunker dove si svolgono i 
processi ai militanti delle formazioni armate e dove verranno più volte 
malmenati dai poliziotti, al camping contro il nucleare a Comiso del 
1983, negli scontri di Voghera contro le carceri speciali e l'articolo 91 
o nell'organizzare, insieme al Coordinamento casa, concerti nelle 
scuole contro il militarismo e l'invio di truppe italiane in Libano. 

Con questo clima, nel circuito delle occupazioni sembra prevalere 
l'idea che le istituzioni siano disposte a tollerare, almeno sul versante 
culturale, un certo pluralismo e quindi non viene prestata la dovuta 
attenzione ai nessi fra mobilitazione dei ceti medi in quartiere (che si 
sentono minacciati nelle loro posizioni), trasformazione della struttura 
urbana, modificarsi del quadro politico complessivo e presenza poli- 
ziesca che pare al contrario convinta, sbagliando, che sia in corso una 
ricomposizione sociale, politica e generazionale proprio a partire dal 
ciclo delle "occupazioni sociali". 

Nella città c'è grande confusione e incertezza e qualche attore istitu- 
zionale pensa sia necessario indagare questi nuovi "fenomeni giovani- 
li". Lo farà la Commissione emarginazione e devianza (Cserde) della 
Provincia di Milano, commissionando a un gruppo di sociologi una 
ricerca sulle "bande spettacolari giovanili". 28 1 sociologi sono tutti "di 
sinistra" e provengono dai laboratori universitari degli anni Settanta, 
ma evidentemente si sono persi nelle loro necessità accademiche e non 
capiscono più nulla delle nuove figure urbane. Così, durante la confe- 
renza stampa di presentazione della ricerca, i punx contesteranno 



Cox 18: una microstona metropolitana 



117 



duramente questa iniziativa tagliandosi il petto con delle lamette e 
diffondendo poi un volantino di protesta intriso del loro sangue a 
significare che non vogliono essere indagati come cavie da laboratorio. 

Le "bande giovanili" non esistono, dicono i punx, ciò che invece 
esiste è una realtà di aggregazioni giovanili come cosciente risposta alla 
valenza del sistema, come barriera (l'unica possibile) contro la com- 
mercializzazione della vita quotidiana, come progetto contro un siste- 
ma politico che produce morte ed emarginazione e di cui l'eroina è il 
corrispettivo materiale e simbolico. 29 

Sociologi e funzionari rimangono disorientati e tentano impossibili 
mediazioni e grottesche dissociazioni mentre i compagni e i punx occu- 
pano (Virus insieme a quelli di "Fame", di "Amen" e di "T.v.o.r.") il 
Teatro di Porta Romana dove doveva svolgersi il convegno e illustri 
giornalisti (fra tutti lo "spaccamontagne" Giorgio Bocca) prudente- 
mente disertano l'iniziativa.™ 

Nell'area culturale residua dei movimenti degli anni Settanta, 
curiosamente, i punx e via Correggio funzionano come elementi di una 
sorta di resa dei conti immaginaria postmovimentista. I punx vengono 
vissuti, in questa occasione, come i vendicatori della verginità perduta 
del movimento, come i critici spietati dell'asservimento alle istituzioni 
di un certo numero di "intellettuali" di bassa categoria. Tutta questa 
dinamica potrebbe apparire strumentale, e forse in parte lo è, ma 
diventa anche solidarietà concreta e così l'episodio troverà largo spa- 
zio, oltre che sulle pubblicazioni anarchiche, sia sulla rivista "Primo 
Maggio" (di cui però almeno un redattore è anche interno al Csoa Cor- 
reggio 18), sia su "Metroperaio" che è collegata alla libreria Calusca. 

Il tempo viaggia veloce e il lungo processo nomadico carico di con- 
taminazioni intrapreso dai punx qualche anno prima si consolida e 
acquista una sua "cittadinanza" molto consistente mentre, più in gene- 
rale, Correggio 18 raggiunge, per così dire, l'apice della sua fama. 

In un colpo solo il problema delle nuove aggregazioni giovanili 
diventa piuttosto visibile e, forse a causa di ciò, i punx, non solo quelli 
del Virus, e altre aggregazioni consimili moltiplicano la sfera dei loro 
interessi ribadendo il pieno diritto all'autodeterminazione degli spazi 
sociali, al controllo esclusivo dei propri elaborati politico-culturali e 
alla dignità e progettualità della propria esistenza quotidiana. 

Le periferie, dopo l'esplosione della stagione dei circoli, sembrano 
di nuovo diventate silenziose, così come sono massacrate dai morti di 
eroina e anche la residua resistenza della zona di Baggio si frantuma in 



118 



Centri sociali: geografie del desiderio 



mille soggettività cariche di disagio. Si tenta una grande occupazione al 
Teatro Miele - chiuso e inutilizzato da anni - (questa volta "firmano" 
l'occupazione anche il Leoncavallo, il Garibaldi e viale Piave) nella 
zona Nord-Ovest della città ai bordi di grandi zone ad alta diffusione di 
eroina (Inganni/Giambellino, Forze Armate/Aretusa/Selinunte) e 
proprio all'inizio della dorsale che porta al verso il piccolo aggregato 
urbano di Baggio. L'occupazione dura un giorno e viene spazzata via 
da uno spiegamento di forze di polizia ridicolo e sproporzionato, ma 
che dà il segno delle preoccupazioni istituzionali nei confronti di que- 
sta nuova e caleidoscopica area della sovversione sociale. 



SE FINISCE UN "LUOGO" BISOGNA INVENTARNE ALTRI DIECI 

D 15 maggio 1984 alle 6 e 30 del mattino viene sgombrato lo stabile di 
via Correggio 18. Evidentemente gli interessi degli eredi Mantovani 
erano andati a coincidere con la volontà politica di eliminare un terre- 
no di sperimentazione sociopolitica che ipotizzava un rapporto creati- 
vo e reciprocamente fecondo fra generazioni e culture diverse ma, sicu- 
ramente, con quello sgombero si voleva anche dare un segnale preciso 
al movimento delle occupazioni già di per sé in notevole difficoltà per 
tutte le ragioni contingenti già citate. Indubbiamente le occupazioni 
del Teatro Miele, del Porta Romana e la dura e spettacolare contesta- 
zione dei "sociologi" avevano notevolmente impressionato sia gli orga- 
ni di stampa sia le autorità di polizia che apparivano quasi ossessionate, 
e ben oltre le realtà concrete, dai pericoli di "ricomposizione" insiti in 
queste pratiche metropolitane. 

Nel "coro" si distingue il "Corriere della Sera" con una tragicomica 
campagna di stampa tesa a giustificare lo sgombero di via Correggio: "Il 
giorno dopo il 'Corriere' (ormai ufficio stampa della Questura) se ne 
esce con la sua invenzione più clamorosa inventando un fantasioso e ipo- 
tetico scontro evitato tra i 'paninari' (neosanbabilini) e i punx stessi. La 
brillante operazione di polizia si sarebbe quindi resa necessaria proprio 
per prevenire questo scontro. Sembra di sognare! Vengono alla mente le 
vicende di 'Mondo Beat' e le falsificazioni degli anni Settanta"." 

I punx tornano nelle piazze, "ereditano" il csoa di viale Piave che 
veniva abbandonato dai precedenti occupanti (e dove vengono imme- 
diatamente e duramente "tallonati" dalla polizia) e dove diverse inizia- 
tive di lotta ottengono un po' di appartamenti in una specie di "ghetto 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



119 



sociale" a Rogoredo, nella periferia Sud. Tentano di inventare un 
nuovo Virus in una lavanderia comunale dismessa in piazza Bonomelli 
mentre quelli della Locanda di Baggio aprono uno spazio, il Quadrot- 
to, nello stabile occupato di piazza Risorgimento, ma soprattutto, e di 
nuovo come in un rizoma, conquistano pezzi di città verso il centro sto- 
rico. Le colonne di S. Lorenzo, ai vertici del triangolo della zona Sud, 
diventano la più grossa aggregazione all'aperto della città, debordando 
nel parco delle Basiliche e in piazza S. Eustorgio. Sono anche all'inter- 
no della storica occupazione di corso Garibaldi 89 e qui il problema del 
rapporto con i compagni è decisamente più complesso di quello avuto 
in via Correggio (soprattutto non c'è lo spazio fisico per iniziative auto- 
nome da quelle fortemente politicizzate portate avanti dal centro socia- 
le collegato alla casa occupata).' 2 

Appare evidente, anche in questo caso, che ciò che non funziona 
intrinsecamente nelle relazioni tra i "compagni" e i punx (e i punx e 
simili) è strettamente connesso alle caratteristiche di mobilitazione 
delle controculture di opposizione degli anni Ottanta. In questa dire- 
zione si è frequentemente parlato di una specie di "indifferenza per il 
potere" di molte componenti giovanili degli anni Ottanta. Per molte 
delle culture politiche, provenienti dai conflitti degli anni Settanta e 
"abituate" a pensare che il potere si abbatte o si conquista, questo 
orientamento non poteva - non può? - non apparire che aberrante 
insieme all'equivoca interpretazione che gli stessi davano dell'apparen- 
temente "funereo" e apodittico "No future" neomovimentista e con- 
troculturale. In realtà il tempo si incaricherà di dimostrare che questa 
"movenza" altro non era che il sensore minoritario di un mutamento 
molecolare in atto in tutta la società dove andavano declinando gli 
"orizzonti ultimi" costringendo, come già e sotto altra dizione nel 
movimento '77, a risposte legate alla necessità di parlare continuamen- 
te in nome del possibile e di un possibile che era già presente." 

Nel loro girovagare alla ricerca di spazi e di "luoghi", i punx apri- 
ranno il punto di distribuzione Virus Diffusioni all'interno di un'occu- 
pazione in via Orti (anche questa "agita" dal Comitato casa Torricel- 
li/Conchetta) e, dopo lo sgombero di questo stabile, una parte di loro si 
ricongiungerà con altri che nel frattempo avevano ottenuto uno spazio 
in autogestione all'interno della storica libreria Calusca di corso di 
Porta Ticinese. La libreria è situata a metà strada tra le Colonne e S. 
Eustorgio e il quartiere Ticinese ha una lunga tradizione di forme di 
convivenza e un consolidato passato politico. Qui, mentre la pratica 



120 



Centri sociali: geografie del desiderio 




La Clara Zetkin (De Amicis ang. S. 
Lorenzo) tu occupala dal Collettivo 
compagni del Ticinese a metà degli 
anni Settanta per fame una scuola 
popolare. La facciata venne 
affrescata dai pittori Crociani e 
Pagliano. Dopo duri "scazzi" 
divenne sede del Movimento 
studentesco e fu infine assegnata a 
Jo Squillo diventando un simbolo 
delle compromissioni tra Partito 
socialista ed ex compagni. Nel 
1 984-86 divenne bersaglio delle 
contestazioni del sabato delle 
aggregazioni punk al Ticinese. 



punk volge al tramonto anche per la somma di contaminazioni, si ritro- 
veranno sempre più numerose e trasversali le "creature diverse e simili" 
per produrre nuovi e sfuggenti (al potere) "eventi radicali metropolita- 
ni".* 4 D grande parco delle Basiliche massacrato dallo spaccio di eroina 
viene riutilizzato socialmente e lo spazio delle Colonne di S. Lorenzo 
diventa una delle più grandi aggregazioni "all'aperto" della città. Pun- 
tuale scatta la repressione poliziesca. La zona viene militarizzata e l'ag- 
gregazione dispersa, ma la piccola base operativa della Calusca, che 
verrà autogestita dai punx nell'estate del 1986, non senza provocare 
diffusi mugugni nei frequentatori abituali, consente ulteriori contami- 
nazioni con altri e diversificati saperi dalle esperienze di riviste come 
"Primo Maggio", "Controinformazione", "Metroperaio" ecc. Sembra 
un luogo adatto per riprogettare forme di comunicazione più avanzate 
delle fanzine. Nascerà quindi l'idea per una rivista underground sulle 
tematiche della comunicazione - una rivista a carattere trasversale - un 
contenitore di soggettività con diverse provenienze e fortemente sensi- 
bile alle modificazioni sociali e alle nuove forme di espressione legate 
alla diffusione delle tecnologie informatiche e flessibili. La rivista si 
chiamerà "Decoder" utilizzando il titolo di un film del regista tedesco 
Klaus Maeck che, proiettato in prima nazionale all'Heller Skelter, 
diventerà un "cult movie" del nuovo circuito underground. Ed è attra- 
verso questo e altri passaggi (fra tutti Piazza virtuale, di cui si parlerà 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



121 — 



più avanti) che una parte del punk storico diventa con sequenza ininter- 
rotta, rovesciata di senso e vissuto, cyberpunk: adesso la nuova sfida 
possibile è il confronto con la "modernità" postindustriale. 

UN CERTO EVENTO METROPOLITANO: L'HELTER SKELTER 

"D collettivo dell'Heller Skelter per 'punk e creature simili' nasce da 
un gruppo di persone, per lo più della zona Baggio (ex Casermetta) 
oppure Ticinese, oppure ancora dell'hinterland (alcuni provenivano 
da Cormano, Bollate e Garbagnate). L'aggregazione iniziale avviene in 
luoghi pubblici, come per esempio le Colonne di S. Lorenzo davanti al 
bar Pois, il bar Quadrotto oppure la discoteca Viridis di S. Giuliano. Si 
trattava di soggetti che avevano condiviso alcuni momenti di aggrega- 
zione, come il Concordia Pub, con gli stessi punx poi protagonisti del- 
l'esperienza del Virus. Degli stessi non condividevano però alcuni 
aspetti relativi a certe rigide pratiche esistenziali. Il gruppo fondatore 
proveniva da esperienze legate al movimento 77 e si era però mischiato 
con soggetti più giovani e legati a storie più recenti. Tutti avevano però 
vissuto la fascinazione del punk come momento di rottura culturale ed 
esistenziale, senza per questo considerarlo la fase conclusiva di un per- 
corso. In questo senso la forza della cultura punk veniva apprezzata più 
come un modello di sperimentazione possibile che come uno standard 
di comportamento. 

Dopo la contestazione al convegno dei sociologi e l'occupazione del 
Porta Romana che, di fatto, aveva ricomposto tutta la scena controcultu- 
rale - punx del Virus, punk new wave, dark e skinhead (allora estranei 
alla destra) - un gruppo di 'non virusiani' propone al Leoncavallo, in 
piena fase repressiva post lotta armata e arroccato nelle dure e difficili 
campagne contro la repressione e il circuito carcerario, il concerto di un 
famosissimo gruppo punk americano (D.o.a.). Viene chiesta la solida- 
rietà del Virus di Piazza Bonomelli cercando di evitare sia le frizioni con 
il collettivo di gestione del Leoncavallo sia con la comunità punk. 

Il grande successo di questa iniziativa favorisce la nascita del collet- 
tivo dell'Helter Skelter senza che questa venga troppo avversata dal 
superpolitico Leoncavallo sia per l'esplicita approvazione di diverse 
componenti (le 'mamme', alcuni detenuti politici e i membri della miti- 
ca Commissione cultura), sia per l'effettivo apporto finanziario che ini- 
ziative di questo tipo potevano portare alle magre casse del centro 



122 



Centri sociali: geografie dei desiderio 



sociale e al fondo di solidarietà per i detenuti. Ciò che oggi può appari- 
re bizzarro è la strana condivisione del luogo, mai pacifica, ma nemme- 
no troppo drammatica, con la gestione del centro, proprio perché 
all'interno dello stesso Leoncavallo nasce questo spazio popolato da 
'creature' dal look appariscente, che organizzano concerti di musica 
sperimentale (Borghesia e O! Kult dall'allora comunista e unita Jugo- 
slavia, Étant Donnes dalla Francia e Henry Rollins dagli Usa), che 
gestiscono una trasmissione a Radio Popolare e che per le loro iniziati- 
ve aprono talvolta un ingresso indipendente al centro da via Mancinel- 
li, rischiando così di mettere in discussione la 'centralità' dell'assem- 
blea di gestione. In realtà la condivisione del luogo finirà con l'influen- 
zare reciprocamente i soggetti, mentre la tendenziale trasversalità 
interna dell'Helter Skelter farà sì che per un limitato periodo di tempo 
questo 'luogo' diventi un punto di riferimento per- tutta l'area contro- 
culturale italiana e segnale delle possibili evoluzioni legate all'identità 
della nuova generazione dei centri sociali. Proprio a conferma di que- 
sta trasversalità viene organizzata, nel 1986, in mezzo a tanti program- 
mi di musica industriale, sperimentale e d'avanguardia, una 'tre giorni' 
di controcultura underground in cui si tenta di gettare un ponte tra 
anni Sessanta e Ottanta, tra hippy e punk. A questa iniziativa aderisco- 
no decine di persone nel comitato organizzativo (dai 15 ai 60 anni)" e 
migliaia di partecipanti tra il pubblico. Come in un sogno il Leoncaval- 
lo si trasforma in un festival in mezzo ai palazzi di cemento, con gente 
che dorme sul palco del salone centrale, fuochi notturni nel cortile, 
mentre nelle stanze del teatro vengono mandati video sperimentali di 
Kenneth Anger, molti camminano a piedi nudi guardandosi la mostra 
sulle riviste e, improvvisamente, la Banda degli ottoni a scoppio entra 
nel portone del Leo suonando la musica dell'Eurovisione. Tutti sono 
come in acido... L'Helter Skelter procederà tra diverse iniziative clamo- 
rose, ma a un certo punto comincerà a capire che l'apertura una volta 
alla settimana stava diventando troppo stretta per un movimento, quel- 
lo dei centri sociali, che avvertiva l'esigenza di luoghi aperti quotidia- 
namente, cosa che fino a quel giorno nessun centro sociale, tra i pochi 
che esistevano, garantiva o nemmeno immaginava. Per questa ragione 
l'Helter si scioglie e va in cerca di altri luoghi da creare e inventare. 
Qualche tempo dopo la maggior parte dei suoi componenti contri- 
buirà a dare vita al collettivo di Cox 18 e altri, molto più tardi, all'espe- 
rienza dello Squott di viale Bligny.'" 6 

E nell'ampliamento dell'occupazione di via Conchetta 18 si ritrove- 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



123 



ranno anche una parte del Coordinamento lavoratori ospedalieri del- 
l'Usi, sia molti dei punx del Virus (altri daranno vita alla Pergola Tribe) 
e di compagni "diffusi" che ruotavano intorno alla libreria Calusca 
City Lights. 



COX 18 VERSO GLI ANNI NOVANTA 

Cox 18 ha una partenza bruciante e piuttosto territorializzata nella 
zona Sud della città. Il suo territorio è il quartiere Ticinese denso di 
locali serali aperti, per la gran parte, da ex militanti extraparlamentari 
degli anni Settanta. Il quartiere ha subito, come molte altre zone della 
città, profonde trasformazioni sia per ciò che riguarda la composizione 
sociale, sia per le sue funzioni nell'economia complessiva della metro- 
poli. Sulle quattro rive dei Navigli e nelle vie limitrofe sono stati aperti, 
in pochi anni, più di 200 nuovi locali del loisir serale trasformando il 
territorio in un grande "divertimentificio" che si pone direttamente e 
specularmente in concorrenza con il quartiere Brera, da sempre luogo 
di aggregazione spettacolare "spolverato" dalla presenza di artisti e 
pittori. Alcuni dei nuovi locali sono particolarmente "movimentisti" 
sia per il modello di gestione sia per il tipo di frequenza. In particolare 
la Clinica e il Frizzi e Lazzi (entrambi in via Torricelli) hanno svolto, 
nel tempo e frequentemente, un ruolo sostitutivo di aggregazione tra 
uno sgombero e l'altro di centri sociali o in assenza degli stessi. Quan- 
do viene rinnovata l'occupazione di Conchetta 18, molti dei soggetti 
giovanili circolanti tra le Colonne di S. Lorenzo e la zona dei Navigli si 
riversano nel luogo occupato creando una singolare confusione orga- 
nizzativa tra collettivo di gestione e frequentatori fluttuanti. Una con- 
fusione che è anche risorsa e ricchezza proliferante di iniziative a volte 
decisamente spettacolari come l'assalto al palco delle autorità e del sin- 
daco socialista Pillitteri durante l'annuale e gigantesca Festa dei Navi- 
gli. Il "palco" era stato installato nella Darsena (il "porto" dei Navigli) 
proprio ai bordi dell'acqua e l'assalto venne condotto da canotti che 
issavano le bandiere nere dei pirati, sotto gli occhi delle decine di 
migliaia di persone stipate sulle rive dei canali. E anche se l'esito della 
contestazione assumerà toni piuttosto "picareschi", con i gommoni 
dei vigili urbani che proteggevano il palco e tentavano di affondare i 
pirati, gli assalti si ripeteranno nei due anni successivi producendo non 
pochi problemi agli organizzatori istituzionali. Il Ticinese viene deco- 



124 



Centri sociali: geografie del desiderio 



rato da decine di "graffiti" attraverso alcune scadenze collettive nei 
luoghi dove si ritiene sia rilevante conquistare visibilità e presenza 
creativa. Al parco delle Basiliche, grande "piazza" dell'eroina, un 
muro che delimita l'area dei grandi prati verdi verrà così trasformato 
in una performance artistica lunga circa cento metri e dove i migliori e 
nascenti "writer" in circolazione dipingono una delle prime "hall of 
fame" della città. E creatività politica e controculturale intenzional- 
mente incisa nel territorio, per modificarlo e piegarlo come un 
medium a cui restituire senso diffuso e antagonista, un esplosione di 
colori, segni, lettering, destinati agli abitanti elitari e xenofobi dei con- 
domini (siamo uno "spazio contro"), ai "pusher" (siamo una minac- 
cia), e ai "tossici" (c'è una diversa possibilità). 

Nonostante questa vitalità la storia del nuovo ciclo di attività di Cox 
18 non sarà né facile, né tantomeno tranquilla. Ci sarà un primo sgom- 
bero improvviso e imprevisto (gennaio 1989) determinato "ufficial- 
mente" dalla necessità di abbattere i tre piani di abitazioni, ormai 
abbandonati e diventanti "pericolanti". Immediata la protesta con 
l'occupazione spettacolare dell'Ufficio giovani in galleria Vittorio 
Emanuele (al tempo gestito dal "bluesman" Fabio Treves) e dove gli 
occupanti scaraventano la saracinesca del centro (con un graffito con- 
tro l'eroina) trasformando l'ufficio in una discoteca estemporanea e 
coinvolgendo le studentesse di una scuola privata collocata al piano 
inferiore, mentre la Banda degli ottoni a scoppio suona L internaziona- 
le in pieno "ottagono" della Galleria. Mentre i giornali quotidiani citta- 
dini intitolano Ipunk si sono vendicati e tutto sembra tornare alla "nor- 
malità", si innesca di conseguenza l'azione territoriale: una settimana 
di cortei quotidiani e notturni, autoriduzioni e devastazioni nei locali 
del loisir serale del quartiere e, in particolare, un surreale scontro not- 
turno nella zona del parco delle Basiliche con la polizia e i carabinieri 
che sparacchiano raffiche di mitra mentre sono imbottigliati dal traffi- 
co serale. Nessun arresto e nessuna incriminazione sono la riprova che 
i "pesci sanno nuotare bene nell'acqua del territorio". Queste azioni 
decise ma ironiche "convincono" l'allora assessore Lanzone (ex Avan- 
guardia operaia, poi rifluito nel Pei e oggi nel "giro" dei nuovi locali 
notturni) a dare parziali garanzie di rientro in Cox 18, dopo i lavori di 
demolizione delle parti pericolanti. Segue quindi la breve stagione del 
Csoa Acquario davanti alla stazione di porta Genova e dove si conclu- 
derà il grande corteo nazionale dei centri sociali seguito allo sgombero 
manu militari del Leoncavallo nell'agosto 1989 e, infine, la convinta 



Cox 18: una microstona metropolitana 



125 



Una provocazione ' 
dei componenti del 
collettivo di Cox 18 
al Consiglio di zona 5 

nel 1989. Una j 
performance politica, 
chiamata Conigli e 
consigli, terminata 
con lettura di poesie, 
azioni teatrali e lanci 
di carote e sale. 



rioccupazione di Cox 18 a fronte delle ambiguità e delle inadempienze 
dell'amministrazione comunale. C'è un nuovo sgombero, questa volta 
violento, della polizia e l'immediata rioccupazione di Cox 18, stato 
d'occupazione che continua a tutt'oggi. Lo sgombero dell'ottobre 
1989 evidenzia però una serie di problemi di rapporto con il territorio 
che si pongono ai centri sociali e quindi allo stesso Cox 18. A facilitare 
di fatto l'operazione poliziesca hanno contribuito indubbiamente le 
innumerevoli proteste degli abitanti dei condomini intomo al centro 
sociale e una delibera del Consiglio di zona che ne chiede l'eliminazio- 
ne immediata (favorevoli De, Psi, Msi, Pri, Pli e Psdi; contrari Pei e 
Arcobaleno) con l'obiettivo di "cavalcare" il diffuso "livore metropoli- 
tano". In un primo momento gli occupanti reagiscono, ovviamente, 
con cortei piuttosto duri e autoriduzioni non proprio pacifiche nei 
locali di lusso del quartiere decidendo poi di "assediare" pacificamente 
palazzo Marino durante la discussione sui "fatti di Conchetta". Quello 
stesso giorno il consigliere Basilio Rizzo (Verdi-Arcobaleno) occupa la 
presidenza con tanto di elmetto, visiera e manganello da celerino con- 
tribuendo a produrre una significativa spaccatura nella maggioranza 
ed essendo in qualche modo in sintonia con gli occupanti che, in mezzo 
a piazza della Scala, proiettano su delle televisioni - collegate prodito- 
riamente alla linea elettrica dello stesso palazzo del Comune - il filmato 
delle cariche e dello sgombero del centro sociale. L'azione della polizia 



126 



Centri sociali: geografie del desiderio 



aveva prodotto feriti, contusi e molta rabbia, e Cox 18 era sui giornali 
di mezza Italia. La scelta di operare una resistenza passiva era stata 
pensata come una specie di trappola rovesciata per le "forze dell'ordi- 
ne" che, di fronte a decine di giornalisti (preavvertiti da Cox 18), ave- 
vano messo in mostra il loro lato peggiore (che è ovviamente anche 
quello "migliore"). Le autorità comunali giocavano allo scaribarile 
sostenendo che nessuno aveva autorizzato l'operazione poliziesca. Una 
situazione ideale quindi per approfittare delle contraddizioni dell'av- 
versario; ciò nonostante molti erano gli interrogativi che circolavano 
nell'assemblea di gestione. 

SPAZIO, TEMPO, METROPOLI 

Tutti avvertivano che qualcosa di rilevante e sinergico si era spezzato. 
La lunga contiguità con gli organismi di lotta e autorganizzazione dei 
lavoratori precari e del terziario aveva assicurato alle nuove controcul- 
ture metropolitane dell'area di Correggio e dintorni un respiro più 
ampio di quello "normalmente" espresso dalle pratiche underground 
(o controculturali) storicamente date, ma l'esaurirsi di alcuni "luoghi 
dell'esperienza", unitamente all'inesorabile deriva del punk, riportava 
i soggetti alla propria solitudine. Qualcosa era stato ottenuto nella sfera 
della "visibilità" e dei "diritti negati", ma la spinta e l'energia creativa 
come risposta ai processi di marginalizzazione appariva essersi diluita 
nel grande mare della "medietà" quotidiana territorializzata. La stessa 
cosa si avverte anche che al di là delle affinità elettive con la comunità 
vagante del Ticinese, visto che la gran parte di coloro che cominciano a 
frequentare il centro sociale hanno caratteristiche soggettive ed espri- 
mono bisogni assai diversi da quelli conosciuti nella pur terribile sta- 
gione degli anni Ottanta. 

Le periferie, gli hinterland, ma anche in generale tutto il territorio 
urbano, lanciano verso il centro della città e verso i luoghi di aggrega- 
zione segnali contraddittori all'interno dei quali convivono stili di vita 
molto aggressivi - quasi "asociali" - legati al possibile emergere di 
"bande territorializzate" e altri più complessi e opachi, come esito del- 
l'avvenuta polverizzazione sociale determinata dalla matura e profon- 
da modifica dei processi produttivi. Un percorso semplicemente intui- 
to nel decennio precedente diventa lentamente chiaro, sociale, diffuso. 
I nuovi soggetti sembrano nei fatti sussunti, coinvolti, addomesticati 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



127 



dal nuovo tessuto produttivo. Lo spazio e il tempo della metropoli si 
ridisegnano inesorabilmente a partire da queste mutazioni, che rendo- 
no per larga parte obsolete le precedenti appartenenze e intuizioni. Lo 
spazio e il tempo fino a pochi anni prima direttamente intrecciati e 
definiti nelle loro specifiche funzioni sociali (il tempo-lavoro, il quar- 
tiere ghetto, l'appartenenza a un universo di senso ecc.) si ridisegnano 
all'interno di nuove relazioni fra lo spazio urbano e il consumo di 
tempo e merci (cultura, musica ecc). Anche i conflitti possibili sembra- 
no ridefinirsi intorno alla possibilità/necessità di consumare spazio e 
tempo il più intensamente possibile, senza attingere al bagaglio di valo- 
ri e culture vitali propri degli anni Sessanta e Settanta.' 7 

Le stesse controculture degli anni Ottanta lottavano contro due 
nemici principali: l'eroina e l'apatia generalizzata. Inventavano luoghi 
per progettare il presente, presupponendo che questa fosse l'esigenza 
interna condivisibile con il maggior numero di soggetti possibili. Ora 
l'eroina appare come clandestinizzata in un altrove spaziale (non è più 
così visibile) mentre all'apatia si è sostituito un bisogno quasi spasmodi- 
co di socialità incrociato con un certo consumo di cultura. Appare evi- 
dente che le domande poste ai centri sociali più che investire il sistema 
produttivo (la propria collocazione all'interno di questo), riguardano il 
bene relazionale, il sé degli individui o, per dirla con Melucci, "la pro- 
duzione e il consumo di identità V 8 Si scriverà in un breve documento 
interno: "Quando il soggetto, o meglio la molteplicità dei soggetti, 
tende a fondare se stesso e la propria individualità mediante il consu- 
mo, mediante la logica del valore di scambio, ad aggregarsi attraverso il 
'tempo libero' e non più attraverso il lavoro o il rifiuto dello stesso come 
progetto esistenziale, quando attraverso questi processi non si sente 
affatto apparentemente 'espropriato' di alcun senso particolare o non 
sente smarrita alcuna identità affettiva ed emotiva di una possibile 
'comunità reale', allora siamo in presenza di una trasformazione epoca- 
le che pone noi dei centri sociali di fronte a scelte molto difficili". 

Alla fine degli anni Ottanta un lungo percorso di conflittualità 
urbana protesa alla ricerca di spazi dell'identità e del progetto vitale a 
fronte della società del segmento e dell'attornia, sembra assumere 
nuove frontiere e nuovi percorsi. Il Leoncavallo cambia in profondità il 
proprio collettivo di gestione, non senza conflitti e comunque assu- 
mendosi continuamente e contradditoriamente il compito di essere 
cuscinetto e memoria dei precedenti conflitti, ma diventando anche 
una specie di "locomotiva" nazionale dell'immaginario legato al movi- 



128 



Centri sociali: geografie del desiderio 



mento dei centri sociali e costringendo le istituzioni a mettere nella 
propria "agenda politica" il problema di questi luoghi della socializza- 
zione e della ricerca di progetto e, ciò sia detto al di fuori delle sterili 
polemiche tra le diverse aree dei collettivi di gestione, così contribuen- 
do alla "legittimità" di molti altri. 

Più in generale le varie "anime" di Cox 18 subiscono continue acce- 
lerazioni e cambiamenti di prospettiva non senza conflitti interni che 
determinano abbandoni verso altri luoghi da inventare (per esempio 
l'Adrenaline di viale Gorizia) o verso altre progettualità territoriali 
come il collettivo Città liberata (che proviene direttamente dallo stori- 
co Comitato di lotta per la casa) che sposterà la sua sfera di interessi sia 
presso il C.s.t. Scaldasole sia al quartiere Isola. Rimane invece la com- 
ponente sindacale libertaria, una parte della composizione legata all'e- 
sperienza Virus e l'area legata alla sperimentazione cyberpunk che 
dispone di una propria casa editrice (la Shake) e di una sede esterna. La 
presenza cyber si sostanzia e consolida con una straordinaria iniziativa 
che sembra essere la realizzazione pratica del progetto di uso sociale 
trasgressivo e comunitario delle nuove tecnologie informatiche. 



ESTATE 1992 IN COX 18. PIAZZA VIRTUALE: 
INTERNET PRIMA DI INTERNET 

"All'inizio del 1992 la Shake edizioni viene chiamata a collaborare a un 
progetto concepito dai Van Gogh Tv, un collettivo di tecnosperimenta- 
tori di Amburgo, in quel momento considerati i più all'avanguardia sul 
tema dell'utilizzo sociale delle nuove tecnologie. Alcuni di loro erano 
degli scienziati informatici, altri artisti, altri ancora teorici; un gruppo 
corteggiato dalle multinazionali dell'informatica, all'attenzione di studi 
accademici e invitato a tutti i più importanti festival artistici. Infatti sarà 
in occasione della manifestazione internazionale Documenta IX di Kas- 
sel, mostra di arte contemporanea tra le più importanti del mondo, che 
troverà ospitalità il loro progetto, che verrà chiamato 'Piazza virtuale' e 
che tentava di ricreare tramite le nuove tecnologie lo stesso clima di 
incontro, scambio, comunicazione di una tipica piazza mediterranea e 
di trasmetterlo via tv in tutto il mondo (tre satelliti collegati: Astra, 
Olympus, Kopernikus). I Van Gogh Tv avevano progettato un sistema a 
finestre con il quale si poteva interagire facilmente direttamente dalle 
pareti casalinghe, usando la semplice voce, o la tastiera del telefono, il 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



129 



fax, il modem, e la linea Isdn per il video lento. Chiunque fosse sintoniz- 
zato con uno dei tre satelliti collegati si trovava proiettato in questa 
dimensione dove la tv diventava una finestra aperta sul mondo. Si parti- 
va dal concetto che ogni processo comunicativo non è mai unidireziona- 
le, come lo è invece l'attuale sistema tv, e riprendendo la teoria di Ber- 
told Brecht sul rovesciamento da radio che distribuisce a radio che 
comunica, i Van Gogh Tv proporranno la tv interattiva globale, a due 
vie, dialogante. L'interattività era intesa come potenziale grimaldello 
per aprire nuovi canali tra medium e pubblico, tra attore e spettatore, e 
non a caso per tutta la durata delle trasmissioni non ci sarà apparente- 
mente mai una regia e non ci saranno neanche mai autori: ogni ricevito- 
re era automaticamente trasmettitore. La tv interattiva si configurava 
allora come l'unica scommessa adeguata in piena epoca di rivoluzione 
elettronica. Ora sappiamo benissimo che questa scommessa è stata 
naturalmente superata con la diffusione e la successiva colonizzazione 
di Internet, ma a quei tempi si era veramente degli anticipatori e Piazza 
virtuale rimarrà una delle manifestazioni più significative di un'epoca. 
Le trasmissioni durarono cento giorni, dal 13 giugno al 20 settembre 
1992, 24 ore al giorno; lo schema dei programmi seguiva il continuo 
cambio di ritmo del bisogno e del desiderio umano. Quindi, c'era il 
momento della riflessione con il 'diario intimo', la creatività con le 'tavo- 
le pittoriche collettive', o T'orchestra interattiva', l'incontro casuale al 
'bazar', l'apprendimento e la socializzazione dei saperi con il 'manifesto 
digitale', infine l'intrattenimento notturno con i collegamenti gestiti a 
turno dalle 'piazzette' di tutto il mondo. Proprio una di queste 'piazzet- 
te' sarà Cox 18 dal 26 al 28 giugno 1992. Le molte altre furono: Los 
Angeles, Detroit, Città del Messico, Buenos Aires, Tokio, Sidney, 
Mosca, Ljubiana, Belgrado, Parigi, Praga, Amsterdam, Riga, Ginevra e 
da tutte le città tedesche. Molteplici furono le caratterizzazioni delle 
piazzette, alcune inserite semplicemente in un ambiente domestico, 
altre invece nei palinsesti dei programmi nazionali come per esempio la 
tv russa, ungherese, austriaca, catalana e francese, altre collegate diretta- 
mente alle trasmissione delle tv via cavo, mentre molte altre inserite nel 
programma di qualche importante manifestazione culturale (è il caso di 
Ginevra nel Festival de la Batie o Monaco nel festival di tecnologia e 
comunicazione Expedition '92 oppure nel Festival dei teatri d'Europa 
di Santarcangelo di Romagna). Alcune erano all'interno di spazi di 
espositivi (Quebec City Hall, la scuola d'arte di Lione, i musei di Boston 
e San Francisco). Infine altre erano in vere piazze sulla strada o in abi- 



130 



Centri sociali: geografie del desiderio 



tuali ritrovi della gente comune, nei mercati generali di Mosca, nelle 
affollate vie di Colonia, davanti al centro di arte contemporanea di Var- 
savia oppure nei centri sociali di Zurigo e Amburgo. In Cox 18 si iniziò a 
preparare l'evento circa un mese prima con degli stage e dei corsi forma- 
tivi sull'interattività con la partecipazione di altri attivisti della 'piazzet- 
ta' di Ginevra e degli stessi Van Gogh Tv. Con molti sforzi e decine di 
riunioni si riuscirono a coinvolgere diverse situazioni milanesi impegna- 
te nel settore informatico, artisti multimediali come Giacomo Verde, 
Correnti magnetiche, Metamorfosi, poi media come Radio Popolare e 
Videomusic, e ancora espeni di broadcasting televisivo, alcune società 
commerciali informatiche (superando un tabù da sempre presente nelle 
controculture), la Sip che ci concesse cinque linee telefoniche e tre 
videoterminali (rifiutandosi però di apparire tra gli sponsor della mani- 
festazione, per paura di 'perdere in immagine', aiutando un centro 
sociale). Per le tre serate si allestì una mostra di installazioni interattive, 
si organizzarono corsi di alfabetizzazione e in conile uno schermo 
gigante rimandava le immagini di Piazza virtuale trasmesse dai satelliti. 
Lo schermo era diviso in 4 finestre e in quella in alto a destra le immagi- 
ne provenivano direttamente da Cox: in quel momento eravamo proiet- 
tati in tempo reale, senza mediazioni, in centinaia di migliaia di televisio- 
ni sparse per il pianeta. Nella prima serata saranno lo stupore, la fascina- 
zione, e l'entusiasmo a prevalere, la seconda serata, con il cortile pieno 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



131 



all'inverosimile, si riuscirà a proporre un concerto interattivo hip-hop 
suonato sia dall'audience di Cox sia da individui collegati da Amster- 
dam, dalla Scandinavia e dal Giappone. Durante la terza serata lanciam- 
mo un dibattito pubblico sui luoghi di aggregazione e sulle droghe, un 
dibattito sulla virtualità della guerra del Golfo e sulla realtà della guerra 
nei Balcani con interventi da Sarajevo e da Zagabria. Conchetta rimarrà 
collegata per tutti i cento giorni, mentre la ShaKe edizioni promuoverà 
altre due 'piazzette', al Festival dei teatri di Santarcangelo a luglio e nella 
piazza principale di un paese dell'Oltrepò, Brani a settembre. " M 

UN LUNGO DECENNIO VOLGE AL TERMINE 

Al di là, molto al di là, dei ricordi di un protagonista di Piazza virtuale, si 
può affermare che il lungo decennio, letto dai più quasi esclusivamente 
in termini di "riflusso", è stato invece caratterizzato (e ciò vale ovvia- 
mente per quanto riferibile ai movimenti o, meglio, alle aggregazioni) 
da una specie di conflitto sotterraneo tra gli eredi dell'iperpoliticizzazio- 
ne dei tardi anni Settanta e l'emergere di forme di aggregazione decisa- 
mente postpolitiche indotte dalla disgregazione sia delle forme di rap- 
presentanza (anche extraistituzionale) sia dal modificarsi dei tessuti 
produttivi tipici delle società postindustriali. Appare quindi ovvio che 
molto ha ruotato intorno al problema dell'identità e dei suoi possibili 
contorni e contenuti. E se è indubbiamente vero che le controculture 
(punk e simili) hanno decisamente innovato le pratiche e la produzione 
(si pensi alla musica, all'uso creativo e sociale delle nuove tecnologie e 
dei media diffusi e all'intero universo hip-hop) della terza generazione 
dei centri sociali, ciò nondimeno appare evidente che il bisogno quasi 
genetico di "politicità" di una parte dei csoa ha avuto la duplice funzio- 
ne di sussumere innovazione controculturale nel mentre costringeva le 
controculture stesse a complessificare le proprie funzioni di "sensori" 
della transizione da un sistema politico-produttivo a un altro. 

Indubbiamente, e la letteratura in questo campo è vastissima, que- 
ste "movenze" non hanno riguardato certamente e solo i centri sociali e 
il loro apparentemente inguaribile (e necessario?) autocentramento, 
ma sono state caratteristiche comuni a tutte le forme di mobilitazione 
collettiva. Si pensi alla breve ma intensa stagione dei "movimenti per la 
pace" dei primi anni Ottanta, agli aspetti più laici e solidaristici del 
"privato sociale" o alle tante occasioni mancate dai "verdi" italiani spe- 



132 



Centri sociali: geografie del desiderio 



cialmente se confrontate con il movimento dei griinen, i verdi tedeschi, 
e con il loro costante intreccio con le tematiche sociali più vaste e, 
soprattutto, per il tentativo, pressoché sconosciuto in Italia, di "inven- 
tare" una produzione industriale compatibile con l'ambiente ("rivolu- 
zione ambientalista del prodotto"). 40 

Nonostante i molti limiti di questi "movimenti" occorre ribadire 
che sono "tuttora vive e attuali molte delle rivendicazioni legate a un 
altro modo di vivere e di lavorare così come lo sono le idee del movi- 
mento degli alternativi, la critica dei bisogni e del consumismo, le 
nuove forme possibili dell'abitare e dell'educare che sono state oppo- 
ste nei tardi anni Settanta e negli anni Ottanta al capitalismo e al socia- 
lismo di stato. Questi tentativi miravano a una semplice riforma della 
vita e avevano spesso qualcosa di limitato e perfino di ridicolo, ma in 
realtà non si esaurivano in questo. Il loro fallimento al 'primo tentativo' 
non li ha confutati definitivamente, ha posto piuttosto l'esigenza di un 
più alto livello di riflessione". 41 

Il caso italiano ha poi caratteristiche assai peculiari, proprio a ragio- 
ne del persistere di più piani politico-culturali come humus che sotten- 
de molte delle mobilitazioni collettive. Appare infatti evidente che per- 
mangono negli stessi universi vitali dei csoa sia le domande di "moder- 
nizzazione" legate alle culture del '68, sia le domande "antagoniste" 
tipiche del post 77. E se le prime rimandavano inesorabilmente al 
bisogno di organizzazione per fare rappresentanza di sé e di settori 
della società in conflitto con il sistema dei partiti o da questo esclusi 
come soggetti da rappresentare, le seconde sono necessariamente 
espressione della crisi di questo percorso qualificandosi come una vera 
e propria trasformazione del "modello" organizzativo e delle forme di 
"aggregazione". 42 

I movimenti di opposizione degli anni Ottanta, nonostante gli intelli- 
genti, generosi e concreti tentativi di ricomposizione messi in opera da 
una parte dei centri sociali autogestiti sia sul piano locale sia su quello 
nazionale, erano inesorabilmente segmentati, reticolari e policefali. 
Erano composti da unità diversificate e autonome che, nella logica del- 
l'appartenenza ai singoli segmenti, hanno dedicato una parte rilevante 
delle loro risorse alla solidarietà interna e alla riproduzione del proprio 
collettivo come strumento base del loro essere nel mondo. Quasi sor- 
prendentemente ciò non ha impedito una fitta rete di comunicazioni, 
scambi e confronti, nonostante le frequenti e apparentemente insor- 
montabili sovradeterminazioni ideologiche verso un "passato" che pure 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



133 



appare come per larga parte "perduto" nelle sue connotazioni di mobi- 
litazione e partecipazione collettiva condivisa, pur permanendo la vali- 
dità dei valori e delle esperienze di riferimento. Ma la condivisione di 
un'esperienza, la consapevolezza di "appartenere" a un'elaborazione di 
senso (e sarebbe meglio dire: la ricerca di un'elaborazione di...) ha man- 
tenuto queste cellule in contatto fra loro: informazioni, individui, 
modelli eli comportamento hanno circolato lungo il reticolo, passando 
frequentemente da una unità all'altra e favorendo, nel tempo, un certo 
"sentire comune", nonostante le differenze - spesso profonde - del rap- 
porto con le pratiche, con i territori e i nuovi assetti produttivi nell'epo- 
ca del postindustriale all'italiana che, com'è noto, è un formidabile 
intreccio tra estemalizzazione, desalarizzazione, innovazione tecnologi- 
ca e precariato diffuso (postfordismo all'italiana). 

Molte delle aggregazioni controculturali si sono indubbiamente 
collocate nella sfera dell'innovazione "antagonista" sfidando il campo, 
così rilevante e strategico nell'epoca del postindustriale, della produ- 
zione simbolica (artistica e espressiva, comunicativa, scientifica), senza 
per questo avere niente a che vedere coi connotati di marginalità e di 
"comunità parallela" delle controculture degli anni Sessanta, 45 ma pro- 
ducendo piuttosto una ricerca di nuove professionalità sia che queste 
abbiano poi avuto sbocchi nell'accesso alle nuove professioni o che, 
invece, si siano poste come "imprese autogestite" quali per esempio 
possono essere considerate la Shake di Milano, Strano Network di 
Firenze, la Wide di Pisa e molte altre ancora. 

L'area più politica, al contrario, ha lungamente inseguito sul pro- 
prio terreno il disgregarsi della comunità operaia frantumata dalle 
"esternalizzazioni" e dai processi di "desalarizzazione". 

Altri, invece, a partire dal loro luogo di lavoro sono stati "creativa- 
mente costretti" a inventare forme organizzative e di rappresentanza 
del conflitto alternative a quelle dei sindacati "ufficiali". Sarà così la 
lunga stagione dei Cobas, ma anche quella della rifondazione dell'Usi 
che proprio dalle lotte dei "lavoratori ospedalieri" troverà la linfa 
necessaria per il passaggio da "movimento" a sindacato alternativo. 

Molti centri sociali, e tra questi il "modello di riferimento" è il 
Leoncavallo, hanno duramente e "spontaneamente" contrastato - 
spesso senza possedere gli strumenti di analisi necessari (ma in fondo 
chi altri li aveva?) - la "messa in produzione" dell'intero territorio 
urbano e la sua stessa "perimetrazione localistico- reazionaria" indotta 
sia dalla speculazione sia dal disgregarsi della composizione sociale 



134 



Centri sociali: geografie del desiderio 



urbana. In questo senso il centro sociale è elemento duro e minoritario 
di conflitti urbani, quindi, ma anche luogo simbolico sovradeterminato 
da scontri di potere e che si è frequentemente tentato di "usare" come 
merce di scambio tra lobby politiche e interessi diffusi. 

Ma anche se è parzialmente accettabile la forzatura operata dai com- 
pagni del Leoncavallo nel loro intervento nel presente testo e, secondo 
la quale "se in Italia è ancora possibile pensare a forme rivoluzionarie di 
trasformazione sociale ciò è da ascrivere in particolare alla loro azione 
[quella dei centri sociali, N.d.R.]", in realtà ci sembra più corretto e 
ricco di implicazioni ragionare intorno al loro essere sensori esemplari 
di una drammatica transizione. E, in effetti, fin dal loro nascere, questi 
luoghi hanno inseguito il "capitale" nel suo ridisegnarsi territorialmen- 
te e nella sua progettuale distruzione dei precedenti luoghi dell'espe- 
rienza e dell'appartenenza. Sono così stati, e sono, in realtà, luoghi di 
opposizione al depotenziamento dei percorsi di sovversione e insubor- 
dinazione e quinoU contro le forme distruttive di perdita di valori e ase- 
mia delle identità collettive, dei profili della classe e dei soggetti sociali. 

I centri sociali sono indubbiamente luoghi minoritari se raffrontati 
alla profondità dell'offensiva capitalistica, ma anche "spazi/laboratori" 
della sottrazione al ciclo dominante e in ciò, e inevitabilmente, spazi 
"protetti" dell'esperienza policefala, disagiata e sofferente, ma protesa 
verso un "sentire" e un progettare dentro e contro le forze vive del capi- 
tale.* 4 Non l'invenzione quindi di "luoghi altri", ma di "altri modi" di 
reinvenzione del territorio - frontiera diffusa del capitale - inteso come 
racconto di senso e come "testo" generazionale contenente un sapere 
delle differenze e non dell'omogeneità. E così, la tanto desiderata 
(ancora oggi) "ricomposizione" è andata sempre più diluendosi nell'in- 
superabilità delle differenze e del "soggetto sociale" frammentato come 
esito della ristrutturazione capitalistica. Questo è il limite, ma anche, in 
realtà, il "sensore creativo" e politico, la forza e la ragione profonda del 
moltiplicarsi dei centri sociali in questi anni. E la frontiera possibile ci 
sembra proprio la sfida del fare "rappresentanza" - o "soggetto politico 
esterno" - di questa porzione di universi relativi alla s/composizione 
sociale diffusa e dispersa sul territorio messo in produzione. 

II terreno della "rappresentanza", nell'epoca della sua crisi comples- 
siva, è probabilmente quello più accidentato e denso di equivoci, e 
diventa anche uno sbocco, non unico ma tra i pochi possibili, per cercare 
di "governare" in direzione antagonista alcune e simili esperienze euro- 
pee che puntano però, secondo noi, verso la deriva/ 5 Una sfida sul terre- 



Coi 18: una microstoria metropolitana 



135 



no dei "diritti negati", quindi, e tra i "nuovi diritti" appare evidente che 
prioritario è il riconoscimento di spazi sociali di appartenenza sperimen- 
tazione e rappresentanza, ma "queste libertà o diritti postindustriali non 
vanno insieme senza un certo grado di conflittualità e tensione sia verso il 
basso (il territorio) sia verso l'alto (le istituzioni). In questa direzione la 
libertà di appartenenza e rappresentanza non pare praticabile senza 
spazi sociali preservati dal controllo e dalla repressione". 4 * 

Agli inizi degli anni Novanta il panorama del collettivi di gestione 
appare fondamentalmente composto da soggetti sociali formatisi nella 
lunga stagione di ricerca degli anni Ottanta. In molti casi, e Cox 18 è tra 
questi, i compagni che assicurano il funzionamento del "luogo" sociale 
sono portatori di memorie e esperienze il cui senso è "conficcato" nelle 
realtà distruttive dei grandi hinterland metropolitani. Decine e decine 
sono stati i "compagni di strada" morti giovanissimi nelle più svariate 
circostanze e appare quindi ovvio che ancora molto forte permanga il 
desiderio di rivendicare un'orgogliosa differenza, "marginalità" e 
un'antagonismo militante duramente conquistato. Movenze queste 
che di per sé hanno rappresentato un'affermazione di una esperienza e 
di un'identità, ma il sociale complessivo ha "viaggiato" invece molto 
velocemente e la fisionomia della massa dei frequentatori si è notevol- 
mente modificata fino al rischio di ipotizzare una tendenziale "separa- 
tezza" tra gli stessi e le esigenze e motivazioni dei collettivi di gestione. 

È quindi in corso un passaggio molto difficile e complesso "arrivan- 
do noi da una cultura differente, sedimentatasi negli anni Ottanta, a 
immagine e somiglianza di altre precedenti [sia di carattere politico e 
controculturale, N.d.R.], e che molto spesso ha avuto delle difficoltà di 
comprensione e adattamento. È stato, ed è, un percorso molto delicato 
e ancora dinamico, in formazione. "Molti compagni non riescono a 
padroneggiare questa contraddizione e tendono continuamente a 
dimenticare la complessità ricadendo in forme più tradizionali e rassi- 
curanti ripiegate più sulla coesione interna che non protese a compren- 
dere le mutazioni intervenute. Un filo ha legato i passaggi discontinui 
di questi anni; l'idea che i centri sociali non fossero solo luoghi del 
tempo libero giovanile, ma che racchiudessero invece al loro interno e 
fossero attraversati dalle trasformazioni produttive e sociali intervenu- 
te. Non solo area del non lavoro ma un laboratorio assai più complesso 
che occorreva stabilizzare rispettandone l'identità." 47 

Il pericolo di venire scaraventati dai processi reali nell'area del 
dopolavorismo, anche se colto e alternativo, è evidentemente così 



136 



Centri sociali: geografie del desiderio 



avvertito da tare ipotizzare ad alcune situazioni la necessità di 
un' "avanguardia" portatrice di coscienza e progetto""* a fronte di "una 
grossa separazione tra ciò che si vive nei concerti, e anche in molte altre 
attività, dei centri sociali, sovente intesi anche come momenti di mera 
ricreazione, e il vivere reale. Pensiamo di non offendere nessuno se 
diciamo che la massa di gente che frequenta questi luoghi finisce, trop- 
po spesso, con Tessere trasgressiva di sera e integrata di giorno. E per 
integrazione non intendiamo esprimere consenso attivo al sistema 
ideologicamente, ma semplicemente non fare niente di diverso da 
quanto il sistema ci richiede. E a fianco della prima c'è un altra separa- 
zione, anche questa molto forte: tra l'ambito, quasi sempre ristretto, 
che gestisce i centri e le masse molto fluttuanti che vi entrano". 4S 

Come si vede le contraddizioni sono molte e altrettanto molto gene- 
rose e pensiamo che la necessità di indagare meglio la "massa fluttuan- 
te dei frequentatori" sia stata all'origine della scelta, per alcuni versi 
casuale, di dare vita all'inchiesta autogestita del luglio 1995. Un'inchie- 
sta che il frutto di molti incroci avvenuti spontaneamente tra Cox 18, il 
Leoncavallo e l'ausilio tecnico del consorzio Aaster e che è andata via 
via complessificandosi oltre le intenzioni degli stessi promotori. 




I ^ = 1 ^ I Si 



Csoa Coh 1B - uia Conchetta 18 Milano 



Cox 18: una microstona metropolitana 



137 — 



L'INCHIESTA AUTOGESTITA 



Molto e di condivisibile c'è già in questo libro per ciò che riguarda i 
risultati dell'inchiesta. Così risulta piuttosto evidente la filiera lunga 
della famiglia che viene abbandonata sempre più tardi, la persistenza 
delle discriminanti legate alla società sessista sia per ciò che riguarda la 
socialità diffusa sia per gli aspetti più generali legati alle opportunità e 
che inducono un maggiore e tendenziale impegno politico sociale delle 
donne in rapporto agli uomini; risulta altrettanto chiaro che la frequen- 
tazione al centro sociale diminuisce con il progredire dell'età, mentre 
lo stesso non vale per la grande maggioranza di coloro che compongo- 
no i collettivi di gestione, segno ulteriore questo della difficoltà di ela- 
borare progetti di lungo respiro condivisibili come scelta di vita dagli 
uni e dagli altri. Molto altro ancora e di condivisibile c'è già nel presen- 
te testo sia nell'intervento del Leoncavallo sia in quello dell'Aaster e 
quindi si possono fare avanzare alcune altre osservazioni di carattere 
più soggettivo. 

La prima è sicuramente legata alla validità che deriva dalla constata- 
zione che la stragrande maggioranza (84,2 percento) di coloro che 
hanno risposto dichiarano di frequentare abitualmente i centri sociali 
diffusi sul territorio cittadino, ma anche dell'hinterland o, se in trasfer- 
ta, di altre città. E questo dato ha un indubbio significato statistico. 

La seconda è il possibile equivoco interpretativo sospeso tra una 
maggioranza (77 percento) che dichiara di frequentare indifferente- 
mente tutti i centri sociali e una minoranza (23 percento) che avrebbe 
caratteristiche decisamente più univoche dichiarando di frequentare 
un solo centro sociale. Infatti solo 310 soggetti (23 percento) dichiara- 
no di avere una frequenza univoca per il Leoncavallo (241, o il 18 per- 
cento del totale) o per Conchetta 18 (69, o il 5 percento del totale) 
dovendosi oltretutto osservare che per un'incomprensione originaria 
gli "attivisti" del Leoncavallo hanno risposto al questionario e quelli di 
Cox 18 no. Pur avendo queste "minoranze" un qualche significato, ci 
sembra piuttosto superfluo scorporarne le risposte per elaborare una 
riflessione separata. Ci sembra invece più stimolante riflettere sulle 
risposte date dai restanti 1000- 1 100 soggetti che dichiarano di frequen- 
tare indifferentemente il Leoncavallo, Cox 18, Pergola, Garibaldi ecc 
(sia pure con una certa "gerarchia" di "luogo preferito" ma non esclu- 
sivo: 826 il Leo, 459 Cox 18, 326 Pergola Tribe). 

Non abbiamo invece riflettuto - e tutto sommato non ci interessa 



138 



Centri sociali: geografie del desiderio 



granché - sul fatto se sia vero o meno che in qualche modo i due luoghi 
rappresentino in modo relativamente emblematico due delle tendenze 
presenti all'interno dell'area dei centri sociali: "Estremizzando: da una 
parte l'area dell'intervento politico e dall'altra quella dell'innovazione 
culturale e dei nuovi linguaggi". Ma questo aspetto pare, a nostro giu- 
dizio, essere assolutamente irrilevante per la "massa fluttuante dei fre- 
quentatori" risolvendosi piuttosto in una "piccola guerra di bassa 
intensità" tra collettivi di gestione e facendo sognare a molti improba- 
bili "rifondazioni" di progetti e appartenenze legate alle esperienze 
degli anni Settanta. 

Allora cos e in realtà la "massa fluttuante dei frequentatori" così 
come risulta dall'inchiesta? 

Nella riflessione intema a Cox 18 un dato dell'inchiesta ha partico- 
larmente colpito il percorso riflessivo e interpretativo, un dato rilevan- 
te perché riferito alle "motivazioni" che spingono a frequentare un 
centro sociale e a quanto si desidererebbe che i centri sociali facessero 
in più o di diverso per rispondere alle aspettative o ai bisogni indivi- 
duali dei "frequentatori" (anche se concordiamo sul fatto che questo 
termine è piuttosto fastidioso). 

OPACITÀ E NUMERO OSCURO DELLA PARTECIPAZIONE PASSIVA 

Qui la contraddittorietà e l'opacità di una parte consistente dei "fre- 
quentatori" diventa evidente e piuttosto inquietante. Se è vero infatti 
che alla domanda "Che idea hai del centro sociale?" hanno risposto 
quasi tutti con una certa precisione privilegiando un'interpretazione 
che è un mix consistente tra "gruppo di impegno sociale" (35,5 percen- 
to), "luogo di ritrovo" (20 percento), "associazione culturale" (11,9 
percento), mentre il 12,2 percento opta invece per il "centro di iniziati- 
va politica"; quello che colpisce, se confrontato con le altre due 
domande, è che in questo caso hanno risposto al quesito il 93 percento 
di coloro che hanno avuto e restituito il questionario, mentre alle altre 
due domande, altrettanto strategiche per leggere gli universi vitali dei 
"frequentatori, il panorama della partecipazione cambia nettamente. 
Infatti alla domanda "Per quali motivi principalmente frequenti i cen- 
tri sociali?", non sanno o non vogliono rispondere il 41,4 percento 
degli interpellati (qualcosa come 578 persone), mentre la percentuale 
dei "silenzio" sale addirittura al 57 percento (796 persone) per la 



Cox 18: una microstona metropolitana 



139 



domanda "Cosa vorresti che facessero di più i centri sociali?". E se è 
vero che la mancata risposta a questa seconda domanda potrebbe, al 
limite e furbescamente, essere letta paradossalmente come un possibile 
indice di "appagamento" per quanto fanno i centri sociali normalmen- 
te, 50 l'astensione sulla domanda "motivazionale" getta un ombra piut- 
tosto imbarazzante sul "numero oscuro della partecipazione passiva" 
nel mentre rende più evidente e clamoroso il dato che solo il 4,9 per- 
cento desidera "partecipare a strutture inteme" o di gestione e pro- 
grammazione dei centri sociali. 

Proseguendo nella riflessione è evidente che il restante 58,6 percen- 
to che risponde alla domanda "motivazionale" è invece portatore di 
una quantità estremamente varia ed esigente di richieste che vedono 
gerarchicamente al primo posto la ricerca di socialità ("stare bene 
insieme agli altri", 41,6 percento) seguita da "iniziative musicali" (32,1 
percento), "condivisione di obiettivi politici" (27,5 percento), "inizia- 
tive culturali" (23,2 percento), per concludere, con largo stacco, con 
coloro che desiderano "confronto e discussione" (11,7 percento) e il 
già citato gruppetto di 68 soggetti (4,9 percento) che vorrebbero parte- 
cipare alla gestione del centro sociale. Quest'ultimo dato ci sembra poi 
particolarmente curioso e inspiegabile se si tiene presente, come già 
detto, che gli "attivisti" del Leoncavallo avrebbero compilato il que- 
stionario e lo stesso, per altro verso, si può dire per i 163 (1 1,7 percen- 
to) che hanno risposto di desiderare "confronto e discussione" e che 
risultano in apparente e stridente contrasto con quanti frequentano 
per "condivisione di obiettivi politici" (384, pari al 27,5 percento) i 
quali "obiettivi" sono a nostro parere diffìcilmente separabili dal con- 
fronto e dalla discussione. 

Un panorama motivazionale e partecipativo, on dit pour dir, piutto- 
sto confuso e carico di delega e richieste, un universo di bisogni e com- 
portamenti che a noi sembra piuttosto distante dalle aspettative e dagli 
"investimenti" dei collettivi di gestione e che peraltro ribadisce la perce- 
zione di separatezza tra gli uni e gli altri. Ma è una separatezza, a nostro 
vedere, momentanea e determinata da un distacco tra la storia soggetti- 
va di molti dei componenti dei collettivi di gestione e la nuova, plurima 
e disarticolata composizione sociale dei "frequentatori". La questione 
non è irrilevante perché è su questi percorsi che si giocherà un certo 
futuro dei centri sociali. Una questione che coinvolge largamente il 
dibattito, sofferto e frequentemente mistificato, su ipotesi organizzative 
e gestionali relative al passaggio da un centro sociale a impresa sociale." 



140 



Cenin sociali: geografie del desiderio 



LA "MARGINALITÀ" DOVE È FINITA? 



Molto preciso, e per molti fonte di sorpresa, è invece il quadro della 
composizione sociale che emerge dall'inchiesta. In questo libro, e 
negli altri interventi, si parla giustamente di abbandono della "retorica 
della marginalità" per ciò che riguarda la massa dei frequentatori che 
sono al contrario uno specchio piuttosto fedele del mercato del lavoro 
di Milano e del suo hinterland e che si caratterizza per il notevole 
grado di scolarizzazione (assai superiore alle medie regionali e nazio- 
nali). Balza però evidente un certo segno di disagio - anche se non 
dichiarato - per l'evidente forbice tra le aspettative legate al titolo di 
studio (in generale molto alto) e l'attività lavorativa effettivamente 
svolta (quasi sempre piuttosto generica). Fanno in questa direzione 
eccezione coloro che si dichiarano "lavoratori autonomi" e che risulta- 
no essere occupati in modi consistente nel settore del terziario legato 
alle nuove professioni, e qui le contraddizioni legate al rapporto tra 
mercato del lavoro e sistema dalla formazione (scuola, università ecc.) 
risultano ancora più evidenti. È chiaro infatti che i saperi necessari per 
accedere alle cosiddette nuove professioni vengono acquisiti per larga 
parte sul campo, laddove la formazione universitaria garantisce al 
massimo una certa predisposizione. Se poi il dato venisse rapportato 
alle caratteristiche sociali della gran parte dei membri del collettivo di 
Cox 18, ne risulterebbe, per esempio, che la maggioranza di loro pur 
provenendo da istituti di formazione tecnico professionale ha, per così 
dire, acquisito le professionalità richieste dal mercato del lavoro attra- 
verso la pratica di gestione del centro sociale o, quantomeno, le ha 
meglio definite e adattate. Si hanno così soggetti che lavorano in teatro 
come attrezzisti, macchinisti, elettricisti; altri invece sono diventati 
tecnici di palco e del suono per programmi televisivi e manifestazioni 
musicali; altri ancora svolgono attività nel settore delle tecnologie 
informatiche applicate (fotocomposizione, grafica, programmazione 
ecc.). A ciò vanno aggiunti anche gli esempi di "self-employement" e 
d'impresa autogestita sopra ricordati. Questi aspetti, magari poco 
citati, dei csoa sono una caratteristica abbastanza originale che si è 
andata via via configurando nei primi anni Novanta e che, a suo modo, 
ha corrisposto alle modificazioni più generali del mercato del lavoro 
cittadino. Per alcuni aspetti ci sembra di poter dire che questo micro- 
fenomeno di autoformazione al lavoro è uno dei pochi dati - insieme 
alla produzione di "socialità" e al bisogno spasmodico di "consumi 



Coi 18: una microstoria metropolitana 



141 



culturali" - che legano gli universi dei frequentatori a quelli dei collet- 
tivi di gestione. Ma, a differenza della "socialità" e dei "consumi cultu- 
rali", questo percorso di autoformazione al lavoro è un dato di rifles- 
sione decisamente ex post e, per adesso, non sembra produrre partico- 
lari sinergie tra i due universi, pur avendo caratteristiche strettamente 
intrecciate con i processi materiali o, se si preferisce, con il panorama 
dell'attuale s/composizione di classe segnata dal passaggio dall'uni- 
verso del lavoro a quello dei "lavori". Al contempo occorre ribadire 
come il "consumo" di tempo, spazio e "merci culturali" abbia finito 
per incidere sulla fisionomia di questi luoghi ben oltre la percezione e, 
forse, oltre le stesse intenzioni dei collettivi di gestione; il bisogno vis- 
suto e il desiderio di "luoghi autonomi" e "protetti" per tentare di 
sfuggire sia all'addomesticamento esterno sia alla perdita di identità 
(ciò che Aldo Bonomi definisce come "il tentativo di sottrarsi alla mol- 
titudine" 52 e una volta assicurate dalle appartenenze di classe o contro- 
culturali) si configura abbastanza evidentemente come "rumore di 
fondo" che sottende tutte le risposte del questionario. Ed è un "rumo- 
re di fondo" che si dilata ben oltre i confini comunali come risulta 
dalla constatazione che almeno il 25 percento dei frequentatori abi- 
tuali proviene dall'hinterland o dal resto della Lombardia. Su questi 
ultimi dati alcuni "sensori" sono degni di nota. Coloro che provengo- 
no dall'hinterland portano al 47,3 percento la motivazione del biso- 
gno di socialità (media generale 41,6 percento), mentre coloro che 
vengono dal resto della regione si attestano intorno al 30J> percento, 
privilegiando piuttosto la motivazione connessa con le iniziative musi- 
cali (35,7 percento mentre la media generale è del 29 percento). Sia 
pure con una certa forzatura si può affermare che qui viene espressa 
una maggior solitudine legata alle periferie a fronte di un minor biso- 
gno di socialità di coloro che vivono nelle società "locali". Questa è 
una constatazione abbastanza ovvia se si pensa all'importanza che in 
questi anni hanno assunto i "localismi produttivi" e di conseguenza le 
"appartenenze territorializzate". Un'ulteriore considerazione stretta- 
mente intrecciata con queste dinamiche risulta poi dal dato che i fre- 
quentatori provenienti dall'hinterland hanno una condizione di lavo- 
ratori salariati sensibilmente e percentualmente più consistente di 
coloro che vivono nel territorio cittadino. Un dato statistico piuttosto 
simile a quello di coloro che provengono dalle società "locali", ma con 
un consistente e diverso bisogno di socialità. Proseguendo nella "for- 
zatura" si può notare come sia sensibilmente più alto nell'hinterland il 



142 



Centri sociali: geografie del desiderio 



numero di coloro che non rispondono alla domanda "motivazionale" 
(46,9 percento, mentre in "città" il dato è del 35,7 percento). 

È necessario invece porre attenzione a uno dei dati relativo alla 
domanda "Che idea hai del centro sociale?". La già citata quota del 35- 
37 percento che lo definisce "gruppo di impegno sociale" separando 
largamente questa definizione da quella relativa al "centro di iniziativa 
politica", restituisce un soggetto i cui "universi vitali" sono pervasi da 
una ricerca quasi drammatica di "senso" del fare e dell'agire incrociati 
con il bisogno di beni relazionali. Sbaglia quindi, e alla grande, "chi 
irride a questa dimensione come a entità marginali, a bricolage dell'agi- 
re sociale, in nome della geometrica potenza delle antiche identità, o 
alla domanda di nuovi, improbabili progetti di rappresentanza assoluta 
e unitaria. Sbaglia perché è probabile su questa antinomia del presente 
- su questa alternativa tra dissoluzione e ricomposizione, tra frammen- 
tazione nella forma della moltitudine e capacità del pensiero plurale di 
sottrarre soggetti potenziali del conflitto a tale destino - che si giocherà 
la partita decisiva della società che viene."" E ovvio che questa partita 
non potrà essere giocata in solitudine dai centri sociali. 

MARY-JANE & HER SISTERS 

I dati relativi al consumo e alla circolazione di "sostanze leggere" 
hanno caratteristiche "bulgare". Qui le differenze e le opacità diventa- 
no luce splendente come il "gran sole carico d'amore". Tutti vogliono 
che nei centri sociali ci sia una libera circolazione del "fumo" e, anzi, ad 
aumentare delega, bisogni e servizi, moltissimi vorrebbero che i csoa si 
facessero direttamente produttori e "commercializzatoti" della canna- 
bis e dei suoi derivati. Qui la percezione del centro sociale come luogo 
"autonomo" e protetto dalla repressione diventa pratica reale ed esi- 
genza quasi esistenziale. 

Le motivazione legate al consumo di "fumo" sono per larga parte 
connesse, anche in questo caso, allo "stare bene insieme agli altri in 
maniera rilassata" (34,6 percento) e allo "stare bene con me stesso" 
(25,9 percento), mentre un 19,9 percento dichiara seccamente "mi 
piace e basta" e solo il 6,4 percento si attesta sul classico "rifiutare la 
logica del sistema". "E se l'ultimo dato segnala, se ce n'era il bisogno, il 
declino di appeal di interpretazioni del fumo in chiave politico ideolo- 
gica (molto diffuse nei movimenti degli anni Settanta), la sensibilità dif- 



Coi 18: una microstoria metropolitana 



143 



fusa appare chiaramente orientata a inquadrare la questione del consu- 
mo di droghe leggere in termini culturali, di consolidamento del biso- 
gno di socialità e di opportunità pratiche." 54 

Questo dato è ovviamente confermato per ciò che riguarda l'atti- 
vità dei "pusher" all'interno dei csoa: il 34,6 percento la considera 
"una cosa normale" e il 56 percento la considera "una cosa positiva 
perché i csoa sono spazi di autonomia". Solo il 4,3 percento ha una 
posizione critica perché "ci si espone a rischi legali", mentre un insi- 
gnificante 0,8 percento dichiara che è rischioso "perché si può passare 
a qualcosa di più pesante". 

È quindi conseguente il passaggio successivo quando il 78,35 si 
dichiara favorevole sia alla coltivazione sia alla gestione collettiva del 
"fumo" da parte dei centri sociali. La quasi totalità è poi favorevole alla 
"liberalizzazione" o alla "legalizzazione" delle "sostanze leggere" e il 
fatto che non ci sia nessuna differenza tra le due possibili opzioni 
segnala una evidente mancata o erronea informazione sui contenuti 
delle iniziative antiproibizioniste. 

Su quest'ultimo punto siamo convinti che molto di ciò che appare 
"confuso" sia derivato da una mai chiarita precisazione di percorso 
all'interno delle iniziative antiproibizioniste dell'area milanese. Valga 
per tutti la fin troppo eccessiva rilevanza assegnata ad alcune proposte 
istituzionali che propugnano la legalizzazione della coltivazione e della 
vendita dei derivati della cannabis. Vale a dire "licenze agricole" e quin- 
di "licenze" per l'apertura eventuale di coffee-shop sul modello olande- 
se. Per dare forza a questo percorso (per dargli dignità legale) si è quin- 
di passati a definire la cannabis come una "non droga" accentuandone 
invece qualità e funzioni di volta in volta "mediche", "tessili", "indu- 
striali" ed ecologiche." Non sono qui in discussione molte delle qualità 
assegnate alla cannabis, ma ciò nondimeno ci sembra abbastanza peri- 
colosa una distinzione così precisa (e in buona parte inesatta) tra "dro- 
ghe" e "non droghe" essendo evidente che un percorso di questo gene- 
re facilità e accresce la criminalizzazione del possesso e del consumo di 
altre "sostanze", nel mentre non afferma (e non propone) la totale libe- 
ralizzazione della coltivazione e del consumo individuale e privato della 
cannabis stessa. Continuiamo quindi a pensare che sia necessaria piut- 
tosto una posizione che punta a una depenalizzazione complessiva e 
senza distinzioni dei reati connessi al consumo di "sostanze proibite". 
Lo stesso dato dell'inchiesta che segnala il numero assai elevato (46,7 
percento) di coloro che sono "stati fermati" almeno una volta per il 



144 



Centri sociali: geografie del desiderio 



possesso di "fumo" a fronte di una minoranza degli stessi che ha dovu- 
to subire conseguenze penali o amministrative, segnala come la legisla- 
zione in materia sia più e fondamentalmente uno "strumento di con- 
trollo" oppressivo e diffuso del territorio, piuttosto che un mezzo per 
impedire la diffusione delle stesse "sostanze proibite". 

Ci sembra poi che il riferimento al cosiddetto "modello olandese" 
sia perlomeno "monco", essendo lo stesso un mix assai complesso di 
legalizzazione (400 coffee-shop che vendono "sostanze leggere" in una 
nazione che ha un quarto degli abitanti dell'Italia e dove non è "formal- 
mente" consentita la coltivazione della cannabis per usi commerciali 
ed è invece permessa la coltivazione per uso personale) di "proibizione 
non repressiva" per le "sostanze pesanti" (eroina, cocaina ecc.) e istitu- 
ti assai flessibili di assistenza e prevenzione per i consumatori delle dro- 
ghe pesanti. Dopo quindici anni di sperimentazione i risultati più evi- 
denti sono stati: una diminuizione vertiginosa dei "passaggi carcerari"; 
una fortissima e minore incidenza di infezioni di Hiv e epatite B, rispet- 
to ad altre metropoli europee e americane; una diminuizione altissima 
del numero dei morti da tossicodipendenza mentre la percentuale dei 
tossicodipendenti sotto i 22 anni e scesa dal 14,4 percento al 2,1 per- 
cento. 56 Vari studi hanno inoltre riscontrato che il numero dei consu- 
matori di cannabis è rimasto piuttosto stazionario rispetto al 1976. In 
aggiunta a questo "modello" si possono citare poi casi (Manchester e 
Zurigo per esempio) dove si è sperimentata la somministrazione con- 
trollata di eroina. 

In un paese e in un tessuto sociale come quello italiano dove il lungo 
"ciclo dell'eroina" è inciso nei corpi, nelle menti e nella memoria dei 
movimenti sociali di opposizione e dove i centri sociali hanno avuto, su 
questo problema, sicuramente un ruolo di grande rilevanza, ci sembra 
che una campagna antiproibizionista debba avere spessori e progettua- 
lità ben più estese dell'asfittico e piuttosto "egoistico" proposito con- 
nesso alla "legalizzazione" dei derivati della cannabis. 

MA L'ECSTASY È UNA DROGA POSTFORDISTA? 

Negli ultimi anni il problema dell'ecstasy ha piuttosto angustiato i col- 
lettivi di gestione dei csoa. Qui le risposte ai questionari sono assai tor- 
mentate, a dimostrazione che i soggetti frequentatori confermano la 
loro fisionomia di crinale tra realtà intema ed esterna ai csoa stessi, 



Cox 18: una microstona metropolitana 



145 



mentre la dinamica di "sottrazione all'identificazione" con il processo 
di omologazione in atto appare in tutta evidenza. Solo il 13 percento 
(che non è poi così irrilevante se si tiene presente la tendenziale "ripro- 
vazione etica" nei confronti di questa sostanza) risponde infatti che 
l'ecstasy "accresce le energie e gli stati emotivi", mentre un consistente 
46,1 percento definisce questa esemplare techno-droga "roba per 
maratoneti da discoteca" e il 14,8 percento la ritiene "una droga orga- 
nica al sistema". Qui l'evidente ritomo di appeal politico ideologico 
sembra essere agito come una necessità di difesa e di orgogliosa riven- 
dicazione di una differenza di scelte e come ulteriore tassello della pro- 
duzione di identità. Appare però certo che nei confronti di questa 
sostanza le contraddizioni sono assai più tormentate da quanto non 
provenga dal dato in sé. 

Alla successiva domanda, infatti, concernente il consumo di ecstasy 
nei centri sociali, se è vero che solo 1*1,2 percento dichiara che ne va 
"incoraggiato il consumo" (dove è finito il 13 percento che vedeva in 
questa sostanza un tonico-emotivo?), il 20,2 percento ritiene invece 
che ne vada "tollerato il consumo" e il 5,9 percento che "bisogna orga- 
nizzarne forme di vendita controllata". E pur rimanendo molto forte 
(46,5 percento) la quota di coloro che dichiarano che bisogna "scorag- 
giarne il consumo", solo il 17,9 percento dichiara decisamente che 
"bisogna impedirne il consumo". 

Ci sembra di poter dire che la contraddittorietà "timorosa" di que- 
ste risposte, se raffrontata con l'unanimismo delle risposte, legate al 
consumo di "fumo", segnali sia l'attraversamento di questa sostanza da 
una parte non irrilevante dei "frequentatori", sia un certo fascino che la 
stessa esercita sulle le loro scelte quotidiane. 

Ciò è tanto più vero se alle riflessioni su questa ricerca - che nella sua 
parzialità è però unica nel suo genere - si aggiungono alcune brevi note 
su un'altra indagine, però assai più approssimativa, a cui alcuni di noi 
hanno partecipato. L'inchiesta si è svolta a margine della lunga ricerca 
sul fenomeno della Lega Nord fatta dal consorzio Aaster qualche tempo 
fa. I luoghi erano in questo caso una ventina di discoteche del Nord-Est 
comprese tra le province di Como, Brescia, Cremona, Mantova, Vero- 
na, Vicenza. Proprio per le caratteristiche dei "luoghi" non poteva certo 
essere usato lo strumento "questionario" e si è trattato quindi ed essen- 
zialmente di "appunti" e registrazioni orali. Va però notato che il sog- 
getto intervistato aveva quasi sempre le stesse caratteristiche di compo- 
sizione sociale (con una forte accentuazione del dato relativo alla condi- 



146 



Centri sociali: geografie del desiderio 



zione abitativa) riscontrate nei centri sociali, mentre i suoi stili di vita 
erano caratterizzati da consistenti diversità. Un primo dato di notevole 
rilevanza è legato al "tempo di lavoro" (che però non esisteva come 
domanda nei questionari dei csoa). La gran parte degli intervistati (380- 
450, frequentemente in piccoli gruppi) dichiarava un tempo di lavoro 
settimanale oltre le 50 ore con alcune punte di 60. Affermava inoltre che 
la spesa media tra il sabato sera e la domenica sera si aggirava intorno 
alle 200-250.000 lire. Un totale quindi di 800.000-1.000.000 di lire al 
mese a cui andavano aggiunti i costi per le rate e il mantenimento del- 
l'automobile individuale. Il 25 percento svolgeva "lavori autonomi", il 
40-45 percento "lavori dipendenti" ma con consistenti obblighi di 
"straordinari" spesso pagati "fuori busta"; il 15-20 percento erano stu- 
denti e i restanti figli di proprietari di piccole e medie aziende nelle quali 
quasi sempre svolgevano la loro attività lavorativa. Quest'ultimo dato 
segnala indubbiamente l'assoluta mancanza di differenza tra gli stili di 
vita dei "padroncini" e dei lavoratori. 

Qui la percentuale di coloro che dichiaravano di fare uso di ecstasy 
il sabato sera e la domenica variava da zona a zona: dal 40-45 percento 
del bresciano al 58-65 di alcune province venete con percentuali più 
basse, intorno al 30-35, nel cremonese e nel bresciano. E l'uso di questa 
sostanza non può risultare che strettamente intrecciato con la necessità 
di un divertimento, di un "tempo vissuto" da ritagliare in uno spazio 
brevissimo e nella maniera più intensa possibile. Necessità queste stret- 
tamente intrecciate con il bisogno insopprimibile di "stati di socialità" 
negati dall'evidente e formidabile disciplinamento produttivo territo- 
rializzato. Appare ovvio che l'ecstasy riesca a fornire in questa direzio- 
ne quello "stato momentaneo di alterazione di coscienza" funzionale a 
favorire questi bisogni. Tanto che la tentazione di definire l'uso di que- 
sta sostanza come perfettamente intrecciato con la condizione del lavo- 
ratore postfordista non poteva che apparire evidente, così come evi- 
denti sono l'uso del luogo discoteca, gli after-hour e i rave con cui il 
consumo di ecstasy si incrocia in un binomio indissolubile sostenuto 
dall'emergere delle nuove tendenze musicali. 

"Alla base c'è la ricerca forte di sensazioni estreme. Ed estremismo 
in questo caso significa ballare tutta la notte e all'alba ricominciare per 
finire il pomeriggio successivo, significa che il d.j. è un maestro di ceri- 
monia tribale e il ballo tende a diventare trance, significa portare corpo 
e mente a stadi pericolosi, oltre il limite (a stati alterati di coscienza?)." 57 

Scelte diverse quindi da quelle dei fruitori dei centri sociali? Indub- 



Coi 18: una microstoria metropolitana 



147 



biamente sì, ma scelte che partono da motivazioni simili, da condizioni 
esistenziali speculari. Anche qui l'universo dei lavori non restituisce 
identità e socialità, anche qui, e forse in maniera più profonda e dram- 
matica, il produrre per competere induce il bisogno di aggregazione e 
consumo di tempo, spazio, cultura per sottrarsi, anche se con modalità 
temporanee e "alterate", all'anomia quotidiana e verso una ricerca di 
"senso". 58 



UNA TRANSIZIONE VERSO ALTRE PROGETTUALITÀ? 

Concludendo, ci sembra che i problemi che si trovano davanti i centri 
sociali milanesi (stiamo parlando solo di questi e neanche di tutti quelli 
della città) siano molti, confusi e non tutti risolvibili attraverso l'attuale 
impianto di riflessione teorica o attraverso la memoria delle pratiche 
sociali precedenti. 

Stanno avvenendo in questa città fenomeni singolari. Vengono 
aperti via via nuovi locali commerciali che tendono a interpretare le esi- 
genze dei nuovi soggetti emergenti (un mix tra ceti medi e lavoratori 
desocializzati), che per fare ciò tendono (anzi lo stanno facendo "alla 
grande") a "recuperare" le produzioni innovative (trasgressive, radica- 
li, antagoniste?) espresse dai csoa negli ultimi anni. Locali come il Tun- 
nel, i Magazzini generali, i vari cyber-cafè e altri ancora, inseriscono nei 
loro programmi serali eventi quali Mutoid Waste Company, La Fura 
dels Baus, il mitico Alien Ginsberg, frammenti di pratiche hip-hop o 
molti degli stessi gruppi musicali che, nati nei centri sociali, si sono 
conquistati uno spazio anche nel mercato. 

Potrebbe invece sembrare un paradosso che una parte dei centri 
sociali - anche se avvertono segni di crisi e contemporaneamente prose- 
guono nel lavoro di ricerca e innovazione politico-culturale - abbiano 
inserito nella propria programmazione (musicale, teatrale, letteraria 
ecc.) manifestazioni e iniziative di livello qualitativo assai alto, quando 
non altissimo e già ampiamente riconosciute nei circuiti ufficiali. L'ef- 
fetto paradossale è più un esito di momentaneo "spaesamento" che un 
dato corrispondente al processo reale in atto; ciò non vuol dire che 
siano assenti le contraddizioni, (per esempio quelle relative al rapporto 
tra "qualità" e produzione di senso), ma che invece si stia evidentemen- 
te sperimentando una riappropriazione concreta di interi circuiti cultu- 
rali ufficiali e semiufficiali che rischiavano la totale perdita di "senso" 



148 



Centri sociali: geografie del desiderio 



dentro la programmazione istituzionale. Può essere che questo stia 
avvenendo, o sia avvenuto, forse più come un processo che come un 
progetto, che sia avvenuto interpretando bisogni, richieste, humus e 
universi vitali dei frequentatori come un primo passo fragile e tormen- 
tato verso nuove - e tutte da inventare - forme di rappresentanza. Il 
riferimento a queste ultime nell'epoca della loro crisi complessiva 
potrebbe apparire eccessivo e fuori tema per coloro che, leggendo que- 
sto intervento, non tenessero presente che gran parte di questo raccon- 
to" ha ruotato sulla crisi della produzione di "identità" come esito del- 
l'offensiva capitalistica legata alla ristrutturazione e reinvenzione del 
modo di organizzare la produzione delle merci e quindi la vita quotidia- 
na dei soggetti sociali e che non tenessero presente che la produzione di 
cultura oggi (molto di più di quanto non sia stato storicamente) è stret- 
tamente connessa con la produzione di socialità attraverso il "fare 
comune". Ovvero esso attiene alla sfera delle attività finalizzate all'ela- 
borazione di prodotti o di servizi socialmente utili secondo criteri diver- 
si da quelli della massimizzazione dell'utile privato. 

All'orizzonte di questi percorsi ce probabilmente "una possibile e 
adeguata forma di resistenza contro gli effetti distruttivi dei processi di 
ristrutturazione industriale, ma anche e contemporaneamente l'obietti- 
vo - che deve ancora diventare coscienza e progetto - di liberare energie 
(in termini di cultura, di consapevolezza, ma anche di disponibilità di 
tempo) da orientare sul terreno 'avanzato', innovativo, della socialità 
alternativa, della cooperazione solidale, dell'autorganizzazione. Per tra- 
sferire (conflittualmente) gli aumenti di produttività sociale del capitale 
sul terreno della risocializzazione della vita quotidiana". 60 

Quest'ultima citazione è di Marco Revelli che parla di Alain Bihr. Ci 
piace molto tutto il percorso che la sottende, ma siamo anche coscienti 
che, per quello che ci riguarda, siamo ben lontani dall'averne chiari i 
percorsi di possibile realizzazione. Eppure ci sembra un passaggio 
obbligato che senza il quale i csoa si ritroveranno a breve a essere poco 
più che luoghi di intrattenimento colto e socializzante, ma senza 
"motore", per dare senso al proprio lavoro. 

In questo possibile scenario il tormentato e moralistico problema 
dell' erogazione di "reddito" agli attivisti (ai "lavoratori" della gestione 
e programmazione) dei collettivi di gestione, diventerebbe del tutto 
irrilevante. 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



149 



APPENDICI 

A CURA DELL'ASSOCIAZIONE CALUSCA CITY UGHTS 



1. LA CALUSCA IN COX 18 DEGLI ANNI NOVANTA 

L'Associazione culturale Calusca City Lights (libreria, centro di docu- 
mentazione, casa editrice intermittente), riapre la propria attività per la 
quarta volta nei primi anni Novanta. 61 

Alcune centinaia di "soci sostenitori" premono verso questa scelta e 
la disponibilità del collettivo di gestione di Cox 18 fa il resto. 

A questa riapertura la libreria arriva piuttosto acciaccata dagli anni e 
dalle vicende che l'hanno attraversata. Perquisizioni, pressioni polizie- 
sche, centinaia di arresti tra i suoi frequentatori, la dissoluzione del Cir- 
cuito Puntirossi, 62 ma, soprattutto, la percezione di un finale d'epoca che 
aveva di fatto depotenziato gli strumenti di analisi e progetto, rendevano 
quantomeno problematica una riprogettazione delle sue funzioni. 

A questo si aggiungeva l'incognita legata agli esiti o alle possibili 
contraddizioni della convivenza all'interno di un centro sociale. D 
rischio che la Calusca finisse per rivelarsi un "corpo estraneo" elitario e 
legato a un'altra fascia generazionale era piuttosto evidente ed è tuttora 
un interrogativo. Dall'altro lato appariva affascinante un possibile per- 
corso di contaminazione creativa tra i due universi. A distanza di qual- 
che anno questi interrogativi rimangono aperti, ma molto è stato fatto 
per armonizzare progetti, generazioni, culture. 

La Calusca ha svolto un attività piuttosto intensa legata a dibattiti, 
reading di poesia e letteratura, ma soprattutto ha funzionato da colle- 
gamento, luogo di rete per la nascita di una nuova generazione di rivi- 
ste corrispondenti alle attuali necessità di analisi, comprensione, inter- 
vento. Si sono così incrociati con i percorsi del luogo libreria quelli 
legati a rivista quali "Altreragioni", "Millepiani", "Derive/ Approdi" e 
"Decoder". Ed è proprio da questa possibilità di fare rete con saperi 
problematici diversi e creativi che è nato a partire dal 1993 il lungo 
ciclo di dibattiti intitolato "Come ci toccherà vivere domani. Prospetti- 
ve della nuova era capitalistica in Europa" che, coordinato da Sergio 
Bologna, verrà poi e in realtà fatto proprio da altri organismi editoriali 
e di ricerca. Sullo sfondo il problema della transizione da un sistema 
produttivo a un altro o, per dirla nella vulgata attuale, il "postfordi- 
smo". M Sicuramente il primo luogo sociale in Italia a trattare il proble- 



150 



Centri sociali: geografie del desiderio 



ma, coinvolgerà nella serie di dibattiti Aldo Bonomi e le risorse di ricer- 
ca del consorzio Aaster, Christian Marazzi col suo magnifico lavoro // 
posto dei calzini, i mitici "camalli" del porto di Genova, gli organismi 
autonomi dei macchinisti delle ferrovie, economisti quali Giorgio Lun- 
ghini, Riccardo Bellofiore e Andrea Fumagalli - ma anche i corsi rigo- 
rosi e impegnativi della rivista "Plusvalore" di Paolo Giussani -, o sto- 
rici e ricercatori quali Bruno Cartosio, Ferruccio Gambino, Paolo Far- 
netti, Nando Fasce, Pier Paolo Poggio, Renato Levrero, Giovanni 
Cesareo ecc. In sostanza, un pezzo della precedente esperienza della 
rivista "Primo Maggio" (prodotto storico delle edizioni Calusca) riat- 
tualizzato con altri saperi e percorsi di riflessione sul presente. Sostan- 
zialmente, a fianco della programmazione culturale, si sviluppa un 
laboratorio del pensiero critico legato alla riflessione sull'emergere dei 
processi di desalarizzazione connessi al postfordismo che anticipa di 
molto un dibattito che due-tre anni dopo sarà fatto proprio da molte 
riviste e da molti luoghi sociali. 

E non è stato compito da poco far decollare questo percorso di 
ricerca in un ambito per larga parte legato a categorie di lettura incen- 
trate sulla persistenza e centralità del vecchio ciclo di lotte operaie. 64 

Tutto questo lavoro di ricerca avrà grande riscontro in una serie di 
inchieste sui "luoghi del pensiero critico" pubblicate da "il manifesto", 
spesso e, nel tempo, dimenticandone l'origine, il luogo e il reticolo. Ma 
l'importante era e rimane smuovere le acque di un dibattito che per 
qualche anno si era impantanato in un gorgo nostalgico- regressivo. 

Ma la tendenziale e avvenuta socializzazione di questi percorsi 
innovativi di ricerca e riflessione sembra oggi come avvitata in una 
ripetuta spirale descrittiva, mentre il problema sempre più urgente è 
quello di ridare progetto e respiro a ipotesi di intervento e "organizza- 
zione" che abbiano la capacità di incidere sui processi reali e sugli uni- 
versi di un sociale frantumato e contraddittorio. 

Non è quindi compito di un "luogo libreria", ma di alleanze e con- 
taminazioni più vaste e, soprattutto, "orizzontali" e poco autocentrate. 

Qui si può dire che la ripresa di attività della Calusca è tutta e intera- 
mente intrecciata sia con i centri sociali sia con alcuni "luoghi critici" e 
professionali della ricerca. In molti altri csoa cittadini e in giro per l'Ita- 
lia si stanno aprendo spazi libreria. Tutto ciò è a nostro parere molto 
positivo e lo sarà ancora di più se questi spazi faranno di nuovo "circui- 
to" e collegamento. Soprattutto se non prevarranno né gli aspetti com- 
merciali né quelli concorrenziali... che sono poi la stessa cosa. 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



151 



2. STATISTICHE E RIFLESSIONI SULL'EROINA E ALTRE STORIE 



All'interno di Cox 18: una microstoria metropolitana ci siamo più volte 
riferiti al lungo ciclo dell'eroina e al ruolo molto importante che i centri 
sociali hanno avuto nel combattere il "grande drago verde" che per 
vent'anni ha diffuso un velo di morte su un'intera generazione. Abbia- 
mo anche detto che il ciclo dell'eroina appare come clandestinizzato in 
un altrove spaziale (non è più così visibile) poco indagato e conosciuto. 
Ma faremmo torto a noi stessi e ai complessi saperi che su questo pro- 
blema sono stati acquisiti da centri sociali se non sottolineassimo, 
anche in forma autocritica, la comune perdita di contatto, competenza 
e lotta sociale nei confronti del persistere del fenomeno eroina negli 
universi giovanili del sociale che ci circonda. 

Ecco quindi alcune note e informazioni per tentare di riprendere il 
filo di un discorso e possibilmente di un rinnovato impegno. 

Si può partire da qualche tabella diffusa recentemente dal Ministe- 
ro degli interni. La prima riguarda i dati sulla mortalità da "overdose" 
nell'ultimo decennio: 



1984 


392 


1985 237 


1986 288 1987 


531 


1988 


802 


1989 963 


1990 1.158 1991 


1.379 


1992 1.212 


1994 867 


1995 1.043 




La seconda riguarda la situazione regionale dei decessi per abuso di 


sostanze stupefacenti nel 1995: 






Lombardia 




185 


Lazio 


112 


Campania 




109 


Liguria 


102 


Veneto 




92 


Emilia Romagna 


88 


Piemonte 




88 


Toscana 


64 


Puglia 




42 


Sicilia 


34 


Abruzzo 




22 


Trentino Alto Adige 


22 


Sardegna 




16 


Friuli Venezia Giulia 


15 


Umbria 




14 


Marche 


13 


Calabria 




8 


Basilicata 


6 


Molise 




3 







Ci sono poi da tenere presente una serie di considerazioni di altro 
genere: l'età media dei consumatori abituali di sostanze stupefacenti è 



152 



Centri sociali: qeografie del desiderio 



23 anni mentre 1*81 percento dei casi individuati si situa tra i 18 e i 30 
anni e che circa il 13 percento dei "segnalati" per detenzione e uso per- 
sonale ha oltre 30 anni. Più in generale il 55,2 percento dei casi "segna- 
lati" o individuati (indipendentemente dall'età) risulta stabilmente 
occupato e vive normalmente integrato nel tessuto socioeconomico. E 
se questo trend conferma le analisi e le intuizioni del meeting dei centri 
sociali al festival del Parco Lambro nel 1989 (l'eroina è ormai penetrata 
nel tessuto della vita normalizzata), non c'è dubbio che molto altro non 
è stato elaborato e riflettuto da quell'evento in poi. 

Tornando alle tabelle statistiche, la seconda (quella relativa alla 
distribuzione regionale) segnala il persistere del primato della Lombar- 
dia come "capitale" dei consumatori di eroina (anche se nel passato 
aveva raggiunto record più consistenti fino a sfiorare un terzo di tutti i 
decessi a livello nazionale), ma evidenzia anche l'estendersi del feno- 
meno praticamente su tutto il territorio nazionale con diversi e con- 
traddittori dati quantitativi. I decessi non sono generalizzati in tutte le 
regioni. Diminuiscono tendenzialmente in Emilia Romagna, Puglia, 
Sardegna e Sicilia, mentre sono in fortissimo aumento nel Lazio, Moli- 
se, Trentino Alto Adige, Veneto ecc. In ogni caso il Nord-Est e il Nord- 
Ovest più l'Emilia Romagna continuano a "rappresentare" circa il 60 
percento di tutti i decessi da overdose. 

L'ultima tabella che infine segnaliamo è riferita alla condizione pro- 
fessionale dei tossicodipendenti deceduti (dati 1994). Da coloro di cui 
è stato possibile stabilire la condizione professionale (circa il 40 per- 
cento) si ricava questo panorama sociale: 

Disoccupati 161 Operai 105 Impiegati 12 

Commercianti 4 Artigiani 3 Professionisti 2 

Balza agli occhi la quota elevatissima di disoccupati e di operai che 
sono evidentemente nella stessa fascia di età del consumatore medio 
(tra i 18 e i 30 anni). Può apparire forse una forzatura, ma a noi sembra 
che questi dati siano paradigmatici della condizione proletaria e di 
classe segnata dall'attuale transizione. Convivono qui la tragedia della 
caduta della "centralità operaia" e il dramma della disoccupazione e, 
crediamo, non sia sufficiente ribadire che "noi l'avevamo già capito alla 
fine degli anni Ottanta". Soprattutto è abbastanza clamoroso che la 
battaglia contro l'eroina sia stata uno delle motivazioni profonde che 
hanno intessuto l'attività dei centri sociali quando la diffusione di que- 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



153 



sta sostanza registrava un numero assai elevato di morti, ma che, miste- 
riosamente, la stesso impegno sia sfumato mentre il numero dei decessi 
si raddoppiava e triplicava incidendo ancor più profondamente sui 
contorni della stessa composizione di classe. Ma non solo, le curve sta- 
tistiche segnalano un ininterrotto aumento dei morti da overdose dal 
1980 ai nostri giorni con l'ormai famosa "impennata" tra il 1986 e il 
1987 (da 258 a 531) per giungere ai 1.379 morti del 1991; ce una qual- 
che misteriosa diminuzione nel 1992-94 ma l'escalation riprende negli 
ultimi due anni. Questi dati sono indubbiamente drammatici e su di 
essi finora si è poco ragionato. 

Ci sembra che insieme alla pericolosa separazione tra collettivi di 
gestione e "massa fluttuante dei frequentatori" vada operata una rifles- 
sione, che con questa si incrocia, sulla perdita di contatto con un seg- 
mento non irrilevante di soggettività marginalizzata e sofferente. 

La riflessione concreta che dovremmo porre a noi stessi e al ruolo 
che i centri sociali hanno nelle realtà produttive di loro riferimento ci 
sembra abbastanza semplice e provocatoria: ci può indubbiamente 
soddisfare l'orgogliosa dimostrazione statistica uscita dall'inchiesta 
autogestita e sintetizzabile nell'appello a "uscire dalla retorica della 
marginalità", ma da qualche parte dei grandi e desolanti territori urba- 
ni quella marginalità continua a esistere ed è evidentemente non più 
rappresentata nella "massa fluttuante dei frequentatori". Come è potu- 
to succedere tutto questo? Era inevitabile che succedesse? Ci sta bene 
che una battaglia che è incisa nella memoria sociale di questi "luoghi" 
sia "archiviata" come residuale? 

Va bene, sappiamo che siamo diventati piuttosto bravi nel produrre 
cultura, socialità e quant'altro che forse porterà molti - non tutti - a 
fare "impresa sociale", ma in mezzo a noi, tra le nostre file, continuano 
abbastanza frequentemente a morire di Aids fratelli, sorelle e compa- 
gni di strada che pure hanno contribuito a fondare questi "luoghi". 
Possibile che non ci sia più relazione tra queste morti e quelle degli 
"altri" che in un altrove spaziale e territoriale continuano a morire? O, 
ancora, lo sanno poi proprio tutti che tra "le prime dieci cause di morte 
tra gli uomini italiani di età tra 25 e 34 anni", al primo posto ci sono le 
morti da Aids (23,3 percento), al secondo gli incidenti stradali (18,1 
percento), al terzo quelle da overdose (9,1 percento) e al quinto i suici- 
di (7,3 percento)? 

Domande aperte e risposte difficili quindi. Domande che, per esem- 
pio, dovrebbero restituire consistenza alle attuali campagna antiproibi- 



154 



Centri sociali: geografie del desiderio 



zioniste evitando, quantomeno, di separare arbitrariamente ed egoisti- 
camente "droga da droga" inventando categorie improbabili quale 
quella che definisce i derivati dalla cannabis come "non droghe". Ma 
domande più protonde sui nostri compiti, progetti e funzioni. 

In chiusura di questo breve intervento autocritico si può segnalare 
che nel 1995 sono state sequestrate centinaia di migliaia di pastiglie di 
ecstasy, particolarmente nel Centro-Nord. Questo dato è ovviamente 
abbastanza scontato, ma meno riflettuto e conosciuto è invece quello 
relativo al fatto che un apparentemente insignificante e "nuovissimo" 
1J? percento dei "segnalati" faceva uso e consumo di crack. A tutti noi 
sono note le vicende relative alla diffusione di questa "droga dei pove- 
ri" nelle metropoli statunitensi e molti ricordano come i compagni nel 
lontano 1974 lessero con ironica sufficienza la notizia che segnalava il 
primo mono da overdose. Sarebbe il caso di non ripetere, tra gli altri 
recenti, questo possibile "nuovissimo" errore. 




Ccw 18: una microstoria metropolitana 



155 



NOTE 



1 La "vicenda Correggio" inizia nella tarda primavera del 1975 con l'occupazione di 
un'area di più migliaia di metri quadrati di proprietà degli eredi Mantovani che, 
sullo stile di altri padroni, avevano spostato lo stabilimento della Mellin fuori Mila- 
no, nell'intento di valorizzare a fini speculativi l'area si cui poggiavano un edificio 
destinato a uffici e una zona produttiva retrostante. Le intenzioni della "proprietà" 
verranno per lungo tempo rese inattuabili sia per la presenza degli occupanti sia i 
vincoli posti daU'amministrazione comunale che destinerà l'area a "usi sociali". 

2 Vedi in proposito sia Sergio Bologna, Composizione di classe e sistema politico, in 
Crisi delle politiche e politiche della crisi, Libreria dell'Ateneo, Napoli 1981, ma 
anche C. Scarinzi, L'autunno caldo del precariato sociale, in "Primo Maggio", n. 17, 
Milano 1982. 

3 Esemplare, per esempio, il caso della lotta del "movimento dei precari del censi- 
mento" dell'inverno 1981 con l'intervento costante e pressante degli organismi 
delle case occupate presso l'Ufficio di collocamento. 

4 Scriveranno per esempio i punx del Virus dopo lo sgombero del 1984: "Non si 
creda con questo sgombero di aver distrutto ciò che Correggio 18 è stato per 9 
anni. È nostra determinata intenzione continuare a portare avanti il nostro proget- 
to di autogestione e di vita in comune. Fondamentale per noi è mantenere unito il 
nucleo degli occupanti. Non siamo quindi disposti a dividerci e a chiudere dentro 
le isolate mura di una casa-ghetto la nostra voglia di libertà e anarchia". 

5 Una delle caratteristiche della legge 167 era quella di imporre ai proprietari di sta- 
bili la ristrutturazione degli stessi che frequentemente erano fatiscenti. In quella 
fase alcuni proprietari preferirono cedere gli stessi stabili all'amministrazione 
comunale piuttosto che investire miliardi nelle ristrutturazioni. Nel caso di via 
Torricelli, lo stabile venne addirittura "donato" al settore Edilizia popolare. 
Appare però evidente che la presenza di comitati d'occupazione molto determina- 
ti incisero in maniera rilevante in queste dinamiche. 

6 Philopat, Punk a Milano, in "Derive/ Approdi", n. 8, estate 1995. Peraltro l'intero 
articolo è molto utile per comprendere le difficoltà di rapporto, ma anche le siner- 
gie, tra l'affermarsi della pratica punk e l'area dei centri sociali autogestiti. 

7 Ibidem. 

8 Ibidem. 

9 Un mix tra centro sociale e circolo del proletariato giovanile che "resisterà" fino 
alla fine degli anni Settanta. 

10 Intorno al 1984-85 si ha notizia dell'esistenza di circa 600 fanzine. 

1 1 In ciò ripercorrendo, anche se con diverso segno, le tracce dei circoli e degli india- 
ni metropolitani del movimento 77. 

12 È il caso, per esempio, della manifestazione "Rock 80" con il Centro sociale Santa 
Marta messo a disposizione dei progetti comunali per poche lire. 

13 "L'esperienza del Vidicon ha inizio nel maggio del 1980 a opera di un gruppo di 
giovani (età media 25 anni), per lo più ex studenti dell'Accademia di Belle Arti di 
Milano, desiderosi di prestare la loro esperienza teorica per cercare di allargare la 
pratica della socializzazione attraverso la produzione artistica... Fondamentale 
per questa esperienza è stata la scelta del luogo: una vecchia fabbrica di alimenti 
abbandonata, situata nel cortile di una caso occupata di via Correggio 18 a Mila- 



— 156 



Centri socia*: geografie del desiderio 



no". Tratto da E. "Gomma" Guameri, Documentazione. Il Vidicon & il Virus, in 
"Primo Maggio", n. 22, autunno 1984. 

14 C'è da dire che una parte rilevante dei compagni provenienti dalle lotte degli anni 
Settanta così come erano oppressi dalle lotte contro la repressione, ma anche per 
specifici "universi ideologici", consideravano il neonato movimento punk poco 
più che una degenerazione "piccolo borghese". 

15 In E. "Gomma" Guarneri, Documentazione, cit. 

16 È noto che il movimento punk viveva l'emergere delle nuove tecnologie come l'av- 
verarsi dell'orwelliano "grande fratello" per cui l'intera realtà esterna veniva con- 
siderata come un esito della grande falsificazione mediateca. Lo stesso trasformare 
il proprio corpo in una "macchina itinerante" di protesta segnica e visiva era per 
una sua pane una conseguenza di queste percezioni. 

17 "Alla fine del 1981 a causa di problemi soprattutto finanziari, insormontabili per i 
gestori che erano per lo più di estrazione proletaria, si rende necessaria la chiusura 
del locale." In E. "Gomma" Guameri, Documentazione, cit. 

18 Vedi in particolare Dick Hebdige, Sottocultura, il fascino di uno stile innaturale, 
Costa&Nolan, Genova 1982; vedi anche anche AA.W., La rivolta dello stile, 
Franco Angeli, Milano 1984. 

19 Non ci si vuole riferire a elementi qualitativi di giudizio, ma solo a differenti modi di 
operare nel sociale perché, per esempio, l'esperienza del collettivo di gestione della 
casa occupata di via dei Transiti, che ha caratteristiche più specificatamente "mili- 
tanti", svolgerà per tutti gli anni Ottanta un importante compito di raccordo tra la 
memoria politica e gli strumenti teorici degli anni Settanta e le nuove esigenze impo- 
ste dalla trasformazione socioproduttiva della città. Assai valida sarà in questa dire- 
zione l'esperienza del giornale "Autonomen" autoprodotto da questo collettivo. 

20 E. "Gomma" Guarneri, Punk e hip-hop, inedito, 1984, che paragrafa un'intervista 
di Rammelzee uscita sulla rivista "Frigidaire": "Devo fare i conti con una satura- 
zione di informazioni, mi sento attaccato e reagisco producendo fonemi in rispo- 
sta all'ambiente; il mio lavoro è registrare, montare, ristrutturare l'informazione 
ed emetterla di nuovo". 

21 E. "Gomma" Guameri, Punk e hip-hop, cit. 

22 La prima generazione sarebbe quella dei "padri fondatori" (1975-76); la seconda 
quella della lunga transizione, reinvenzione e metabolizzazione degli anni Ottanta 
e la terza quella in corso e avviata probabilmente a un'ulteriore trasformazione 
verso una quarta generazione. 

23 E. "Gomma" Guameri, Progetto di centro Polivalente, in "Primo Maggio", n. 22, 
autunno 1984. 

24 Questo non è determinato solamente dalla presenza dei punx che diventano il 
"veicolo" di frustrazioni e disagi ben più vasti che attraversano tutta la città. Nei 
fatti un migliaio di cittadini della zona Fiera firmano una petizione chiedendo al 
Consiglio di zona lo sgombero di Correggio per motivi di ordine pubblico. 

25 C . Scarinzi e F. Traù , Correggio 's graffiti, in Primo Maggio, n . 22 , autunno 1 984 . 

26 Vedi fra gli altri, le considerazioni di Marco Revelli, Fiat, la via italiana al post-fordi- 
smo, in AA.W, Il nuovo macchinismo, Datanews, Roma 1992 e Lapo Berti, Sull'invi- 
sibilità del problema operaio nella società post-industriale, in "Iter", n. l.Milano 1991. 

27 C. Scarinzi e F. Traù, op. cit. 

28 Verrà poi pubblicata con il titolo Bande giovanili, un modo di dire da Unicopli. 

29 C. Scarinzi e F. Traù, op. cit. 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



157 



30 L'occupazione, che viene decisa nel coreo di un assemblea al Leoncavallo, verrà, in 
un volantino (e successivamente in una musicassetta con libretto) autodefinita, La 
notte dell'anarchia (la prima ma non l'ultima) e verrà "firmata" da: Virus collettivo 
punx anarchici (punk/attivi virusiani), quelli di "Fame", "Amen darkzine", S.d.m. 
San Giuliano; "T.v.o.r."; "P.i.s."; Margjnopoli; Valvola di Vercelli; la notturna di 
Radio Popolare; Comitato di lotta di via Savona (che viene da Conchetta); indivi- 
dualità della giungla di Bari e delle tribù liberate di Bergamo e moltissimi altri. 

31 In "Metroperaio" n. 5, giugno 1984, che riporta anche un volantino dei punx: 
"Repressione e diffamazione: a Milano oggi si muore. È diffìcile e quasi impossibile 
vivere in questa città ragnatela per chi non è ancora inebetito completamente dai 
videogame e dalle illusioni ottiche di questa società farsa. E così ancora oggi ci 
tocca leggere sui giornali che sabato 25/5 stava accadendo una incredibile rissa tra 
sanbabilini e 'punk' e che fortunatamente è stata prevenuta dalla Ps. Sulle pagine 
dei giornali non si parla quindi dello sgombero di via Correggio 18, della casa 
occupata dove vivevano da nove anni 60 persone e altre realtà artigianali e cultura- 
li, al cui interno lavorava il Collettivo punk del Virus. La gente non deve sapere che 
il Virus era uno spazio troppo importante per i giovani e non, che sono stufi di 
stare sulle strade inseriti nel vortice della violenza, dell'eroina, del bar mafioso, 
della discoteca ecc.. Che proprio c'era la possibilità di crescere per chi il potere 
invece vuole emarginati, disperati e senza futuro. Vogliamo crescere non scoppiare. 
E vogliamo spazi vitali in cui poterlo fare. " 

3 2 Esisteva un centro sociale autogestito nel cortile della casa occupata di coreo Gari- 
baldi 89, che però non è la stessa cosa di quello oggi operante che, pur essendo 
nello stesso stabile, è dislocato in altro spazio e con l'ingresso da via Cazzaniga. 

33 Per una più puntuale trattazione di questa tematica vedi in particolare il capitolo 
quinto di Alberto Melucci, L'invenzione del presente. Movimenti, identità, bisogni 
collettivi, II Mulino, Bologna 1982. 

34 Entrambe le definizioni sono state coniate dagli stessi soggetti. 

35 Nel salone grande del Leoncavallo verrà allestita una grande mostra delle riviste 
underground e dei movimenti politici dagli anni Sessanta fino al movimento 77 
utilizzando gli archivi della Iap (International alternative press), storica distribu- 
zione beat, della Calusca e ripercorrendo l'impostazione di un'iniziativa consimile 
organizzata dal centro sociale Kinesis di Tradate nel 1983. 

36 Racconto a cura di E. "Gomma" Guameri. 

37 / giovani della periferia milanese. La zona 16. ricerca curata dall' Aaster, Milano 
1990. Si tratta di un'inchiesta assai complessa (con questionari ma anche con 
"interviste in profondità) su un campione di 300 giovani della zona Barena. All'in- 
chiesta collaborarono alcuni membri del Collettivo di Cox 18. L'esperienza venne 
poi ripetuta nella zona 20 (Quarto Oggiaro) e nella zona 5 (Ticinese). 

38 Alberto Melucci, op. cit. 

3 9 Racconto a cura di Marco Philopat . 

40 In relazione all'esperienza dei grùnen, i verdi italiani sono stati protagonisti di una 
vera e propria perversione: "Tale perversione si può riassumere in una sola parola: l'i- 
stituzionalizzazione del movimento verde, vale a dire l'eccessiva enfasi posta al pro- 
blema della rappresentanza politica e la tentazione (poi progetto concreto) di 
costruire una lobby ambientalista che abbia i suoi punti di forza in un'agenzia e mini- 
stero autoritario e in un potere giudiziario di tipo speciale". Su tutta questa tematica 
vedi Sergio Bologna, Emarginazione e ambientalismo, scritto del 1987, inedito. 



— 158 



Centri sociali: geografie del desiderio 



41 Robert Kurz, L'onore perduto del lavoro, Manifesto libri, Roma 1994. Si tratta di 
un testo diffìcile e abbastanza fuori dal coro dei tifosi della nuova modernizzazio- 
ne. Lo citiamo qui come uno dei possibili "antidoti" nei confronti delle semplifi- 
cazioni legate a tutte le possibili "terze vie" tra stato e mercato. 

42 Vedi per tutti, Alberto Melucci, op. cit. , ma anche "Documenti Cnel n. 26 - Le dif- 
ferenze abolite, le differenze affermate. 3" Rapporto sulla società dei diritti", 
Roma 1993. 

43 In questa direzione la già citata "tre giorni" underground dell'Helter Skelter, assu- 
me significati esclusivamente relativi al bisogno storico dei movimenti di cercarsi 
"padri nobili". 

44 Questa dizione "dentro e contro" ha prodotto una quantità di polemiche e logor- 
roiche sciocchezze in occasione del cosiddetto "mancato Convegno di Arezzo" 
(vedi AA.W, Centri sociali che impresa 1 ., Castelvecchi, Roma 1996). Successiva- 
mente nei Csoa le sollecitazioni di "Arezzo" sono andate ben oltre le intenzioni 
limitate di quel convegno. Si sono così organizzati seminari sull'"impresa sociale" 
con centinaia di partecipanti, si sono letti testi di riferimento (fra tutti quello di 
Alain Bihr, Dall'assalto al cielo all'alternativa, B.f.s., Pisa 1995). Citando il buon 
Marco Revelli, si può dire che oggi è possibile "sostituire T'assalto al cielo' con la 
costruzione del 'qui e ora', dentro e contro la temporalità attuale, degli embrioni di 
una socialità qualitativamente diversa e contrapposta". 

45 Ci riferiamo qui alla fortissima istituzionalizzazione avvenuta in molte importan- 
ti esperienze in Svizzera, Germania, Olanda ecc. A un'apparente "legittimità" 
conquistata è corrisposta una forte perdita di incisività del loro intervento socia- 
le appiattito in una sia pur dignitosa e "alternativa" produzione culturale. Fra 
tutti si veda il caso del Trans europe halles (Teh) o European network of indi- 
pendent cultural centres, un organismo che raccoglie 26 ex centri sociali di 16 
diversi paesi europei e che vede come unico partecipante italiano il Bloom di 
Mezzago che è un simpatico locale commerciale con un ottimo programma cul- 
turale. 

46 Alberto Melucci, op. cit. 

47 Intervista a Daniele Farina, in AA.W., 10 settembre 1994, per l'antagonismo dei 
centri sociali. Velleità Alternative, Torino 1995. 

48 "Bisogna riconoscere che all'interno di chi si assume un ruolo nella consapevolez- 
za antagonistica ci possano essere delle differenze anche grosse e sostanziali. Una 
prima che sicuramente non si può eludere è quella tra le mere avanguardie di una 
Iona e i militanti politici di base o le avanguardie politiche. È la differenza già 
molto forte e significativa fra militanti e meri associati." Da Per l'alterità dei centri 
sociali, in 10 settembre 1994, cit. 

49 Csa Murazzi di Torino (a cura di), Centri sociali verso quali orizzonti, in 10 settem- 
bre 1994, cit. 

50 Abbiamo qui usato una certa ironia che non esclude però un qualche elemento di 
verità vista la partecipazione ondivaga, poco selettiva e indiscriminata alle iniziati- 
ve dei centri sociali. 

51 Rinviamo qui ad Alain Bihr, op. cit., e alla recensione che di tale testo ha fatto 
Marco Revelli, Incompatibili, in "il manifesto", 4 febbraio 1996. 

52 Aldo Bonomi, C'è chi dice no, in "il manifesto", 18 febbraio 1996, che a noi pare 
un intervento fin troppo "generoso". Sempre di Bonomi è utile il testo // trionfo 
della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino 1996. 



Cox 18: una microstoria metropolitana 



159 



53 Marco Revelli, Una folla sodale ma globalizzata, recensione di // trionfo della mol- 
titudine di Aldo Bonomi, in "il manifesto", 17 maggio 19%. 

54 Aldo Bonomi, C'è chi dice no, cit . 

55 Vedi per esempio L. Grinspoon e J.B. Bakalar, Marijuana, la medicina proibita, 
Muzio, Padova 1995, e Franco Casalone, Canapa. Benefici, potenziale economico, 
proibizione, pubblicato nel 1995 dalla casa editrice legata a Cox 18. Più in genera- 
le sono significative le posizioni e i ripetuti interventi dell'onorevole Giuliano 
Pisapia e del senatore Luigi Manconi. 

56 Ci si potrebbe obiettare che il "ciclo dell'eroina" ha avuto evoluzioni simili anche 
nel paese Italia, ma in realtà occorre precisare che: 1) pur essendo relativamente 
pertinente, questa eventuale osservazione non terrebbe in debito conto il fatto che 
per arrivare a questa diminuizione per così dire "spontanea" si è dovuto prima toc- 
care una quota record di morti a livello europeo (più di mille annui alla fine degli 
anni Ottanta); 2) che, di conseguenza, l'Italia detiene il record europeo di infezioni 
da Hiv e che le carceri italiane sono zeppe di tossicodipendenti; 3) che al contrario 
gli effetti positivi del "modello olandese" erano già visibili nei primi anni Ottanta. 

57 Vedi E. "Gomma" Guameri, Nota all'edizione italiana, in Nicholas Saunders, E 
come ecstasy, Feltrinelli, Milano 1995. 

58 Si può peraltro osservare che la scena dei rave ha in altri paesi europei usi e funzio- 
ni diverse da quelli decisamente "commercializzate" del Nord-Est italiano, essen- 
do piuttosto un "movimento" e una pratica illegale che si contrappone alle opera- 
zioni delle discoteche. Qualcosa di molto simile si verifica in Italia nelle situazioni 
romane, anche se occorre riconoscere che molto recentemente ci sono state inizia- 
tive assai concrete anche nella situazione metropolitana milanese. 

59 Usiamo qui il termine "racconto" nella sua valenza storica e cioè come storia delle 
lotte dei movimenti istituzionali e extraistituzionali. È noto che molte scuole 
sociologiche e storiche sostengono l'avvenuta "crisi del racconto" (che è ovvia- 
mente cosa assai diversa delle stupidaggini relative alla "fine della storia"). Noi ci 
abbiamo provato e il risultato è ovviamente frammentario, discutibile e a volte sfi- 
lacciato. Come del resto è stata la vicenda personale e collettiva per molti di noi. 

60 Marco Revelli, Incompatibili, cit. 

6 1 La libreria nasce nel 1 97 1 in vicolo Calusca. quartiere Ticinese. Nel 1979 si trasfe- 
risce in corso di Porta Ticinese 48. Chiude nel 1986 nell'impossibilità di sostenere 
gli oneri dei nuovi affìtti commerciali, ma anche perché riteneva conclusa la prece- 
dente esperienza politico-culturale. Riapre brevemente in piazza S. Eustorgio nel 
1988 per poi accettare la proposta del Collettivo Cox 18 che destina uno spazio 
specifico e indipendente all'attività della libreria. 

62 Una cooperativa e un circuito di collegamento tra 60-70 librerie, alcuni centri di 
documentazione, un centinaio di case editrici "multanti o antagoniste", più di 
cento riviste "politico-culturali" e alcuni "organismi di distribuzione alternativa" 
diffusi e organizzati territorialmente in dieci regioni. 

63 In qualche modo e specularmente il dibattito sulla nuova organizzazione del lavo- 
ro (di grande rilevanza il seminario "Lavoro e non lavoro" che verrà in parte ripor- 
tato dalla rivista "Altreragioni") porterà a una riflessione sulT emerge re della Lega 
Lombarda e poi della Lega Nord. Un ottica interpretativa di questo fenomeno 
sociale che verrà con estrema difficoltà recepito da molti dei luoghi sociali. 

64 Non è qui in discussione la dignità di quel percorso, ma l'indispensabile riflessio- 
ne che occorreva anche indagare in altre direzioni. 



160 



Centri sociab: geografie dei desiderio 



MICROSTORIA FOTOGRAFICA DEL LEONCAVALLO 





22 marzo I978, via Mancinclli Una vicenda legata al neofascismo dei Nur e agli ambienti dello spaccio, 
attraversala da evidenti coperture, omissioni, che attribuiscono, nell'interpretazione del movimento, una 
decisiva responsabilità alla magistratura milanese e un ruolo che rasenta la complicità 
a coloro che svolsero le indagini. 

II 



9 luglio 1983, Voghera, manifestazione contro le carceri speciali indetta dal Coordinamento nazionale 
dei comitati contro la repressione. La dimostrazione, a cui aderirono tutte le sigle di movimento di quel 

periodo, dagli organismi autonomi nazionali, agli internazionalisti e agli anarchici - vi parteciparono 
anche alcuni giovanissimi militanti del Leoncavallo e dei punk -, terminò con una vera e propria caccia 

all'uomo da parte della polizia. La città era totalmente presidiata e per evitare un posto di blocco tre 
manifestanti (Valeria, Eleonora, Stefano) morirono travolti da un camion. 




Estate 1983, Comiso. Campeggio antinucleare antimperialista contro l'installazione dei missili nucleari 
Cruisc e Pershing nella base usa. Anche in questo caso vi fu la presenza di giovanissimi militanti del 
Leoncavallo e dei punk. 




1 1 settembre 1983. Manifestazione nell'anniversario del golpe cileno; per una generazione ti 
Leoncavallo una delle prime manifestazioni internazionaliste che poi si estesero negli anni a venire nella 
lotta contro l'apartheid sudafricano e a sostegno dell'Intifada palestinese. 



Fausto e Imo 



PER iL CO MUNÌ 5 




(1983) Centro sociale Leoncavallo, festa del Fronte popolare di liberazione dell'Eritrea. La comunità 
eritrea troverà ospitalità presso il centro fino al 1989 e avrà la possibilità di organizzare feste e assemblee 
partecipate da centinaia di persone. 



SABO' 
RES/S 



,„PAKE LE CASE SÉVTTE 
iOTARE LE IMttOMUNtl 




L'ingresso di via dei Transiti, una delle più antiche occupazioni di Milano (primo tentativo nel 1978, dal 

1980 occupata stabilmente) e punto di riferimento del movimento. Tra le altre esperienze, qui se ne 
concentrarono alcune che a metà degli anni Ottanta confluirono nel Leoncavallo. Oggi. Transiti, oltre 
agli appartamenti occupati, che negli ultimi anni sono sottoposti a rischi di sgombero sempre più 
pressanti, ospita il "Telefono viola" contro gli abusi psichiatrici, un "info-cafè" e un ambulatorio medico 
popolare che garantisce assistenza gratuita. 





Alcune pagine di "Autonomen" n. 2, mensile per la ricomposizione del proletariato urbano. Pubblicato 
dal 1985 al 1990, prendeva il nome dall'omonimo e variopinto movimento tedesco di occupanti di case, 
antimperialisti e antifascisti, che a sua volta si era ispirato all'autonomia italiana, e che aveva animato le 
piazze della Germania nei primi anni Ottanta, spiazzando le organizzazioni politiche tradizionali. 

VI 



Mi 1 N > 

ITI! Studenti in corteo a ritmo di rock 

i ragazzi deir85 





K t Uova e monetine contro ti Comune 
■ poi gli scontri all'università Statale inca _zzA 



n Se» 



^Provocatori avvenganola profesta 

èdetefterota in una rissa gieamescu jra Autonomia e Dp 



22/10/85. centinaia di studenti medi effettuano un lancio di monetine contro il Comune. Anche a 
Milano pane il "movimento '85", un'esperienza che fa intuire la presenza di nuovi soggetti giovanili 
conflittuali che i giornali si sforzano di classificare: "neo-autonomi", "punk" ecc. Non si identificano con 
le strutture di rappresentanza tradizionali, ma trovano nell'area dei centri sociali un punto di riferimento. 




12/12/85, in piazza Leonardo, il Ministero degli interni "divide" il movimento in buoni e cattivi. A un 
lancio di ortaggi in direzione di Architettura, dove doveva parlare il ministro dell'istruzione Falcucci, la 
polizia risponde caricando 50.000 persone. Il Pm Pomarici invierà 12 selettive comunicazioni giudiziarie. 

VII 




19 aprile 1986. Dopo un corteo contro i bombardamenti Usa in Libia, viene occupato un immobile sfitto 
in via Porpora 90. La composizione dell'occupazione è molto variegata e raggruppa tutte le componenti 

più giovani dell'area dei centri sociali milanesi. In quel periodo si usava molto il termine "squatter" 
(all'inglese) o "kraker" (all'olandese), per indicare gli occupanti. A metà degli anni Ottanta il movimento 
delle occupazioni è attivissimo in tutta Europa, specialmente in Inghilterra. Germania. Olanda, e il suo 
simbolo, il cerchio spezzato dalle freccia, lo si trova sprayato sui muri di tutte le città. Dall'Olanda, per 
l'uccisione del kraker Hans Koch da pane della polizia, partì una serie di manifestazioni di protesta che 
si estero fino all'Italia, tanto che a Milano, il 9 novembre del 1985. più o meno le stesse componenti che 
occuparono Porpora manifestarono nel centro cittadino. 




Gli occupanti di via Porpora. Questa occupazione fu un deciso segno di opposizione alle logiche che 
governano la città, 1 affermazione di un diritto, quello alla casa, negato e sottoposto alle leggi della 
rendita urbana e della speculazione immobiliare, il vero motore dello sviluppo della Milano anni 
Ottanta, ridisegnata dal potére del partito socialista e dalle sue cordate. Nello steso periodo verrà 
occupato anche uno stabile in p.za Aspromonte, non ancora sgomberato. 

Vili 




Estate 1986, Montalto di Castro. Campeggio contro la costruzione della centrale nucleare Alto Lazio. 
Questa iniziativa riporta nei territori le contraddizioni del Piano energetico nazionale, denunciando in 
particolare la scelta politica di un uso tardivo, nocivo e ingiustificato del nucleare civile. Una battaglia 
per un diverso modello di sviluppo che ha condono migliaia di uomini e di donne davanti ai siti nucleari 
e alle produzioni di mone, funzionanti o in costruzione. 




9 dicembre 1986, Montalto di Castro. Frammento delle violentissime cariche contro il presidio 
antinucleare. Vi furono 12 arresti e i processi, terminati perlopiù con assoluzioni oppure caduti in 
amnistia, sono durati quasi dieci anni. 

X 



10 ottobre 1986, Trino Vercellese. Mezzo del cantiere della costruenda centrale nucleare, "lavorato" dai 

manifestanti. Trino, Caorso, il Pec del Brasimone, Montalto di Castro, Puglia. Una battaglia che ha 
attraversato la vicenda di Chemobyl e il successivo referendum con una pratica diretta, spesso in apeno 
sabotaggio, a scelte palesemente contrarie all'interesse delle popolazioni e del paese; decisioni difese con 
estrema durezza dalla lobby nucleare e dai partiti, soprattutto nella sinistra storica, prigioniera di una 
logica dello sviluppo indipendente dai bisogni sociali e da ogni riferimento alla qualità della vita. 




Febbraio 1986. Manifestazione per la morte di Luca Rossi, ventenne ucciso dalla Legge Reale, per mano 
dell'agente di polizia Pollicino in piazzale Lugano. 

XI 



28 luglio 1987. Sgombero del centro sociale di via Quadrio, occupazione durata circa 3 mesi. 





XIII 




XVII 




Le ruspe del Comune iniziano un lavoro di demolizione sistematica - e non autorizzata - delle strutture e 
dei locali del centro. Gli arrestati resteranno in carcere fino al giorno successivo, ma già a poche ore dallo 

sgombero, da tutta Italia cominciano ad affluire centinaia di persone e di attestati di solidarietà. 

Contemporaneamente esplode la polemica sull'illegalità dell'intera operazione, e la stessa sera le 
"macerie" vengono rioccupate. 




19 agosto 1989. Nonostante l'estate avanzata, un corteo di tremila persone attraversa la città passando 
davanti al palazzo comunale, alla sede del Psi e a quella dell'immobiliare Scotti proprietaria dell'area, 
coprendo i muri di scritte e lanciando ossa, siringhe, vernice, uova e sassi. Il corteo terminerà al carcere 
di S. Vittore. Nella foto il conceno tenuto in mezzo a Via Leoncavallo durante la serata. 

XIX 




23-24 settembre 1989. Meeting nazionale dei centri sociali "Contro i padroni della città". Avrebbe 
dovuto tenersi in piazza Vetra, ma non autorizzata, l'iniziativa si svolgerà all'interno del centro. Il corteo 
di 10.000 persone, aperto da un "mitico" cordone di donne, si concluse in largo Cairoli per il divieto di 

lambire alcune sedi "strategiche" del potere milanese. 
Nella foto sotto: l'assemblea nazionale tenutasi nel salone scoperchiato. Da quell'esperienza nacquero, 
soprattutto nelle zone non metropolitane del resto dell'Italia, dibattiti sulla necessità dei centri sociali e 
vi furono numerose occupazioni. 




XXI 




3 luglio 199}. Manifestazione di 5.000 persone contro il sequestro del trasmettitore di Radio Onda 
Diretta a\-venuto il giorno prima. L'esperienza è proseguita con l'acquisto di una frequenza che 
attualmente trasmette sui 98.00 fm in collaborazione con Radio Onda d'Urto, storica emittente- 
bresciana. 




8-11 luglio 1993. A un mese dall'arrivo della giunta leghista al governo della città, Formentini toma 

all'attacco, e dopo aver incentrato l'intera campagna elettorale sullo sgombero del Leoncavallo - 
nonostante il parere favorevole della commissione tecnica del comune - vieta la V edizione di parco 
Lambro "Apriamo spazi di libertà". L'annuale meeting dei centri sociali si svolgerà comunque. 
Nell'agosto successivo, Bossi, parlando da un palco in piazza Duomo, accuserà il Leoncavallo di essere un 
covo di terroristi, autori della strage di Via Palestra: inizia "ufficialmente" l'attacco diretto al centro. 

XX1I1 



Dicembre 1993. Presidio stradale permanente contro lo sgombero "annunciato": da settembre 
proseguono a pieno ritmo le mobilitazioni iniziate in risposta alla concessione, da parte dell'ex sindaco 
socialista, della licenza edilizia alla proprietà dell'area, la Cium immobiliare di Ciarlo (ahassi 
Successivamente vengono ordinate sopralluogo e demolizioni di alcune pam del centro ritenute abusive. 
L'autunno arriv a con la richiesta da parte di Fomientin. dell'intervento della forza pubblica per rendere 
esecutivo lo sgombero. Il questore fa sapere che non sgombrerà il leoncavallo tino a che non sarà trovata 
una sede sostitutiva e il pretetto, in accordo con il ministro degli interni, impone al C omune la ricerca di 
aree alternative. Il dormine indiv idua alcune zone inagibili all'esterno della città, il Leoncavallo ta sapere 
che non si muov erà se non sarà rispettato il principio della territorialità e dell autogestione. 




siaii.hiV»daVr!.p«ÌliVliìhIiu^ 1*'^ ''"."prefetto 

ivqu.MM e l'area del pano Trotter a 200 m da via I concavallo La struttura inagibile, connessa a una 
scuola, viene bon lata dalle ini/ulive congiurile del cenilo e dalle lamblie del quartiere. Novembre l"->°v 

il prelelto indiv idua via Adriano. U 1 .000 metri quadrati nel! area induslnale dismessa ex Marcili 
1 eghist, e las. ist, bl.H t ano per due mesi la strada, u-n la protezione della polizia. A dicembre l'ennesima 
proposta: la « ascimi \ .in ( iogh al parco [ ambio che slamerà per lo scontro tra i poteri dello stalo 



XXIV 




Agosto 1994. Pacla servando situi: la mattina del 9 agosto, allo scadere dei 180 giorni, il Leoncavallo 2 
viene sgomberato. Nella foto la nuova sede nel parco della Martesana, dopo un mese di nomadismo nella 
città, dal parco Alessandrini al centro sociale Spazzali-Villa Amantea a Baggio. 



XXV 




8 settembre 1994. Viene occupata l'ex tipografìa di via W'atteau. sede odierna del centro sociale. 
Immediata la reazione del sindaco ("Il Leoncavallo non esiste più") e delle forze di polizia che dopo 
un'ora circondano la palazzina con all'interno centinaia di compagni. 




Graffito all'interno dell'area del nuovo Leoncavallo che recita lo slogan della rivolta di Los Angeles del 

1992 "No justice no peace". La reazione di alcuni abitanti del quartiere non tarda ad arrivare. 
Opportunamente pilotati da forze di destra si costituiscono in sedicente "comitato" che inizia una lunga 
serie di azioni pretestuose df disturbo dell'attività. Azioni che proseguono tuttora e che già sono costate 
al centro numerose denunce e qualche carica di polizia 

XXVI 




XXVII 




30 aposto 1995. Risposta ironica alla campagna di stampa del "Corriere della Sera' dopo l'iniziativa 
antiproibizionista "Piantatela" del mese precedente. Viene indetto un presidio dav anti aJ quotidiano, 
con un lancio di "erba" del giardino del centro. Cdi articoli avev ano sortito un primo tentativ o di blitz 
della polizia il 25 agosto a seguito del quale furono effettuati anche alcuni arresti per spaccio. 




XXVIII 



Ma il vero blitz è avvenuto il 19 dicembre 1995, quando corpi speciali di polizia e carabinieri mascherati 

irrompono nel centro alla ricerca di sostanze stupefacenti. Troveranno pochi grammi di "fumo" e una 
piantina di marijuana. Ma non perderanno l'occasione di devastare qualsiasi cosa all'interno e procedere 
ad alcuni fermi e arresti. L'inchiesta è ancora in corso. 




Oltre alle devastazioni delle attrezzature tecniche e dei computer, degli archivi e dei bar, vengono tracciate 
svastiche e scritte provocatorie, disperse urina e vernice sui libri e sui giochi dei bambini. Inoltre, con la 
copertura di un'ordinanza di sequestro di materiali per spettacoli, vengono portati via mixer, casse 
acustiche, strumenti musicali e tutto quanto atto a produrre suono e luce. 

XXIX 



23 dicembre 1995. La manifestazione dei 50.000 sotto le mura del carcere di SA more. Un grande cor 
fortemente autodifeso, ha dato una dimostrazione di intelligenza politica a una citta desertificata dal 
paure di commercianti e bottegai. Gli squadristi di stato hanno ricev uto una prima lezione. 



Passano i b.nanallini (<Siamo „„■ , Mroni de) centr0>> 
ìZrZr*- JjMilano non fa shopping i 



11 Natalo di Milano col lìalo sosj\> > 

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II giorno più lungo del Leonlta 




Febbre da i «•< mi w\ ,i il. . 



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Un pomeriggio in stile anni 70 

Otti blindato: siratk deferte, nego/i Égttj 1 gjjÉ ÉMrtgl 



D Leonka in piazza 1 
tra regali e tensioni 





Performance dei Mutoid Waste Company. Alle centinaia di denunce per le iniziative politiche di questi 
anni, si aggiungono ora una serie di reati amministrativi per l'autogestione di concerti, spettacoli teatrali 
e iniziative culturali. Il controllo di un'area politica e sociale e di un'aggregazione cresciuta in modo 
esponenziale negli ultimi tre anni viene sempre più delegato alla magistratura e a quel perverso 
meccanismo che trastorma i valori in disvalori, le lotte in reato 
e l'illegalità per fini sociali in un'aggravante. 




Lo spettacolo teatrale Viaggiatori. Esercizi di vertigine di Senzasipario, progetto di autoproduzione 
teatrale dell'area milanese che collega centri sociali e interessanti figure dell'ambiente del teatro di 
ricerca. Partito dall'ideazione comune di alcune importanti rassegne, dallo scorso anno ha iniziato un 
originale esperimento di autoproduzione teatrale. 
E al suo terzo spettacolo, dopo Randagi e Puppen in dergullen. 

XXXI 



Maggio 19%. Dalla solidarietà concreta di decine di artisti nasce Leon kart: città del desiderio. Seconda 
edizione della mostra d'arte contemporanea, quest'anno accompagnata da qualificate iniziative di poesia, 
musica classica e contemporanea: Arienti i nella foto una sua operai. Cabrila Reis. Tombolini. Innes. 
Demand. Balestrini. Ballcstra. Campo. Pagliarani, Cepollaro. Blaine. Hubaut. Giorno. Leonetti. Lacv. 
I.ocatelli. Manzoni. Zosi. Canino. Pasquariello. Cotonieri. Cerarti. N oce. Marini e molti altri. 




Maggio 1946. via Moscova. ( ornando dei carabinieri Delegazione del Centro sociale Leoncavallo e 
partecipanti a Leonkari protestano contro l'interessamento speciale dell'Arma verso i gruppi musicali e 

gli artisti che partecipano alle iniziative del centro ( HI gruppi avvisati e garantiti per "disturbo della 
quieie pubblica " I. Nella roto il colloquio trasmesso in diretta da Radio C Vida d'Uno; da sinistra a destra, 
il Maggiore Scassa e gli artisti Balestrini. Zosi, Blaine e Leonetti. 

XXXII 



MICROSTORIA FOTOGRAFICA DI COX 18 




La tacciata del csoa di via Conchetta 18 alla fine degli anni Settanta. 

XXXIII 




( 19X0) Il "Ruin party" è stato il primo concerto punk organizzato in ('onchetta c cogestito da anarchici e 
dalle prime aggregazioni punk milanesi. Questi stessi punk (onderanno poi il Virus. 

XXXIV 



Sguazzano uein^fòfón&zta 
amano la violenza e la droga 
RISSE E PESTAGGI Mu mmNE mrGmRNo 



Anche in m^ KU 



Infuria la guerra 



fra 'punk' e 'ska' 



Li moda e giunta, come al solito. dall'Inghilterra II ritrovo dei punk e in via Torino, davanti alla basilica 
di San Giorgio Quello degli ska in una discoteca di foro Bonaparte («La Luna . - Il primo gruppo e formato 
da giovani coi capelli lunghi jeans e giubbotti di pelle tempestati da borchie e patacche II secondo da ra 
gain coi capelli corti e ben pettinati, era v attira al colio abito anni Sessanta, scarpe lucide, cappello a falde In 
comune i due «clan» hanno unicamente la passione per la musica e la mancanza di impegno politico e di ideali 



Inizialm 



i punk si riversano nel centro di Milano. I media reagiscono scatenando un "panico morale" 
che accompagnerà sempre la storia di questa controcultura 




( 1981 ) Dopo varie peregrinazioni per la città, un gruppo di punx, t'onda il Virus, nella casa occupata di 
via Correggio 18. Qui riprodotti due volantini del Virus. 

XXXV 




Duranti- lo stesso concerto. Nessuna separazione tra musicisti e pubblico. Sui muri il caos dei graffiti 
Il luogo era insonorizzato e riscaldato. L'impianto voce era stato acquistato coi primi introiti. 
XXXVI 




Con continui soprusi ^«V/X a» 
dettavano legge ^oW* * ^ 
«/ quartiere Aft, V f . 

1 tytl?* davantì^£: 
- (JtU 1 ^ ^ alTedilim popob 

^ W s ' inC8temo ^nti 
La polizia 



^ «RATTO 




Sgombrati da un edifici, 
via Correggio 18 B 



^pggPunk, fuori di qui! 




I POLITICI ED I PADRONI CHE VOGLIONO 
MILANO CITTA' EUROPEA SONO GLI UNICI 
RESPONSABILI DELLO SGOMBERO DI VIA ^ 
CORREGGIO, 18 E DEL VIRUS & 5 



I! 



1 *> mangio 1 984. Per molivi d'ordine pubblico, dopo l'occupazione del Teatro di Ria Romana, dei Miele 

e iniziative di provocazione varie, viene ordinato lo sgombero dell'arca di via Correggio. 
XXXVIII 




1 1984 85 i II Virus si trasferisce in un fatiscente stabile di viale Piave. Nella foto un'assemblea 
del collettivo di gestione. 




12/1/1985. Dopo il crollo di viale Piave il Virus occupa uno stabile comunale in piazza Bonomelli. 
Gli occupanti si barricano nei locali per un'intera settimana. La polizia assedia l'esterno. 

XXXIX 




1 1986-871 Un volantino dell'Heller Skeher. La ricerca grafica d'avanguardia va di pari passo con la 
proposta culturale, che spaziava dalla musica all'editoria ("Fame", "Amen" e "Decoder", di cui nella 
foto si vede il primo numero presentato appunto all'Heller) alle prime sperimentazioni multimediali. 




(1987) Henry Rollins in concerto all'Heller Skelter. La qualità degli eventi trasforma il luogo in uno 
dei più significativi centri controculturali europei. 



XLI 





tempo gli sfrattati da via Conchetta. 




XLIII 




(19871 Viene occupalo 
dall'aggregazione J t -| Vir 
frequentatori dei locali dell; 



n negozio nello stabile di via Torricelli, (di occupanti provei 
e dell'Heller Skelter, dagli anarchici del Comitato per la casa fino ai 
:ona. Sucessivamente lo spazio diventerà il laboratorio del Tattoo Club. 



XLIV 



( 1987) I] Comitato di lotta per la casa di via Conchetta/Torricelli promuove l'ocupazione di diverse case 
e appartamenti nella zona (vedi mappa n. 6). Nella foto la casa occupata di viale Gorizia che nel 1993 
diventerà associazione Adrenaline. 




(1988) Dopo un anno di chiusura la librerìa Calusca riapre in p.za S. Eustorgio che immediatamente 
diventa un importante centro di incroci e progettualità politiche. Proprio da quel luogo 
si concepirà parte dell'esperienza di Cox 18. 

XLV 




Si nino di l muri) mn pralìito mniro l'eroina, eseguito da Zappa, il madonnaro punk Piazza Yctra .1 quel 
tempo era la pili Bimsn piazza dello spai 1 K< della zona e spesso teatro di violente retate della polizìa 
Jie c ..involavano le centinaia di presenti, mollo spesso solo "h.malon". Nel corso dell'estate 
scoppe ranno alcuni talteru M li Ira giovanissimi e forze dell ordine 

XI. VI 



Nel giugno del 1988 viene occupato Finterò stabile di via Conchetta 18. Da poco erano stati sfrattati tutti 
gli inquilini e il ristorante Genovese, prima a lato della parte occupata. Le diverse soggettività politiche 
e culturali della zone, prima fluttuanti, si ricompongono in questo luogo. 




Novembre 1988, manifestazione antiproibizionista contro la legge Russo- Jervolino. Un camion musicale 
di Conchetta con uno "spinellone" sul tetto è alla testa del corteo. Verrà assaltata con lanci di siringhe e 
scatole di psichofarmaci la sede del Partito socialista in C.so Magenta e interrotto il comizio istituzionale 
in p.zza Vetra, al termine della manifestazione. 

XLVII 




18 gennaio 1989, ore 7.00. Sgombero di Cox 18. 



Ore 9.00. Vengono murate le entrate e le opere d'arte. 

XLIX 



pJkzzìtta mjlanu a J\£ v . T 

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19-21 giugno 1992. Cox 18 entra sugli schermi Tv di tutto il mondo, partecipando al progetto di 
televisione interattiva Piazza virtuale. Nella foto sopra ciò che appariva sullo schermo: a sinistra un 
rapper di Cox mentre canta accompagnato da altre due persone dall'Inghilterra e dalla Svezia. In alto a 
destra e in basso a sinistra le schermate della chat-line. In basso a destra le immagini del cavo Isdn da 
Kassel, regia dell'installazione. Nella loto sotto, presa sempre in Cox. il modo di impugnare la cornetta 
del telefono: un microfono rivolto all'intero pianeta. 




Questa stupenda foto di Aldo Bonasia, uno dei più prandi fotografi italiani contemporanei, era simbolo e 
in mostra durante l'iniziativa "La teppa all'assalto del cielo" un mese di culture e arti radicali tenuta nel 

I99V Vi parteciparono tra gli altri: Ed. Qnodlibct, Ed. Associate. Sensibili alle foglie. Interno Giallo, 
Tartaruga, ShaKc, Ipertesto, Pellicani, Erre-Emme, "Altreragioni", R. Guacci. B. Miorelli. N. Vallorani. 
G Agamben, R. Campo, N. Balesirini, R. Curdo, G. Antonucci, G. Berengan, M. Cazzano, M. Nobile, 
E Bolclli, T. Tozzi, S. D'Arzo. i-Morlacchi. Dams video. Studio Equatore. 99 posse. Malka family. Hels. 

Nando Popu, Bassifondi, Piombo a tempo, Lou X, Jazz-blob, Area piccola e il Premiato forno. 
LV11I 




l.XIII 




I ravc party autogestiti sono tra le ultime evoluzioni musicali e di socializzazione di (~o\ 1S e alla loro 
organizzazione stanno collaborando i più gio\ ani componenti del collettivo. 




Il jazzista Enrico Rava durame l'iniziativa "Jazz in Cox " tenuta nei mesi di febbraio e marzo del 1996 e 
che Ila visto la partecipazionedei migliori jazzisti italiani. Dopo anni, a Milano il jazz ritorna a essere 
fruito a prezzi e in luoghi popolari. 

LXIV 



UN CERTO USO 

SOCIALE DELLO 
SPAZIO URBANO 1 



Abbiamo visualizzato sulle "cartine" topogra- 
fiche che seguono, lo spostamento dei movi- 
menti nello spazio urbano di questa città. Sap- 
piamo che il vezzo di tracciare mappe, gerar- 
chie, discendenze, profili, è quasi sempre piut- 
tosto arbitrario. Questa rapida visualizzazione 
dei topoi dei movimenti degli ultimi decenni 
non ha un carattere esaustivo né tantomeno 
ambizioni di teoria generale, ci è sembrata 
però utile come supporto al "racconto" intor- 
no a Cox 18 e alle microstorie fotografiche per 
mostrare come il muoversi nel tessuto urbano 
dei movimenti antagonisti si incroci con le dif- 
ferenti forme del "fare politica", con i modi di 
fare rappresentanza di sé nel confronti dei 
"luoghi del potere" e con i differenti modi di 
organizzarsi e di rendersi visibili. 




161 



Sappiamo che, per larga parte, questo aspetto del racconto di sé 
incrociato con il racconto del territorio non viene quasi mai avvertito 
- per l'importanza che gli compete - nelle sue valenze spontanee dagli 
stessi soggetti che ne sono protagonisti, ma sappiamo anche che l'in- 
telligenza collettiva che si mobilità nei territori urbani ha - al contra- 
rio - quasi sempre chiari sia i processi sia gli obiettivi che ne determi- 
nano le dinamiche interne. 

La mappa n. 1 visualizza un certo momento di organizzazione che 
i movimenti rivoluzionari degli anni Settanta si erano conquistati al- 
l'interno delle "gerarchie" territoriali della metropoli milanese. 

Siamo nei primi anni Settanta, la stagione movimentista del '68 ap- 
pare piuttosto "sfumata" mentre le lotte straordinarie dell'" autunno 
caldo" hanno posto con forza la centralità della classe operaia come 
motore fondamentale di qualsiasi trasformazione possibile dello "sta- 
to di cose presente". Dopo la "strage di stato", la "strategia della ten- 
sione" appare a tutti come uno delle armi più insidiose e odiose messa 
in atto dalla borghesia. Molti sono convinti che i padroni, nell'impos- 
sibilità di controllare e addomesticare l'ondata di rivolta, abbiano de- 
ciso di spostare lo scontro anche sul "piano militare". E questa con- 
vinzione (si badi bene non l'unica motivazione, ma una delle molte e 
diversificate) avrà una sua incidenza nella decisione di passare da 
"movimento" a organizzazione. E fare organizzazione significa avere 
sedi politiche, sezioni sparse sul territorio, presenza organizzata nei 
luoghi di lavoro. Significa avere militanti fedeli, dirigenti, segreterie, 
ma significa anche porsi in conflitto con le organizzazioni ufficiali dei 
partiti di sinistra, con i sindacati ufficiali, con l'intero sistema dei par- 
titi e anche con le sedi di rappresentanza e potere dove gli stessi con- 
trollano il governo della città. Significa in definitiva passare da un mo- 
dello movimentista, assembleare, orizzontale, a una struttura verticale 
e centralizzata. 

Appare quindi ovvio che le cosiddette formazioni extraparlamen- 
tari decidessero di muoversi nel territorio urbano alla ricerca di luo- 
ghi dove aprire sedi politiche che avessero le caratteristiche di essere 
il più possibile vicino al centro storico cittadino e, particolarmente nel 
caso milanese, al cuore del potere politico e finanziario. 

Questa dinamica che tende a incrociare la "verticalizzazione orga- 
nizzativa" con un'equivalente verticalizzazione territoriale verso e 
contro i luoghi del potere costituito, si ripeterà con caratteristiche di- 
verse negli anni successivi, ma non raggiungerà mai più né la concen- 



162 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Mappa n. 1 

Sedi politiche del triangolo urbano della zona Sud 
(Ticinese e dintorni) 1972-1979 



1) C.R.M.P (Cen tro ric erche modi di produzione) 

2) COMITATO VIETNAM 

)> COLLETTIVO AUTONOMO TICINESE 

4) CA.F (Comitati antifascisti) 

5) C.R.A.A.P (Centro comunista ricerche sul)' 
proletaria poi 'Wobbly/CoUegamenti") 

6) AVANGUARDIA OPERAIA 




7) REDAZIONE -CONTROINFORMAZIONE- 

8) AUTONOMIA OPERAIA - REDAZIONE "ROSSO" 

9) CENTRO DOCUMENTAZIONE SCUOLA (c/o Calusca) 

10) SEDE ANARCHICI via ScaJdasole 

11) LIBRERIA CALUSCA (vicolo Calusca) 

12) "IL MANIFESTO- 
DI LOTTA CONTINUA 

14) PDUP (Partito di unita proletaria) 

15) COMUNE LIBERTARIA 

16) COMUNE LIBERTARIA 

17) SCUOLA POPOLARE 

18) COMUNE OPERAIA 

19) COCULO (Comitato comunista di unità e di Iona) 

20) SCUOLA POPOLARE 

21) REDAZIONE EDIZIONI ORIENTE 

22) LIBRERIA SAPERE 

23) EDIZIONI SAPERE 

24) EDIZIONI MAZZOTTA 

25) COOPERATIVA PUNTI ROSSI 

26) PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA 

27) MOVlMENTO STUDENTESCO DELLA STATALE 

28) CIRCOLO LA COMUNE 

29) STABILE OCCUPATO 
)0) COMUNE URBANA 

)1) RADIO CANALE 96 EX ALBERGO SIVIGLIA 
OCCUPATO 

32) LIBRERIA CLAUDIANA COM NUOVI TEMPI 

33) COLLETTIVO LAVORATORI A TM. 

34) COLLETTVO LAVORATORI-STUDENTI 
FELTRINELLI 

35) LIBRERIA CALUSCA 2 leso di P.ta Ticinese, 48) 

36) OCCUPAZIONE VIA TORRICELLI e csoa anarchico 

37) OCCUPAZIONE VIA CONCHETTA e csoa anarchico 

38) ASILO ANTIAUTORITARIO AUTOGESTITO 
(ERBA VOGLIO) 

39) ASILO FEMMINISTA AUTOGESTITO via Verga 

40) COLLETTIVO BAMBINI MANO IN ALTO via 



Un certo uso sociale deNo spazio urbano 



163 



trazione del periodo 1972-76 né il significato simbolico precedente. E 
non si ripeterà proprio perché andranno in crisi tutti i modelli orga- 
nizzativi precedentemente conosciuti. 

A questa breve e sintetica premessa metodologica è necessario 
aggiungere una riflessione connessa allo sviluppo squilibrato che la 
metropoli milanese ha avuto nel suo evolversi produttivo e indu- 
striale. A chiunque capiti tra le mani una pianta topografica della 
città risulta evidente come la stessa abbia avuto nel corso dei decen- 
ni uno sviluppo squilibrato tra la sua parte Nord e la sua parte Sud. 
Nel Nord e nel Nord-Est la città si è dilatata ben oltre i confini co- 
munali e nelle stesse zone si è avuta la massima concentrazione di 
sviluppo industriale. Il risultato visibile e percepibile è quello che 
vede i grandi quartieri operai e popolari della zona Nord/Nord-Est 
(Lambrate, Crescenzago/Padova, Gorla e, via via, fino a Sesto S. 
Giovanni ecc.) assai più distanti dal centro storico di quanto lo siano 
quelli della zona Sud (Ticinese/Genova, Romana/Vigentina ecc.). 
Ma i primi non sono solo topograficamente più distanti. Sono anche 
collocati in una situazione urbana che vede più "ostacoli", più terri- 
tori "nemici" tra gli abitanti di questi "luoghi" 2 e la fruizione del 
centro storico, "anima" pulsante, centro di potere e luogo di innova- 
zione della vita della città. 



UN TRIANGOLO MOLTI DESTINI 

Parafrasando l'Umberto Eco di Diario minime? appare evidente che 
Milano ha una struttura circolare spiraliforme. E altrettanto ovvio 
(assumendo i concetti euclidei di geometria piana) che una simile 
struttura costringa i suoi abitanti a muoversi principalmente median- 
te triangolazioni i cui vertici si insinuano nel centro storico mentre le 
basi conseguenti si dilatano nelle periferie. Ovviamente i triangoli so- 
no più di uno, ma ai fini di questo racconto se ne possono descrivere 
due. Il primo, quello della zona Sud, ha il proprio vertice collocato 
grosso modo dalle parti di via Torino (tra il Carrobbio e piazzetta S. 
Giorgio) e quindi nel cuore della "città dell'eccellenza", mentre i lati 
scorrono l'uno verso Sud inglobando corso di Porta Romana, il Cor- 
vetto, Porta Vigentina, Opera, Pieve Emanuele e l'altro verso Sud- 
Ovest inglobando Porta Genova (la "casba" della tradizione popola- 
re), Porta Ticinese ("Porta Cica"), il Giambellino, la "Baia del re" 



164 



Centri social»: geografie del desiderio 



(ovvero il quartiere Stadera), la Barona, Gratosoglio e, quindi, Corsi- 
co, Rozzano, Trezzano sul Naviglio ecc. (mappa n. 2). La dorsale di 
questo triangolo è costituita dal corso S. Gottardo, che è una delle 
vie dello "shopping" (o "asse commerciale attrezzato") della città, 
che prosegue poi nel corso di Porta Ticinese per confluire appunto 
in via Torino. 

Per chiunque conosca la città appare evidente che gli abitanti della 
città dell' "abbandono" (le periferie) della zona Sud si trovino ad ave- 
re un avvicinamento al centro storico per larga parte "amicale" e con- 
viviale. Amicalità e convivialità assicurate sia dalla catena dei negozi 
per larga parte di profilo medio-basso - e quindi corrispondente al 
potere d'acquisto degli acquirenti provenienti dalle periferie - sia dal- 
l'ininterrotta serie di locali di aggregazione e intrattenimento (osterie, 
trattorie, bar, bocciofile ecc.). 4 

Il secondo triangolo è invece interamente collocato nella zona 



Mappa n. 2 
Triangolo Sud 




^P.TÀ> — jfc 
TICINESE-» r 



P.TA 
VIGENTINA 



ROZZANO GRATOSOGLIO 



1 1 7 ri C~ COR' 

finì"*- 



CORVETTO 
GIULIANO 
OPERA 
PIEVE EMANUELE 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



165 



Nord/Nord-Est e ha il proprio vertice collocato in piazzale Loreto e il 
lato Ovest che è segnato interamente da viale Monza verso Sesto S. 
Giovanni, Cinisello ecc., mentre il lato Est corre attraverso via Porpo- 
ra, ingloba Lambrate, il parco Lambro, Segrate, Pioltello ecc. All'in- 
terno di questo triangolo ci sono storici insediamenti operai come 
quelli di Crescenzago/Padova, Gorla, Precotto e, via via, fino a Sesto 
S. Giovanni, la "Stalingrado d'Italia" (mappa n. 3). 

Questo esemplare triangolo connotato da storiche "residenze ope- 




166 



Cento sociali: geografie del desiderio 



raie" 5 ha, al contrario del primo, il proprio vertice decisamente molto 
più "periferico" di quello della zona Sud e ha un lungo "asse com- 
merciale attrezzato" (il più americano della città e anche uno dei più 
intolleranti) come il corso Buenos Aires che lo collega a corso Venezia 
(deserto e inospitale) e quindi a San Babila, una delle piazze più elita- 
rie e nemiche di tutta la metropoli. Di conseguenza gli abitanti del 
triangolo Nord non hanno un avvicinamento né amicale né conviviale 
verso il centro storico. 

A queste caratteristiche che connotano la diversa collocazione ur- 
bana dei due triangoli, va poi aggiunta la storia particolare della zona 
Ticinese/Genova (vertice e cuore del triangolo Sud) che è una delle 
zone più antiche della città (tracce della città romana, di quella me- 
dioevale, di quella spagnola e i quattro Navigli navigabili) 6 da sempre 
caratterizzata da una composizione sociale mista tra artigianato, fab- 
brica diffusa, ceti popolari legali e extralegali (da cui l'appellativo po- 
polare di "casba"). Ragione per cui il microsistema sociale Ticine- 
se/Genova finisce per diventare un'esemplare zona di frontiera urba- 
na tra centro e periferia, ma anche e contemporaneamente un sistema 
sociale di frontiera tra le classi e i ceti che storicamente hanno pro- 
dotto un'abitudine alle forme di convivenza tra modelli e stili di vita 
diversi. 

Ed è per la somma di tutte queste caratteristiche che il vertice del 
triangolo della zona Sud diventerà nei primi anni Settanta il quartiere 
d'Europa a più alta intensità di sedi politiche extraparlamentari. E se 
la singolare vicinanza territoriale ai luoghi del potere istituzionale era 
probabilmente intenzionale, cosciente e progettuale, la facilità di ot- 
tenere le sedi in affitto e l'accettazione popolare delle stesse erano 
tutte conficcate nell'intera storia sociale di questa porzione di territo- 
rio urbano. 

La mappa n. 1 evidenzia questo radicamento e la sua appendice 
(richiami n. 27, 28, 29, 30, 31, 32) dimostra visivamente sia la vicinan- 
za con piazza Duomo sia quella con le sedi politiche intorno all'Uni- 
versità Statale. 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



167 



UNA TENDENZIALE FINE DELLA VERTICALIZZAZIONE POLITICA 
E LA SUA RICADUTA SUL TERRITORIO 



La storica "cittadella" raccolta intorno ai Navigli diventerà per qual- 
che anno fiammeggiante di bandiere rosse e rossonere. Ai luoghi sto- 
rici da leggenda metropolitana si aggiungeranno altri luoghi forse al- 
trettanto leggendari. Forse lì c'è stata anche la prima sede delle Briga- 
te rosse (così dice Franceschini nel suo libro ma non ne rivela l'ubica- 
zione, mentre "rivela" invece una serie di altre sciocchezze), ma sicu- 
ramente in via Maderno al Ticinese vengono arrestati Renato Curdo e 
Nadia Mantovani. Così le antiche osterie dei "lavoratori dei Navigli" 
diventeranno aggregazioni politiche e comunicative altrettanto im- 
portanti delle sedi politiche e dove si mischieranno le canzoni di lotta 
con quelle della tradizione malavitosa. 

Con le sedi politiche arrivano anche migliaia di militanti prove- 
nienti da tutta la città. Si installano nelle case sfitte, guidano le occu- 
pazioni di interi stabili, aprono attività di autofinanziamento, invado- 
no le antiche trattorie e osterie. Per qualche anno lo zenit del triango- 
lo della zona Sud sarà una zona rossa, militante e liberata. 

Sulla porta d'ingresso del mitico bar Rattizzo (in corso di Porta 
Ticinese) qualcuno scriverà: "Questo è il territorio dei diversi e tutto 
ciò che è diverso è bello". 

La crisi del modello verticale organizzativo comincerà a essere evi- 
dente verso il 1974-75. Cominceranno a sciogliersi o ad andare in cri- 
si molte organizzazioni extraparlamentari. Si parlerà lungamente della 
"crisi della militanza" e dell'emergere contraddittorio di nuove "sog- 
gettività". Nelle fabbriche il padronato ha iniziato una violenta offen- 
siva ristrutturatrice che si protrarrà per molti anni (simbolicamente e 
concretamente raggiungerà il suo apice alla Fiat nel 1980, con la ma- 
nifestazione reazionaria dei 40.000 quadri e bottegai torinesi e la mes- 
sa in cassa integrazione di 23.000 operai mai più reintegrati). L'obiet- 
tivo dei padroni è quello di eliminare progressivamente tutte le avan- 
guardie di lotta formatesi nel quinquennio precedente. Decentramen- 
to produttivo, ovvero esternalizzazione di parti della produzione; 
"uso politico della cassa integrazione", che colpisce principalmente 
gli operai più combattivi; introduzione di nuove tecnologie che inglo- 
bano "sapere operaio" ed eliminano forza lavoro; progettuale delegit- 
timazione dei consigli di fabbrica, sono tra le armi più efficaci messe 
in campo dai padroni, frequentemente in accordo strategico con i sin- 



168 



Centri sociali: geografie del desiderio 



dacati ufficiali e lo stesso Partito comunista. È la rigidità e la forza 
della "centralità operaia" che si vuole fare a pezzi. 

Nei territori urbani e nel grande hinterland metropolitano intere 
porzioni di organizzazione sociale e operaia cominciano a collassare 
sotto i colpi di un attacco così violento. Il decentramento produttivo 
comincia a frantumare la fabbrica su aree vastissime di territorio. E 
"decentramento" vuol dire essenzialmente piccole fabbriche con la- 
voratori privi di diritti e rappresentanza. Vuol dire "lavoro nero" sot- 
topagato che nella pubblicistica ufficiale viene eufemisticamente defi- 
nito e glorificato come "ciclo del sommerso". 

Sia pure nella sua estrema sintesi legata a questo intervento, è den- 
tro questo scenario che prova a muoversi e autodeterminarsi una nuo- 
va composizione giovanile scaturita sia dalla dilatazione dei confini 
metropolitani sia dall'estendersi smisurato dell'hinterland. Hanno tra 
i 15 e i 18 anni, sono nati nei quartieri-dormitorio costruiti verso la fi- 
ne degli anni Sessanta, sono frequentemente figli dell'immigrazione 
interna, hanno avuto principalmente insegnanti di sinistra impegnati 
e generosi che rientravano nella più generale e mutata funzione del 
ceto intellettuale che tendeva a rifiutare il "ruolo di tecnico" per sce- 
gliere piuttosto quello di "ceto politico". Un ceto politico tutto parti- 
colare ed extraistituzionale. 

Sono rimasti "silenziosi" per anni: il tempo di prendere confidenza 
con il territorio e di provare ad "addomesticarlo" e piegarlo ai propri 
bisogni. 

Come abbiamo visto, fino a quel momento le sedi politiche dei 
gruppi extraparlamentari si sono concentrate verso il centro storico 
della città, si sono mosse per "mangiare il centro", per fare, nella sfera 
delle rappresentanze, concorrenza alle sedi politiche istituzionali, per 
conquistare "spazio" nella città dell'eccellenza per poi muoversi verso 
le periferie e le zone industriali. La pratica era rimasta quella dell'a- 
vanguardia esterna che interviene da un luogo "centrale" sui processi 
e sui bisogni disseminati sul territorio. 

Molti dei soggetti sociali che vivono nelle grandi periferie e nel- 
l'hinterland sono studenti lavoratori, sono all'interno del settore 
"sommerso" e sono inesorabilmente destinati all'economia informale. 
Ed è da questi bisogni, da questa condizione sociale ed esistenziale 
che rinascono, dopo molti anni, le compagnie di strada sia nei quar- 
tieri dormitorio sia nella miriade di piccoli comuni del sistema indu- 
striale milanese e lombardo. Si formano così nuove aggregazioni e 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



169 



nuovi luoghi di riferimento. Ma questa volta sono "luoghi territoria- 
lizzati" e disseminati sul territorio, così come disseminata comincia a 
essere la fabbrica e la struttura produttiva. 

Nasceranno così, tra il 1975 e il 1976, cinquantadue circoli del pro- 
letariato giovanile per la quasi totalità collocati nei quartieri vicini ai 
confini comunali e nei comuni immediatamente limitrofi (mappa n. 4). 

La visualizzazione grafica rende immediatamente conto delle diffe- 
renze di "uso del territorio". La rappresentanza verso i "luoghi depu- 
tati del potere" è diventata irrilevante. La realizzazione di sé non può 
che avvenire nei territori del proprio vissuto quotidiano. 

Il "cielo della politica" 7 è ormai largamente offuscato, il luogo cen- 
tralizzato della militanza non restituisce più identità, realizzazione di 
sé o appartenenza. 

I giovani dei circoli sono per la stragrande maggioranza figli di 
proletari, molti di loro sono stati avviati prestissimo (14-15 anni) al la- 
voro. Il quartiere li riconosce come propri. Spontaneamente avverto- 
no che qualcosa si è concluso. I loro padri e i loro fratelli maggiori 
hanno memorie di lotte e immaginari di utopie lontane da realizzare 
in un dopo indefinito. Ma a loro sembra che la memoria immediata 
del ciclo di lotte precedente non abbia cambiato poi granché delle lo- 
ro prospettive future e del loro bisogno di felicità. Non hanno e non 
credono più in orizzonti futuri: desiderano quasi spasmodicamente la 
realizzazione "qui e ora" di "spazi" di felicità e di comunicazione pie- 
na, diretta, consapevole. 

Si può dire che ^'invenzione del presente" cominci proprio con 
loro e si prolunghi nel tempo e per tutti gli anni Ottanta. 

I circoli sono "orizzontali", diffusi. Ogni tanto provano a dar vita a 
un coordinamento delle varie esperienze, ma i vari tentativi si susse- 
guono senza determinare una struttura stabile e, anzi, la sensazione 
diffusa è che un organismo di questo tipo non lo vogliano, a causa de- 
gli intrinsechi rischi di burocratizzazione. Così, e a partire dal gennaio 
1976, dieci coordinamenti nascono e altrettanti si sciolgono. 

I circoli sembrano trascurare il centro cittadino come luogo dove 
rappresentarsi. Ogni tanto fanno delle puntate nel cuore della città 
creando delle situazioni all'aperto (per esempio in piazza Mercanti), 
ma sopratutto "vanno in centro" per praticare autoriduzioni nei cine- 
ma di lusso e nelle pizzerie. Tutta la tensione è rivolta a conquistare 
un uso creativo, ricco e sociale dello spazio urbano. Le stesse "disce- 
se" verso la città dell'eccellenza sono permeate da una divertente iro- 



170 



Centri sociali: geografie de) desiderio 



Mappa n. 4 
Creoli del proletariato giovanile (1975-1977) 




1 ) ROZZANO 
2IGRATOSOGLIO 
5) BARONA 

41 BARONA - S. AMBROGIO 

5) STADERA 

61 CORVETTO 

7) RONCHETTO S/N 

8l B AGGIO 

9) TREZZANO S/N 

101 CORSICO 

1 1 1 GIAMBELLINO/LORENTEGGIO 
12) GALLARATESE 
Hi PERO 

14) RHO 

15) QUARTO OGCIARO 

16) UMBIATE 

17) S. SIRO 

18) BOLLATE 

19) PIAZZA MERCANTI (aggregazione di strada) 

20) S DONATO 

*in alcuni cali questi luoghi sono incrociati 



21) ROGOREDO 

221 S GIULIANO 

25) VIALE UNGHERIA 

24 ) LAMBRATE 

25) PORTA VITTORIA 

261 VIA FOGAZZARO 

27) CITTÀ STUDI - ORTICA (Cascina Rosa) 

28) CASORETTO 

29) CRESCENZAGO 
301 VIA FELTRE 

} 1 ) SESTO S. GIOVANNI 
52) MONZA 
33>CINISELLO 
541 LAMBRATE 
35ICOLOGNO 

36) PALMANOVA - CIMIANO 

37) VIA CIOVASSINO COORDINAMENTO 
CITTADINO DEI CIRCOLI PROLET GIOVANILI 
SEDE GIORNALE 'VIOLA" 



con le strutture territoriali dell'Autonomia operaia 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



171 



nia nei confronti della generazione anticonsumistica del '68. Durissi- 
ma e beffarda è invece la polemica con il sindacato e il Pei sulla tema- 
tica dei sacrifìci: 

I giovani rifiutano i "sacrifici necessari". 

Siamo qui a denunciare la "società dei sacrifici", come nel 

'68 eravamo davanti alla Bussola e alla Scala a denunciare la 

"società dei consumi". 

Siamo qui oggi a riaffermare il diritto di tutti i proletari di 
prendersi ciò che i borghesi hanno riservato per sé: lussi, 
privilegi, teatri, cinema, ristoranti, sale da ballo. 
Ribadiamo il diritto di poter usufruire degli stessi privilegi 
che la borghesia tiene per sé. Il diritto al lusso, al piacere, 
alle rose, e non solo al pane. 

Chiediamo che la Giunta rossa e il prefetto impongano il 
prezzo politico di 500 lire nei cinema di prima visione, che 
vengano finanziati le decine di centri culturali giovanili di 
base, i centri sociali, i centri autogestiti di lotta all'eroina. 
Chiediamo un incontro con la Giunta comunale e provin- 
ciale per discutere il senso, i tempi e le modalità di tali fi- 
nanziamenti. 8 

Come si deduce da questo volantino, distribuito durante una delle 
tante autoriduzioni, il problema non è più quello di "fare concorren- 
za" alle istituzioni politiche, ma quello di rivendicare diritti, spazi e 
territori da autogestire. La direzione che prende il movimento degli 
spazi sociali autogestiti è tutta e interamente inserita nelle nascenti 
pratiche di "contropotere territoriale" e il "territorio" è tutta la città e 
non solamente una sede istituzionale da conquistare nella città del- 
l'eccellenza. 

Il "movimento delle occupazioni" iniziato alcuni anni prima tallo- 
nava il capitale immobiliare sul suo stesso terreno, opponendosi al 
piano istituzionale che tendeva a liquidare il modello di Milano come 
città operaia. L'obiettivo piuttosto evidente era quello di favorire il ri- 
popolamento dei quartieri da parte di strati proletari ostili alla mobi- 
lità territoriale. Era evidente che la logica politica che muoveva que- 
sto ciclo di lotte era sostanzialmente speculare alle lotte di fabbrica 
tutte protese a difendere la "rigidità" e la stabilità di luogo e di man- 
sione del "corpo centrale della classe operaia". 

Ma l'azione marciarne del capitale appariva assai difficile da conte- 
nere. Il decentramento produttivo portava la produzione direttamen- 



172 



Cento sociali: geografie del desiderio 



te nei territori urbani e extraurbani. Intere porzioni di città venivano 
ridisegnate dalla "messa in produzione" del territorio da parte delle 
grandi immobiliari. 

I circoli avvertono direttamente e quotidianamente la forza di que- 
sti processi. La loro idea di "contropotere territoriale" cerca di ade- 
guarsi ai nuovi scenari: con l'anticipazione repressiva del capitale e 
con il decentramento produttivo non si può più: 

Intendere il contropotere come una trincea da scavare sul 
posto di lavoro e la trattativa come modo di imporre i biso- 
gni operai: il contropotere diventa immediatamente lo 
scontro con il capitale, uno scontro quotidiano e continuato 
che vede nel territorio l'unico campo di battaglia, senza più 
linee di demarcazione e mediazione tra capitale e proleta- 
riato... Costruire le ronde proletarie che vadano a visitare 
l'organizzazione del lavoro e la composizione di classe terri- 
toriale, far nascere commissioni e gruppi di intervento che 
vadano a scovare i covi del lavoro nero, gli spacciatori di 
eroina che seminano morte; formare commissioni di con- 
troinformazione per avere la conoscenza totale della milita- 
rizzazione cui siamo sottoposti; ronde contro il carovita che 
impongano il controllo dei prezzi e la qualità delle merce 
venduta dai bottegai; vari gruppi di studio che analizzano la 
nocività metropolitana... 9 

TALLONARE IL CAPITALE SUL SUO TERRENO: 
NASCITA DEI CENTRI SOCIALI 

Insieme alla riflessione indotta dall'offensiva capitalistica, la "crisi 
della militanza" dei soggetti politici più adulti sarà invece il serbatoio 
di risorse umane che finirà per ridisegnare le "geometrie urbane" di 
un'altro percorso della sovversione politica (le varie componenti del- 
l'Autonomia operaia organizzata e di quella "diffusa"), mentre molti 
altri militanti delusi dall'esperienza "gruppettara" e convinti , a loro 
volta, che la nuova frontiera del conflitto fosse interamente connessa 
al "territorio" ritorneranno nei quartieri e nelle zone di appartenenza 
abitativa per inventare i "nuovi luoghi" del progetto e dell'intervento 
politico. Nascerà così, a fianco dei circoli e spesso sovrapponendosi e 
incrociandosi a questi, il lungo e ininterrotto ciclo dei centri sociali. 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



173 



I centri sociali sono "luoghi" più "grossi" dei circoli. Sono quasi 
sempre inseriti nel territorio urbano più denso di insediamenti pro- 
duttivi e occupano quasi sempre strutture industriali dismesse all'in- 
terno di quartieri operai e popolari. 

Nasceranno tra gli altri a partire dal 1975, l'oggi molto famoso 
Centro sociale Leoncavallo (1975), il Fabbrikone, la Fornace (1977), 
il Csa Sempione (1978), il centro sociale di via Argelati (1977), il Col- 
lettivo autonomo ticinese (1977) e via Santa Marta (1978). Alcune oc- 
cupazioni riguardano invece interi stabili con un mix di abitazioni e 
spazi sociali. Hanno queste caratteristiche via Correggio (1975), via 
Conchetta 18 e via Torricelli (1976), corso Garibaldi (1976) e la casa 
occupata-collettivo di via dei Transiti (mappa n. 5). 

Questi luoghi dell'autogestione sono tutti inseriti in territori me- 
tropolitani segnati dalla storia operaia e popolare: il Leoncavallo e la 
casa occupata-collettivo di via dei Transiti al Casoretto e nella zona 
Crescenzago/Padova, da sempre "residenza operaia" e nel vertice del 
triangolo della zona Nord-Est; il Fabbrikone, l' Argelati P38 (derivato, 
ironicamente ma non del tutto, dal numero civico della via), Conchet- 
ta, Torricelli e il Collettivo autonomo ticinese, la Fornace (vicino ai 
confini comunali verso Corsico) nella zona Ticinese/Genova vale a di- 
re nel cuore o lungo i lati del triangolo della zona Sud, mentre il Santa 
Marta nascerà proprio nello zenit dello stesso triangolo; il Garibaldi 
ai bordi di Brera, ma idealmente e politicamente collegato alle lotte 
del popolare quartiere Isola. 10 In un certo senso sono anomale, invece, 
le occupazioni di via Correggio e di corso Sempione nella zona della 
Fiera Campionaria anche se Correggio occupa la sede dismessa della 
fabbrica Mellin e nella zona resisteva, al tempo, una certa composizio- 
ne popolare. 

I centri sociali si affiancano al movimento dei circoli e, come que- 
sti, sono spazi di aggregazione politica completamente nuovi. Anche 
qui, non abbiamo più sedi politiche centrali di organizzazione, ma 
spazi autodeterminati, assembleari e autogestiti da ex militanti, ope- 
rai, neofricchettoni, femministe, occupanti di case ecc. Più "serioso" e 
politico è il Leoncavallo, dove prevale la componente di ex militanti 
dei "gruppi" (anche se, fin dall'inizio, sono molto attivi alcuni mili- 
tanti di Avanguardia operaia) unitamente ai comitati di quartiere ope- 
rai-inquilini; decisamente "autonomo" e movimentista è il Fabbriko- 
ne (al suo interno trovano spazio gli operai dell'Assemblea autonoma 
Alfa Romeo, il Comitato inquilini zona Sud, ma anche molto "movi- 



174 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Mappa n. 5 
Centri sociali (1975-1978) 




Un certo uso sociale deHo spazio urbano 



175 



mento" controculturale); c'è via Correggio, con decine di famiglie di 
immigrati (che adattano gli spazi ad abitazione), una scuola popolare, 
il Coordinamento lavoratori precari, alcuni collettivi femministi e, più 
tardi, la sede di riferimento per una parte cospicua della componente 
libertaria milanese; c'è la fortemente politicizzata via dei Transiti; la 
poetica, metropolitana, controculturale Fornace; decisamente duri, 
autonomi, politicizzati sono sia l'Argelati P38 sia il Collettivo autono- 
mo ticinese; Conchetta e Torricelli sono anarchici e libertari e convi- 
vono con il Collettivo lavoratori ospedalieri, il Comitato di lotta per la 
casa e sono alla ricerca di nuove forme di "sindacalismo"; infine, già 
crinale tra i circoli e il nascente movimento punk, troviamo il Santa 
Marta. 

Si può dire che la definizione di centro sociale, relativamente al 
territorio milanese, nasca proprio da queste esperienze originarie che 
segnano anche un diverso "uso del territorio" e un diverso modo di 
fare politica e organizzazione. 

Ai fini del racconto precedente abbiamo inserito la mappa n. 6 che 
visualizza topograficamente l'attività del Comitato di lotta per la casa 
Torricelli/Conchetta, perché evidenzia e sottolinea l'inesausta capa- 
cità del triangolo Sud di "fare rete", ma anche perché esemplifica un 
uso concreto della lotta territoriale che, a partire da un "luogo di au- 
torganizzazione", costruisce ininterrottamente altri spazi da sottrarre 
alla speculazione e al dominio istituzionale cercando di realizzare "co- 
munità reale e territoriale". Molti altri e altrettanto importanti sono 
stati, comunque, gli organismi che hanno portato avanti le lotte per la 
casa." 

Appare evidente che a diverse collocazioni territoriali corrisponda 
tendenzialmente un diverso modo di fare laboratorio politico, allean- 
ze, intervento. Così il Leoncavallo, verso la fine degli anni Settanta, 
troverà e rinnoverà continuamente sinergie con la complessa compo- 
sizione operaia del triangolo Nord-Est, caratterizzandosi come una 
delle "frontiere" dure di resistenza e difesa della "centralità operaia", 
mentre gli organismi sociali disseminati nel triangolo Sud avranno 
evoluzioni di carattere " controculturale " e una diffusa adesione alle 
pratiche dell'autonomia operaia organizzata o diffusa. 1 -' 



176 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Mappa n. 6 

Gelo occupazioni del comitato di lotta per la casa 
di via Conchetta/Torrìcelli (1978-1988) 





Un certo uso sociale dello spazio urbano 



177 



UN FINALE D'EPOCA? 



I circoli cominciano a entrare in crisi verso la fine del 1976 e alla vigi- 
lia dell'esplosione del movimento 77 nelle altre città. 

Milano è uno dei punti focali dell'offensiva ristrutturatrice e il tes- 
suto dei circoli si rivela troppo fragile rispetto alle forze in campo. La 
componente militante dei giovani operai delle fabbriche si appresta a 
fare delle scelte molto radicali e la stessa pratica delle "ronde proleta- 
rie" si incrocia frequentemente, per mezzi e obiettivi, con le dinami- 
che di clandestinizzazione di una parte degli storici militanti formatisi 
nel quinquennio precedente. L'eroina avanza senza sosta (Milano di- 
venterà la capitale del consumo e dei morti di eroina e manterrà que- 
sto primato per tutti gli anni Ottanta) e, per molti, la scelta armata as- 
sume i contorni di una necessità esistenziale, di un gesto di rigore per 
reagire alla distruzione dei fragili legami sociali appena costruiti. 

Molti "luoghi" si chiudono in se stessi. Rimangono nelle periferie e 
nell'hinterland alcuni circoli che consumeranno con forza e dignità la 
loro esperienza. Una parte degli stessi centri sociali diventa abbastan- 
za silenziosa, altri chiuderanno tra la fine degli anni Settanta e i primi 
anni Ottanta. 

Ma l'esperienza dei circoli e dei centri sociali ha segnato definitiva- 
mente i modi nuovi di intervento territoriale. L'autodeterminazione di 
ogni singola esperienza, l'autogestione, l'esigenza del radicamento 
territoriale, il rifiuto, spesso radicale, della delega, la percezione di un 
processo sociale che tende inesorabilmente a emarginare i soggetti 
non disciplinati, la caduta della speranza degli "orizzonti ultimi" co- 
me programma, lo spostamento dei propri universi vitali e conflittuali 
dal problema del tempo a quello dello spazio e il bisogno di felicità 
"qui e ora": sono frammenti di un mosaico che segnerà tutte le espe- 
rienze successive." 

La "politica dell'emergenza", autentico sostegno dell'offensiva an- 
tioperaia, che sarà la forma di governo degli anni Ottanta, non lascia 
spazi possibili di ricomposizione. Lentamente l'azione dei circoli sfu- 
ma nella separatezza, abbandonando i luoghi dell'azione territoriale e 
sostanzialmente si distacca dai processi produttivi in corso. Intorno 
alle ceneri dei circoli rinascono aggregazioni di strada che si ricono- 
scono quasi esclusivamente nell'autoreferenzialità amicale del proprio 
piccolo gruppo. Ma il bisogno di produzione di "senso" per darsi 
nuove forme di "identità" a fronte del vissuto esaurimento di tutte le 



178 



Centri sociali: geografie del desiderio 



precedenti favorisce, abbastanza rapidamente, la penetrazione delle 
pratiche e degli stili di vita punk. 1-4 

Nell'esperienza punk confluiscono sia una parte degli "sconfitti" 
provenienti dai circoli, sia coloro, tra i più giovani, che "sentono" il 
bisogno profondo di un'azione collettiva, separata e fortemente rico- 
noscibile dai segni, dai modi e dallo "stile". 

La mappa n. 7 evidenzia come il movimento punk abbia sostan- 
zialmente origine negli stessi territori urbani dove era nato il movi- 
mento dei circoli. 

Il centro storico della città appare "ripulito" e lo stesso triangolo 
della zona Sud ha perso la gran parte dei suoi luoghi politici," mentre 
quello della zona Nord-Est dispone di due autentici baluardi di resi- 
stenza che sono il Leoncavallo e la casa occupata di via dei Transiti, 
che dispone di un collettivo politico assai riflessivo e combattivo. 

DI NUOVO ALLA CONQUISTA DEL CENTRO STORICO? 

Di nuovo alla conquista del centro storico? A giudicare dalla mappa 
n. 8 parrebbe di sì. In realtà la dinamica che porta di nuovo a "man- 
giare il centro" ha caratteristiche evidentemente diverse sia da quelle 
delle sedi politiche dei primi anni Settanta (concorrenza verticale con 
le sedi istituzionali), sia dalla pratica dei circoli (si cala in "centro" per 
rivendicare un uso ricco della città). I punk conquistano agibilità in- 
vece in spazi privati (bar e simili), nelle strade, nelle piazzette e lo fan- 
no "provocatoriamente", usando il "corpo" come un medium che fa 
circolare messaggi di rifiuto, diversità, separatezza. Ma appare evi- 
dente che il "palazzo", il luogo delle rappresentanze istituzionali è or- 
mai privo di un qualsiasi significato, è un luogo lontano, separato, che 
riproduce se stesso, ma che, forse, non governa praticamente più nul- 
la. I poteri veri sono altrove e le nuove tecnologie flessibili rendono 
per larga parte superfluo il concentrarsi della direzione dei processi 
produttivi nel centro storico. Quelli del "palazzo" sono, al più, dei 
semplici servitori prezzolati dei poteri reali. Gli stessi "triangoli" ur- 
bani che consentivano di leggere una certa storia del territorio urbano 
tendono ormai a decomporsi e a frantumarsi. 

Si potrebbe certo rivendicare un'orgogliosa appartenenza alle pe- 
riferie, ai luoghi della memoria dei circoli, ma la centrifuga della spe- 
culazione immobiliare espelle, decentra, distrugge interi microsistemi 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



179 



Mappa n. 7 

Punk, area di orìgine (provenienza) 1978-1980 




1IBAGGIO 141 SEGRATE 

2 1 FORZE ARMATE 1 5 \ PALMANOVA - PADOVA 

»> G1AMBELLINO - LORENTEGGIO Io) COLOGNO 

4) TREZZANO S/N 17 » SESTO S GIOVANNI 

I ) BUCCIN ASCO 1 8 ) MONZA 
6ICORS1CO 19) BICOCCA 

7 > RONCHETTO S/N 20) BR17ZANO 

8) BARONA 2 1 1 QUARTO OGG1ARO 

S» GRAT( 1SCK ;UO 22) BOLLATE 

101 ROZZANO 2*> GARBAGNATE 

II (CORVETTO 24 i G ALLARATESE 
121 S GIULIANO 25» S. SIRO 

MI ORTICA 



— 180 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Mappa n. 8 

Nomadismo punk (esodo verso il centro) 1980-1982 




1) PIAZZA S. GIORGIO (via Torino - negozio dischi 
NEW KARYi l aggregazione di strada) 

2) BAR MAGENTA 

)) BAR CONCORDIA 

4) CENTRO SOCIALE SANTA MARTA 

5) PARCO SEMPIONE 

6) LOCANDA IBaggio) 



71 COLONNE S. LORENZO (aggregazione di strada) 

8) BAR POLINESIA 

9) FIERA DI SENIGALLIA (aggregazione di strada) 

10) VIALE MONZA 

11) CORREGGIO 18 - VIDICON 

12) LA FORNACE 

1)) PIAZZA MERCANTI (aggregazione di strada) 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



181 



sociali. Trecentocinquantamila cittadini vengono sradicati dai propri 
quartieri e scaraventati chissà dove. Altri perdono in continuazione 
posizioni territoriali per essere a loro volta dislocati nelle prime peri- 
ferie oltre la terza circonvallazione. Tutto sembra diventare confuso e 
invivibile. 

I punk sentono come irrinunciabile il bisogno di radicamento in 
zone socialmente più dense di opportunità, incroci, visibilità. Sarà co- 
sì che per affinità, come in Correggio, o attraverso conquiste successi- 
ve che inizierà la fase del radicamento dalla periferia verso altre zone. 
E sarà un'autentica e inesausta pressione/invasione di spazi preesi- 
stenti, come viene visualizzato nella mappa n. 9. 

Tornando al presente, se avessimo visualizzato una mappa dei cen- 
tri sociali e della loro collocazione territoriale fino al 1989, l'effetto to- 
pografico sarebbe stato abbastanza singolare. Tutti i luoghi dell'auto- 
gestione risultavano collocati nelle sezioni Nord-Est e Sud-Est della 
città. Una linea invisibile che partendo idealmente da Corsico e tra- 
sversalmente attraversava la città verso Sesto S. Giovanni tagliava in 
due la città dei luoghi dell'autogestione da quella silenziosa delle zone 
Nord-Ovest e Sud-Ovest. Nella mappa n. 10, che invece pubblichia- 
mo risulta invece e comunque molto evidente che ben diciotto spazi 
di attività autogestiti sono comunque collocati tra Sud e Nord verso 
Est mentre quattro dei restanti cinque collocati a Nord-Ovest sono 
nati molto recentemente. 

La spiegazione di questa anomalia apparente è tutta inserita nella 
storia industriale della città che nel suo Nord-Est ha avuto il territorio 
a maggiore intensità di insediamenti produttivi. E, anzi, l'asse del 
Nord-Est è attualmente il principale polmone dello sviluppo tecnolo- 
gico della città stessa. È ovvio che in questo territorio la ristrutturazio- 
ne abbia agito più in profondità che altrove, ed è altrettanto ovvio che 
i soggetti sociali siano stati quindi costretti a dare continuamente ri- 
sposte vitali al piano del capitale, che siano stati costretti a inventarsi 
spazi di appartenenza e di progetto. 

Si potrebbe osservare che nella zona Nord-Ovest ci sono stati, e ci 
sono tuttora, vasti agglomerati popolari (si pensi a Baggio, a sua volta 
storica "residenza operaia" 16 o alla zona intorno a S. Siro (le vie 
Arethusa e Selinunte ecc.), ma in realtà la differenza di fondo consiste 
nel ruolo diverso che hanno i quartieri monoclasse (solo impiegati, so- 
lo operai o solo dirigenti) con quelli a composizione mista. I primi re- 
stituiscono un vissuto e un'appartenenza univoca e bassa flessibilità, 



182 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Mappa n. 9 
Radicamento punk (1982-1989) 




Centri 




1ICSOACOX18 

2) ACQUARIO (1989) 

3) ADRENALINE 

4) SQUOTT 

5) LABORATORIO ANARCHICO 

6) CASCINA VAIANO VALLE 

7) CSOA LEONCAVALLO 1 vii Leononalb (197J- 
1994) 

8) CSOA LEONCAVALLO 2 vii Sdamane (1994) 

9) CSOA LEONCAVALLO 3 vi. Wnau 

10) PERGOLA TWBE 

1 1) S. ANTONIO ROCK SQUOT vh GutfàBO 

12) CSOA TORKIERA 

13) CSOA DEL GALLARATESE (KANTTERE) 

14) TRANSITI (CON AMBULATORIO 
AUTOGESTITO) 



13) CSOA MICENE 

16) NOVATE - BAKEKA 

17) CSOA GARIBALDI 

18) CENTRO ANARCHICO DI VIA TORRICELLI 

19) ETEROTOPIA (S. GIULIANO) 

20) CORTE DEL DIAVOLO (SESTO S. GIOVANNI 
(1992) 

21 ) CSA DEL GRATOSOGUO v» da Mmmjm 

22) ASSOCIAZIONE GOLGONOOZA 

23) CSA VITTORIA 

24) PONTE DELLA GtflSOLFA - BAR ZABRISKIE 
POINT 

25) VILLA AMANTEA 

26) PANETTERIA OCCUPATA 

27) CASCINA NOVELLA 

28) P.ZA ASPROMONTE 



^» . . Centri sooafc geografe del deswJoi 
Z 184 



mentre i secondi favoriscono la formazione di un soggetto sociale con 
una più ricca percezione delle differenze e delle opportunità. A que- 
sto si può aggiungere che il sistema sociale urbano e industriale del 
Nord-Est/Sud-Est è stato storicamente un'esemplare miscela di inse- 
diamenti industriali, di supporto terziario e di strutture residenziali 
che alternavano in continuazione ceti popolari e strati di classe (ope- 
rai, impiegati, media e piccola borghesia). 

Il ragionamento sarebbe piuttosto lungo, ma per concludere, e nei 
limiti di questo intervento, si possono fare alcune ultime osservazioni 
inerenti le memorie e le forme di azione e resistenza che si sviluppano 
nel conflitto urbano per ciò che riguarda un "certo uso sociale del 
territorio". 

La prima e abbastanza evidente è che permane una certa funzione 
di penetrazione verso il centro storico del triangolo della zona Sud. Gli 
esiti storici (e le memorie delle lotte chi vi permangono) della sua di- 
versa collocazione urbana rispetto al centro storico, continuano a fun- 
zionare come universo che determina un singolare segmento di "resi- 
stenza" contro la tendenza generale che dilata sempre più la città del- 
l'eccellenza oltre la prima cerchia dei Navigli (da piazza Cadorna a 
piazza Cavour) per invadere lo spazio tra la stessa e quella delle mura 
spagnole (corso di Porta Vercellina/Papiniano/ D'Annunzio/Gian Ga- 
leazzo/Beatrice d'Este/Filippetti/Caldara/Regina Margherita/ Bianca 
Maria/Viale Maino/Bastioni fino a piazza della Repubblica) per pro- 
seguire "invasivamente" verso la circonvallazione delle Regioni (però 
in particolare nella zona Sud/Sud-Est). 17 

La seconda è che appaiono in formazione nuove autodetermina- 
zioni territoriali sia nella parte Sud-Est sia nella parte Nord-Ovest 
della città. 

La terza, infine, riguarda la verticale verso Nord, dal quartiere Ga- 
ribaldi, attraverso l'Isola fino a Greco. Anche questo è uno storico 
triangolo che era rimasto in parte silenzioso dopo le grandi lotte del 
1968/1973 e che ritornò ad avere un cuneo organico di penetrazione a 
rete dentro il tessuto cittadino. 

In realtà l'importanza del centro storico come luogo della possibile 
rappresentanza appare attualmente depotenziato di un qualsiasi signi- 
ficato. E ciò a dispetto di alcune frustrazioni dei centri sociali per le 
proibizioni connesse alla sua agibilità. 

La frontiera della possibile rappresentanza è in tutta evidenza l'in- 
tero territorio cittadino strutturato nelle sue gerarchie di classe e di 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



185 



fruizione. L'intelligenza possibile potrebbe proprio consistere nella 
conoscenza profonda, leggera e dialettica delle gerarchie territoriali. 
Non si tratta tanto di avere nostalgia delle pratiche di "contropotere", 
ma di costruire spazi di sperimentazione lontano e contro l'istituzio- 
ne, ovvero rapportandosi alla stessa esclusivamente per ribadire "di- 
ritti negati". Costruire spazi-laboratorio, indispensabilmente in rete 
tra loro, come un reticolo ostile, ma progettualmente dentro i proces- 
si stessi di uso speculativo o localistico del territorio urbano. L'agire 
metropolitano non potrà che essere continuamente dentro il continuo 
ridisegnarsi della città dell'eccellenza, di quella di "frontiera" e di 
quella dell'"abbandono". E lo potrà fare solo costruendo reti, allean- 
ze, contaminazioni, forme di convivenza orizzontali e paritarie. Qual- 
siasi desiderio di "centralità", al di là del suo possibile realizzarsi non 
potrebbe, nel tempo, che rivelarsi un errore imperdonabile. 



NOTE 

1 Questo intervento è tratto da un lavoro molto più vasto e analitico ancora in la- 
vorazione intitolato La luna sotto casa che analizza l'uso sociale dello spazio ur- 
bano a Milano dal 1948 a oggi. Qui ne viene data un'estrema sintesi necessaria- 
mente rigida e un po' schematica. 

2 In questo secondo piccolo "racconto", i luoghi sono i quartieri letti come micro- 
sistemi sociali e commerciali che producono non solo lo spazio di appartenenza, 
ma anche la personalità di chi vi abita e la percezione che la stessa ha della sua 
collocazione gerarchica all'interno dello spazio urbano. Così come viene descrit- 
ta Madame Vaquer da Balzac, e cioè attraverso la consonanza della sua persona 
con il luogo, il milieu influisce sulla sua cultura e visione del mondo. Vedi G. 
Bassanini, C. Braga. L. Cascitelli. F. Celaschi, I. Fare, B. Giorgini, P. Moroni, N. 
Piccolo (a cura di), // discorso dei luoghi, Liguori. Napoli 1992. 

3 Pubblicato da Mondadori, Milano, nel 1963. Al proposito vedi il saggio ivi con- 
tenuto Il paradosso di Porta Ludovica. Saggio di fenomenologia topologica. 

4 O almeno questa era la situazione nei primi anni Settanta per ciò che riguarda i 
locali pubblici. È piuttosto noto che gli stessi hanno subito negli anni Ottanta 
una trasformazione commerciale molto profonda. 

5 Vedi il saggio esemplare che M. Cerasi e G. Ferraresi hanno dedicato al quartie- 
re Crescenzago/Padova in La residenza operaia a Milano, Officina, Bologna 
1974. 

6 È stato per molti decenni il "porto di Milano" e negli anni Trenta era il secondo 
porto italiano per tonnellaggio di merci. Ovvio che intomo a "un porto" si for- 
masse un milieu extralegale e che lo stesso resistesse nel tempo. 

7 "Finalmente il cielo è caduto sulla terra" scriverà il giornale A/traverso (il più 
importante del movimento '77 ma che nascerà, non a caso, proprio nel 1975). 



186 



Centri sociali: geografie del desiderio 



Alcuni mesi dopo, il "ciclo" della politica è proprio quello plumbeo, "verticale" 
e autoritario sia nella sua versione istituzionale sia in quella extraparlamentare. 

8 Come si deduce da questo volantino, molte delle recenti polemiche che hanno 
attraversato i centri sociali in relazione al problema delle "trattative" con le isti- 
tuzioni, sono quantomeno improprie se riferite storicamente a una supposta ori- 
ginaria e incontaminata irriducibilità dei centri sociali. 

9 Da "Eppur si muove..." foglio dei circoli del Coordinamento zona Sud, Milano 
1976. 

10 Le lotte per la casa del quartiere Garibaldi/Isola risalgono addirittura al 1968. In 
quell'anno si formò un Comitato unitario di base per iniziativa di un gruppo di 
studenti di architettura e delle facoltà umanistiche con l'adesione di molti abi- 
tanti dei due quartieri. Comitati dello stesso tipo si formarono in tutta la città 
prima e dopo l'"autunno caldo" (famosi quelli del Gallaratese, di Quarto Oggia- 
ro, che poi divennero l'Unione inquilini a livello cittadino). Nel racconto ci rife- 
riamo in particolare allo stabile di corso Garibaldi 89 che fino ai primi metà degli 
anni Onanta sarà occupato e diventerà anche polo di riferimento politico. Ai 
bordi di questo stabile (poi ristrutturato) ci sono attualmente il Csa Garibaldi e 
l'associazione Filo rosso. 

11 Per il ciclo dei primi anni Settanta vedi tra gli altri: AA.W., Città e conflitto so- 
ciale, Feltrinelli, Milano 1972; F. Di Ciaccia, La condizione urbana. Storia dell'U- 
nione inquilini, Feltrinelli, Milano 1974; A. Daolio, Le lotte per la casa in Italia, 
Feltrinelli, Milano 1974. Sul "territorio come strumento di controllo sociale", ve- 
di G. Della Pergola, Diritto alla città e lotte urbane, Feltrinelli, Milano 1976. 

12 Ciò non vuol dire che nella zona Sud non esistessero organismi operai e sociali 
con pratiche di lotta dura e determinata, ma che gli stessi avessero un'attività 
propria, autonoma e indipendente dai "luoghi di socializzazione" che venivano 
piuttosto "usati" come ambiti di possibile reclutamento. 

13 Non viene qui analizzata la "scelta armata" che richiederebbe un tempo e uno 
spazio di riflessione molto più vasto di quello qui a disposizione. 

14 Su alcune delle caratteristiche di questa esemplare controcultura metropolitana 
molto è stato scritto e in parte sintetizzato in altra parte di questo volume. 

15 "Resisteranno" fino al 1985-86, la redazione di "Controinformazione", la libreria 
Calusca e poco altro. Sono tuttora operanti la sede dei Caf, Comitati antifascisti, 
e quella di Avanguardia operaia (poi diventata Democrazia proletaria e, oggi, 
Rifondazione comunista). Reggono invece le occupazione con spazi sociali di via 
Conchetta e Torricelli, mentre c'è tutta una lunga storia piuttosto originale che 
riguarda il Centro sociale territoriale di via Scaldasole dove convivono con l'isti- 
tuzione un gruppo di occupanti che collabora con alcuni comitati di cittadini ed 
è molto attivo sul territorio. 

16 Vedi il volume di Cerasi e Ferraresi, op. cit. 

17 Parliamo qui di processi di "invasione" relativamente recenti, come quelli, per 
esempio, verso Porta Romana/Vigentina, del Ticinese/Navigli, di Porta Genova 
verso il Giambellino, della zona tra viale Montenero/Piave e viale Umbria/Pice- 
no/Mille, di quella tra viale Abruzzi e viale Romagna fino a viale Lombardia ecc.; 
perché in altre parti di questo territorio "intermedio" l'"invasione" era avvenuta 
da tempo (per esempio lo spazio urbano della zona di Porta Nuova, quello intor- 
no alla Fiera campionaria, la zona di corso Vercelli ecc.). 



Un certo uso sociale dello spazio urbano 



187 



CREDITI FOTOGRAFICI 



II cop. 



• Swarz bombarda la Richard, 1986. 
Foto Gomma-Archivio ShaKe 

• Dalle macerie del Leoncavallo, 1989. 
Foto Livio Senigalliesi III cop. 

• Milano, manifestazione 19/8/1989. 

Foto Livio Senigalliesi p. 4 

• II Professor Bad Trip dipinge un "faccione" 
sulla "facciata" di Cox 18, 1992. 

Foto Paoletta- Archivio ShaKe p. 6 

• Composizione fotografica sulle macerie del 
Leoncavallo di Livio Senigalliesi, 1989 p. 20 

• Folla durante la prima edizione del Parco 
Lambro, 1989. Foto Isabella Balena p. 27 

• Pubblico in Cox 18 durante 

la presentazione di "Decoder" n. 10, 1995. 
Foto Luca Candiotto p. 32 

• Milano, manifestazione 23/9/1989. 

Foto Isabella Balena p. 45 

• Decoder Bbs. Screen capture Gomma p. 49 

• Ecn Milano. Screen capture Gomma p. 5 1 

• Milano, manifestazione contro 
la legge Russo-Jervolino, 1988. 
Foto Archivio Cox 18. 

• La foresta delle idee. 
Foto Archivio Leoncavallo 

• Milano, manifestazione 19/4/1986. 
Foto "Autonomen" 

• Milano, via Mancinelli 17/3/1991. 
Foto Isabella Balena 

• Foto Isabella Balena 

• Udienza del processo 19/6/1990. 
Foto Isabella Balena 

• Foto Archivio Leoncavallo 

• Foto Archivio Leoncavallo 

• Foto Archivio Leoncavallo 

• Fotografando i fotografi, Milano, 
manifestazione 23/12/1995. 
Foto Archivio Leoncavallo 

• Scaffotd, opera di Mutoid Waste Company, 
1991, Cox 18. Il muro è stato 
successivamente abbattuto. Foto Xa 

• Foto Gegé 

• Foto Gegé 

• Foto Gomma-Archivio ShaKe 

• Foto Paoletta-Archivio ShaKe 

• Manifesto Cox 18, foto Richard Kem 

• Foto Xa 



p.74 

p.81 

p.84 

p.88 
P 91 

p.94 
p.96 
p.99 
p. 100 

p. 103 



p- 


104 


p 


108 


P- 


121 


p- 


126 


p- 


131 


p 


137 


P- 


155 



Inserto fotografico 

• Foto Duilio Zanni p. I 

• Foto Mario Taito p. II 

• Foto Gaetano Montingelli p. Ili (alto) 

• Foto Gaetano Montingelli p. ITI (basso) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. IV (alto) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. IV (basso) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. V (alto) 

• Da Stranieri a Milano, fotografìe 
di Lalla Golderer e Vito Scifo, 

Mazzotta, Milano 1985 p. V (basso) 

• Foto Gin Angri p. VI (alto) 

• Collage Archivio ShaKe p. VII (alto) 

• Archivio ShaKe p. VII (basso) 

• Foto Gomma-Archivio ShaKe p. Vili (alto) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. VHI (basso) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. LX (alto) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. IX (basso) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. X (alto) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. X (basso) 

• Foto Archino "Autonomen" p. XI (alto) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. XI (basso) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. XII (alto) 

• Foto Gomma-Archivio ShaKe p. XH (basso) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. XIII (alto) 

• Foto Archivio "Autonomen" p. XM (basso) 

• Foto Isabella Balena p. XTV 

• Foto Isabella Balena p. XV (alto) 

• Foto Isabella Balena p. XV (basso) 

• Foto Isabella Balena p. XVI (alto) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XVI (basso) 

• Foto Ag. Fotogramma p. XVII (alto) 

• Foto Maki Galimberti- 

Ag. Fotogramma p. XVII (basso) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XVHI 

• Foto Archino Leoncavallo p. XLX (alto) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XIX (basso) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XX (alto) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XX (basso) 

• Foto Gomma- Archivio ShaKe p. XXI (alto) 

• Foto Isabella Balena p. XXI (basso) 

• Foto Alessandra Attianese p. XXII (alto) 

• Foto Renzo p. XXII (basso) 

• Foto Archivio Leoncavallo p. XXIII (alto) 

• Foto Alessandra Attianese p. XXIII (basso) 



• Foto Coli, fotografico 

Leoncavallo p. XXTV (alto) 

• Foto Isabella Balena p . XXIV (basso) 

• Foto Isabella Balena p. XXV (alto) 

• Foto Archivio Leoncavallo p. XXV (basso) 

• Foto Archivio Leoncavallo p. XXVI (alto) 

• Foto Coli, fotografico 

Leoncavallo p. XXVI (basso) 

• Foto Isabella Balena p. XXVII (alto) 

• Foto Maurizio Maule- 

Ag. Fotogramma p. XXVII (basso) 

• Foto Coli, fotografico 

Leoncavallo p. XXVIII (alto) 

• Foto Coli, fotografico 

Leoncavallo p. XXVIII (basso) 

• Foto Ag. Fotogramma p. XXIX (alto) 

• Foto Ag. Fotogramma p. XXIX (basso) 

• Foto 3Mend p. XXX (alto) 

• Collage Archino ShaKe p. XXX (basso) 

• Foto Archivio Leoncavallo p. XXXI (alto) 

• Foto Archivio Leoncavallo p. XXX3 (basso) 

• Da Leonkart. Città del desiderio, 
autoprodotto dal Csoa Leoncavallo, 

Milano 1 996 p. XXXII ( alto) 

• Foto Archivio Leoncavallo p. XXXII (basso) 

• Foto Pino Petita p. XXXm 
•Foto Pino Petita p. XXXTV (alto) 

• Foto Pino Petita p. XXXTV (basso) 

• Collage Archivio ShaKe p. XXXV (alto) 

• Archivio ShaKe p. XXXV (basso) 

• Foto Archivio Tvor p. XXXVI (alto) 

• Foto Archivio Tvor p. XXXVI (basso) 

• Foto Archivio ShaKe p. XXXVII (alto sin.) 

• Foto Gomma- 
Archivio ShaKe p. XXXVII (alto des.) 

• Foto Gomma- 
Archivio ShaKe p. XXXVII (basso) 

• Collage Archivio ShaKe p. XXXVIII 

• Foto Gegé p. XXXLX (alto) 

• Foto Gegé p. XXXIX (basso) 
•Foto Gegé p.XL(alto) 

• Foto Gomma- Archivio ShaKe p. XL (basso) 

• Grafica Kix, Archivio ShaKe p. XLI (alto) 

• Foto Gomma-Archivio ShaKe p. XLI (basso) 

• Foto Gomma-Archivio ShaKe p. XLII (alto) 

• Foto Gomma- 
Archivio ShaKe p. XLII (basso) 

• Opera al Frizzi e Lazzi di Atomo e Swarz. 
Foto Gomma- Archivio ShaKe p. XLIII (alto) 

• Opera di Atomo e Swarz. 

Foto Gomma-Archivio ShaKe p. XLIII (basso) 



• Opera di Atomo e Swarz. 

Foto Gomma- Archivio ShaKe p. XLIV 

• Opera di Atomo e Swarz. 

Foto Gomma-Archivio ShaKe p. XLV (alto) 

• Opera di Atomo e Swarz. 

Foto Gomma-Archivio ShaKe p. XLV (basso) 

• Foto Paoletta-Archivio ShaKe p. XLVI (alto) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XLVI (basso) 

• Foto Gomma- 
Archivio ShaKe p. XLVII (alto) 

• Foto Archivio Cox 18 p. XLVII (basso) 

• Da "Decoder", n. 3, 

ShaKe, Milano 1988 p. XLVIII (alto) 

• Foto Archivio Cox 18 p. XLVIII (basso) 

• Foto Livio Senigalliesi p. XLLX 

• Foto Livio Senigalliesi p. L (alto) 

• Foto Archivio Cox 18 p. L (basso) 

• Foto Archivio Cox 18 p. LI (alto) 

• Foto Livio Senigalliesi p. LI (basso) 

• Foto Ag. Fotogramma p. LII 

• Foto Ag. Fotogramma p. LUI (alto) 

• Foto Ag. Fotogramma p. LIII (basso) 

• Foto Archivio Cox 18 p. LIV (alto) 

• Foto Xa P. LTV (basso) 

• Foto Xa P. LV 

• Foto Xa P. LVI 

• Foto Gomma-Archivio ShaKe p. LVII (alto) 

• Foto Gomma- Archivio ShaKep. LVII (basso) 

• Foto Archivio Cox 18 p. LLX (alto) 

• Foto Luca Candiotto p. LLX (basso) 

• Foto Luca Candiotto p. LX (alto) 

• Foto Luca Candiotto p. LX (basso) 

• Foto di AA., 

inviata a "Decoder" p. LXI (alto sin.) 

• Foto Luca Candiotto p. LXI (alto des.) 

• Foto Xa p. LXI (basso) 

• Grafica Philopat p. LXII (alto) 

• Grafica Casalone e Loia p. LXII (basso) 

• Foto Luca Candiotto p. LXflI (alto) 

• Foto Luca Candiotto p. LXIII (basso) 

• Grafica Cyber-E p. LXTV (alto) 

• Foto Paola Bensi p. LXTV (basso) 



Alcune attribuzioni all'Archivio Leoncavallo 
sono in realtà da assegnare ad Alessandra Attia- 
nese, Bruna Orlandi, Isabella Balena, Enzo 
Gargano, Renzo. Ci scusiamo, ma non era pos- 
sibile risalire all'autore. 




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HACKERS: eroi della rivoluzione del computer • di Steven Levy • trai di Syd Migx 
• collana Cyberpunkline • pp. 416, Lit. 30.000, in uscita 

È il libro definitivo della storia degli hacker dal 1958 al 1983. La storia inizia con il 
"Tech Model Railroad Club", le furtive utilizzazioni dei computer militari e la nascita 
dei primi programmi per giocare o suonare fatti girare clandestinamente su queste 
macchine. Così nacque luetica hacker" • A Berkeley una serie di techno-anarchid, 
che si divertiva creando radio pirata di movimento o interferenze televisive, progettò 
le prime interfacce "user friendly". Un viaggio avvincente che rende giustizia su di un 
periodo storico spesso mistificato. 



LA SADICA PERFETTA • di Terence Sellers • trad. di Capitan Kirk • 
collana Corp indicali, pp. 208, Lit. 20.000, in uscita 
Terence Sellers proviene dalla scena punk americana della fine degli anni Settanta. Dopo 
aver scoperto le proprie attitudini più recondite durante una serata passata al C.B.G.B., 
apre una sua dungeon a New York. La sadica perfetta rappresenta la summa teorica della 
sua riflessione sull'argomento. In successione vengono toccati i classici temi della disci- 
plina quali il bondage e il feticismo. Tutte discipline comunque che hanno nel linguaggio 
e nel suo sottile uso la propria fonte originatrice.Completano il testo una decina di tavole 
di Genesis P-Orridge, artista multimediale e fondatore degli Psychic TV. 




UTOPIA 
PIRATA 



f UTOPIA PIRATA • di Peter Lambom Wilson (Hakim Bey) • trad. Syd Mgjf colla- 
na Piratini, pp. 160, Lit. 18.000, in uscita 

Dal XVI al XIX secolo i corsari provenienti dalla Costa atlantica del Marocco hanno conti- 
nuato a razziare le navi; al con tempo mdtissimietiropd si sono co^ 
aggregati alla "guerra santa" dei pirati. Erano "rinnegati" oppure hanno abbandonato e tradi- 
to il cristianesimo come pratica di resistenza sociale? P.L. Wilson, esperto di zone temporanea- 
mente autonome, mette a fuoco le caratteristiche agl'organizzazione pirata: corsari, sufi, pe- 
derasti , irresistibili donne, schiavi, avventurieri, ribelli irlandesi, ebrei eretici, spie britanniche 
| ed eroi popolari radicali.. . la popolazione di queste or 



TRAVELLERS - Voci dei nomadi della nuova era • di R. Lowe e W. Shaw, • trad. di 
M. Garuti • collana Undergr oun d • pp. 224, con immagini, Lit. 22.000, ài uscita 
Nella tradizione del "racconto orale", le vere storie di 30 "nomadi della nuova era". 
Parlano i protagonisti di un movimento che solo in GB conta mezzo milione di aderenti, 
tra vecchi hippy e nuovi raver, gente che si sposta continuamente a bordo di furgoni, 
camion e auto scassate. Una dimensione nuova della socialità, dello spazio e del tempo, del 
(non)lavoro e della musica. Ora questi "angari della modernità" sono divenuti uno pro- 
blema di "ordine pubblico", per il loro uso di droghe, per le loro feste e per le loro conti- 
nue violazioni dei confini delle proprietà terriere e delle strade d'Inghilterra. 





DECODER N° 11 - rivista ini 



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Ballard, Rosi Braidotti • Junglist, la musica della giungla metropolitana • Squatter e 
raver in Inghilterra • Tedino U.K. • Come si beffa il giudice • I consigli legali del dot- 
tor Kabel • Ire e #cybernet • Professor Bad Trip • Cromosoma X e cyberfrmminismo 

• Energia alternativa • Centri e impresa sociale • Telecomunicazioni e privatizzazioni 

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